Salvini, Serra “il poveretto” e l’Australia

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imageCi risiamo. Quest’inspiegabile necessità di dire la propria su tutto e su tutti nell’era dei social ha raggiunto di nuovo le vette del paradosso. Sembra essere diventato un istinto irrefrenabile, dalle radici ancestrali. Quasi fossimo dotati di un muscolo involontario che reagisce incondizionatamente alle domande: “A cosa stai pensando?”; “Cosa c’è di nuovo?”.

Proprio alla twitteriana interpellanza Matteo Salvini si sente sempre e comunque di rispondere, non sia mai Jack Dorsey s’offendesse.

Stavolta di domenica, in virtù del vecchio adagio che vuole che un vero leader non riposi mai, Salvini partorisce un tweet da primato, utilizzando la tragedia dei migranti che affollano le acque di Lampedusa, qualcuno da vivo, qualcun altro un po’ meno, molto meno: «12 BARCONI carichi di immigrati (tutti pacifici?) sono stati segnalati a Sud di Lampedusa. Fosse per me li aiuterei, li curerei e darei loro cibo e bevande. Ma li terrei al largo e NON LI FAREI SBARCARE, ne abbiamo abbastanza. Siete d’accordo?».

Ora obiettivamente: ce lo sta chiedendo davvero? Uno che si è posto pubblicamente questa domanda è stato Michele Serra. Dalle colonne di Repubblica Serra prova ad analizzare causticamente il tweet di Salvini dipingendolo come più o meno come la pasta, che piace a tutti e tutti mette d’accordo. È il tweet del compromesso facile, la xenofobia che si veste da democrazia cristiana e concilia l’aiuto umanitario senza accollarsi il peso fisico dei migranti. Un aiuto a largo, per parafrasare l’ironia di Serra.

Affermare di lasciarli affogare o morire di freddo in mezzo al Mediterraneo, non è molto social. Ci sono pur sempre anche donne e bambini e per la costante e forzuta campagna elettorale di Salvini, quest’immagine di xenofobo fascista non va per niente bene. E poi lui non è così, perché dovrebbe voler dire una cosa del genere quando lui li vuole aiutare? Rimpinzandoli a largo di cibo e coperte e farli divertire tutti insieme a giocare ad un enorme Jenga umano sui barconi?

È colpa di Michele Serra che ha travisato le sue parole, di quel “poveretto” di Michele Serra. A “L’aria che tira” su La7 è così che Salvini lo ha definito e ha aggiunto che lo manderebbe a studiare in Australia: «Un paese civile ed evoluto che gli immigrati li aiuta, li soccorre, li nutre, li veste, li cura, ma non li fa sbarcare sul suo suolo».

Ora. Interessante è capire la politica d’immigrazione australiana per comprendere il paradigma di Salvini. A Canberra e dintorni vige l’obbligo di respingere tutti coloro che non godono dello status di rifugiato politico, chi non ha la cittadinanza o chi risiede illegalmente nel paese viene e deve essere arrestato e deportato, così come chi possiede un visto scaduto.

Le soluzioni si limitano a: essere respinti direttamente in mare se non si è in possesso dei requisiti necessari (le imbarcazioni vengono trainate di peso e allontanate dalle coste australiane); essere trasferiti nei centri per l’immigrazione come quello di Christmas Island, dell’isola di Nauru o sull’isola di Manus in Papua Nuova Guinea. Qui si attende l’asilo e nel frattempo si sopravvive in condizioni di vita difficilissime, sono notizia di un paio d’anni fa gli stupri e le torture perpetrate nel centro di detenzione per rifugiati di Manus Island (http://www.sbs.com.au/news/article/2013/07/24/rape-and-torture-manus-island-whistleblower ). Inoltre dallo scorso dicembre l’Australia ha inasprito maggiormente la propria politica in materia di immigrazione (http://www.bbc.com/news/world-australia-30340579 ) aggiungendo nuove restrizioni ai rifugiati e ai richiedenti asilo, scatenando un duro dibattito tra il governo e i sostenitori dei diritti dei rifugiati.

La posizione australiana è piuttosto chiara, severa, discutibile e non condivisibile per alcuni, giusta e sacrosanta per altri, ma traccia una linea netta e definita. Il tweet di Salvini no. È ammiccante su più fronti, è cauto e meschino, ingenuo e furbesco, vuoto di propositi e con nulla da dire dentro.

140 caratteri dopati di maiuscole che strillano una posizione inesistente in un paese troppo sordo per ascoltarne l’assoluto silenzio celebrale.

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