Galeano: vena aperta dell’America Latina

galeanoCalcio, idee, ironia: se bastassero tre semplici parole a raccontare le passioni e la dirompenza di uno scrittore come Eduardo Galeano sicuramente sarebbero queste. Giornalista, imbianchino, disegnatore, cassiere ma anche e soprattutto scrittore, Eduardo Germán María Hughes Galeano, questo il suo nome per esteso, è stato la voce dell’America Latina dall’epoca dei conquistadores fino ai nostri giorni. Scomparso lo scorso 13 aprile a soli 74 anni in una clinica di Montevideo, lo scrittore uruguaiano lascia un’eredità semplice ma indescrivibilmente ricca.

Memorie preziose, immagini ardenti e incancellabili vivono nei suoi innumerevoli libri che, tradotti in diverse lingue, sono diventati i punti focali delle sinistre di tutto il mondo e non solo.

Voce e cuore di un Continente. È una grande assenza quella che si sente nel mondo della letteratura latinoamericana e internazionale. La capacità ed il coraggio di cogliere le azioni quotidiane, le vite ed i drammi delle persone qualunque, quelle su cui grava il peso degli eventi e della storia, hanno fatto dello scrittore uruguaiano un autore in grado di svelare l’essenza delle cose, di raccontare con incisività assoluta, ma in un linguaggio comprensibile a tutti, l’America di chi una voce non l’aveva.

Da sempre accusato di aver osato eccessive semplificazioni nelle sue opere, di fatto è anche grazie a Gaelano se tanti continuano ad appassionarsi a quel suo Sud America anti-coloniale, fatto di sogni, amori, orrori. Vincitore di numerosi premi, come la Medaglia d’Oro del Circolo delle Belle Arti di Madrid, o la cittadinanza illustre del Mercosur, aveva solo 14 anni quando El Sol, settimanale del Partito socialista, acquistò la sua prima caricatura. Collaboratore del settimanale di sinistra Brecha, esule dopo i golpe del 1973, è stato sostenitore del regime cubano e critico dello stesso negli ultimi anni tanto che, visitando l’isola nel 2012, rimarcò che “un vero amico critica in faccia ed elogia dietro le spalle”.

Trentunenne, scrisse la sua opera più nota, Le vene aperte dell’America Latina, in soli 90 giorni: era il 1971. Capolavoro rinnegato, venne più volte aggiornato, ma forse la sua fortuna fu proprio l’essere nato dalla mano di un trentenne non strutturato come gli altri pensatori, né condizionato come altri storici bensì preso da “ideologizzata incoscienza”. Nel 2009, Chavez lo regalò a Obama. Ma di certo non fu l’unica opera che merita di essere ricordata, tra le altre spiccano Parole in cammino, A testa in giù, Le labbra del tempo, Il libro degli abbracci, Un incerto stato di grazia (con Sebastião Salgado e Fred Ritchin), SpecchiUna storia quasi universale (una ricostruzione della storia umana attraverso metafore), la  trilogia della Memoria del fuoco (per Rizzoli), in cui ripercorre il destino dell’America Latina attraverso aneddoti e dittatura, fatti e storie comuni. Indimenticabili anche i suoi libri sul calcio, uno per tutti: Splendori e miserie del gioco del calcio.

Un’autentica eredità. In giro per il mondo, Galeano ha raccontato con il suo stile chiaro e pulito l’America dando parole alle esistenze di un intero Continente svelando l’essenza delle cose: è riuscito a divulgare la storia in un modo in cui non si era mai riusciti, proprio perché non era uno storico ma un grande giornalista. Per lo stesso motivo forse, appassionato più di calcio che di politica, è stato capace di scrivere ed aprire una finestra terzomondista esatta, talmente semplice ma altrettanto efficace da riuscire ad appassionare veramente i lettori, spingendoli non solo ad approfondire la vita tormentata dell’America Latina, ma anche ad un confronto reale e costante con il mondo intero.

Per chi ha avuto l’occasione di leggerlo e per chi finora l’ha persa, sarà un dovere non dimenticare o al contrario scoprire quella tensione all’azione dettata dalle idee che in una considerazione sull’utopia, lo stesso Galeano, esprimeva così: «Lei è all’orizzonte. Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare».

(di Annalisa Spinelli)

 

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