Scuola. Corte di giustizia europea all’Italia: stabilizzare i precari

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“La clausola 5, punto 1, dell’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato […]che figura nell’allegato alla direttiva 1999/70/CE deve essere interpretata nel senso che osta a una normativa nazionale […] che autorizzi, in attesa dell’espletamento delle procedure concorsuali per l’assunzione di personale di ruolo delle scuole statali, il rinnovo di contratti di lavoro a tempo determinato per la copertura di posti vacanti e disponibili di docenti nonché di personale amministrativo senza indicare tempi certi per l’espletamento di dette procedure concorsuali ed escludendo qualsiasi possibilità, per tali docenti e detto personale, di ottenere il risarcimento del danno eventualmente subito a causa di un siffatto rinnovo.”

Così si è espressa la Corte di Giustizia europea in merito al rinnovo continuo di contratti a tempo determinato per i docenti della scuola italiana e per il personale amministrativo, tecnico e ausiliario. La sentenza, emanata lo scorso 26  novembre, evidenzia un contrasto tra la direttiva comunitaria 1999/70/CE e la normativa nazionale in quanto quest’ultima autorizza in modo generale e astratto il rinnovo dei contratti a termine, senza definire tempi certi rispetto all’organizzazione di concorsi atti a garantire l’assunzione certa e il passaggio in ruolo per i docenti. Secondo i giudici di Lussemburgo, inoltre, la normativa italiana non stabilisce se il rinnovo di queste forme contrattuali corrisponda a un’esigenza reale e soprattutto temporanea. Tradotto: il sistema scolastico italiano che imprigiona docenti e personale ATA nella morsa della precarietà, ricorrendo in maniera indiscriminata al tempo determinato, sembra voler rispondere a bisogni non provvisori e momentanei ma durevoli e definitivi.

Il monito della Corte europea è giunto a seguito del quesito posto dalla Corte Costituzionale e dal Tribunale di Napoli sulla conformità della normativa italiana all’accordo quadro dell’Ue sul lavoro a tempo determinato; la problematica, a sua volta, ha origine dalle cause  presentate da un gruppo di lavoratori precari assunti in istituti pubblici come docenti e collaboratori amministrativi, con una successione di contratti a termine.

Come si legge nel testo della sentenza, le forme contrattuali condannate risultano certamente legittime e utili se usate per rispondere onestamente alle esigenze temporanee di un ambito lavorativo sui generis, quale è quello scolastico, che necessità anche di flessibilità e di ricambi e supplenze tempestive. Il giudizio negativo della Corte di giustizia europea giunge, in questo caso, a seguito di un esercizio abusivo dei contratti a tempo determinato, dal quale deriva una situazione prolungata di instabilità e precarietà per  docenti e lavoratori ATA, i quali non hanno la prospettiva certa di un concorso futuro  per poter accedere ai passaggi di ruolo e al “posto fisso” e non possono, inoltre, usufruire di risarcimenti per i danni subiti dai continui rinnovi a scadenza.

La decisione della giustizia europea,dunque, condanna la situazione di precarietà in cui versano docenti e impiegati amministrativi provvisti del requisito dell’abilitazione e con oltre 36 mesi di servizio anche non continuativo su posti vacanti e disponibili. Impugnando tale sentenza di fronte a un tribunale italiano, infatti, questi lavoratori potranno godere di  un’ assunzione certa e di un risarcimento per il danno subito dal rinnovo di continui contratti a termine. Un risarcimento previsto anche per gli scatti di anzianità dal 2002 al 2012, finora non riconosciuti.

Sono circa 250 mila i precari della scuola pubblica italiana che potranno  godere dei benefici della sentenza di Lussemburgo, ma, stando alle parole dell’Avvocato Walter Miceli, non saranno i soli a poter impugnare questa decisione per uscire dalle difficoltà del panorama lavorativo italiano. Con questa sentenza, infatti,  anche i docenti delle scuole paritarie potranno sperare in una stabilizzazione intraprendendo, oltretutto, un percorso più agevole rispetto ai dipendenti pubblici in quanto esenti dall’applicazione dell’articolo 97 della Costituzione, che prevede l’accesso agli impieghi delle pubbliche amministrazioni mediante concorso.

L’Europa, dunque, si schiera con i lavoratori più deboli, sprovvisti di diritti e dimenticati dallo Stato italiano. E la giustizia comunitaria bacchetta proprio questo Stato che, con una normativa non conforme alla direttiva Ue (nella quale il contratto a tempo indeterminato figura come la forma comune dei rapporti di lavoro) è stato il primo complice dell’instabilità e della precarietà di tanti dipendenti scolastici i quali, nonostante l’indifferenza del sistema, hanno speso energie e forze per mantenere in piedi quelle poche virtù che la scuola italiana può ancora vantare. Schierandosi a favore dei dipendenti della scuola pubblica l’Unione europea prende le difese di un sistema scolastico che risente dell’instabilità delle molte persone che ne rappresentano l’organico.

All’indomani della sentenza, poco importano del Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Giannini che,  con un eccesso di semplificazione, afferma “l’inutilità” della decisione europea perché non incide sulle manovre già stabilite dal governo nel piano assunzioni per la Buona Scuola. Peccato che nelle misure indicate dal Ministro rientrino solo 150 mila precari (docenti) e restino del tutto esclusi i lavoratori ATA. La sentenza Ue infonde speranza a un bacino di dipendenti molto più ampio e, per i numerosi precari della scuola, è questa la vera vittoria.

(di Giulia Cara)

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