Migrantes: in fuga da Milano a Londra, l’emigrante italiano cambia faccia

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londraMaschio, tra i 18 e i 34 anni. Molto istruito, lombardo. Nubile. Non stiamo parlando dell’uomo perfetto ma dell’identikit del migrante così come fotografato dal IX Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes presentato la scorsa settimana a Roma.

Dimenticate quindi gli adolescenti siciliani diretti verso le coste americane in cerca di fortuna o i padri di famiglia pugliesi e campani traslocati nelle fabbriche tedesche e nelle miniere svizzere. Oggi l’istantanea è ben più elaborata e, per certi versi, preoccupante. Secondo il Rapporto, che si fonda sia sul database interno della Fondazione sia sull’Anagrafe Italiani Residenti all’Estero (AIRE, cui è obbligatorio iscriversi per i soggiorni fuori confine superiore ai 12 mesi) – sono ben 94.126 gli italiani che al 1 gennaio di quest’anno hanno scelto di lasciare il Paese, con un saldo assoluto positivo di ben oltre 15mila partenze rispetto al 2013, 16 punti percentuali in più. La prima destinazione è la Gran Bretagna, in netta controtendenza rispetto agli scorsi anni in cui Germania e Svizzera, insieme alla Francia, la facevano da padrone. Mode, flussi, tendenze demografiche e sociali di medio periodo, anche questo influisce sulla destinazione mentre resta importante e degno di nota il dato. In sé potrebbe anche comunicare poco in un’epoca di globalizzazione e di internazionalizzazione della forza lavoro, soprattutto nell’Europa di Schengen. Il numero diventa tuttavia significativo nel momento in cui lo si confronta col numero di immigrati – i quali pure suscitano più clamore in un Paese abituato a fare le valigie piuttosto che i check-in – e con i flussi territoriali.

Migrantes ha infatti rilevato come per gli oltre 94mila italiani che hanno lasciato il Paese, sono stati 43mila gli stranieri arrivati in Italia, meno della metà, segno che il fenomeno migratorio non è dovuto, se non in minima misura per quanto ci riguarda, al flusso demografico circolare generato dalla globalizzazione ma attiene a un serio problema di disagio economico-sociale. Ed infatti a partire sono per lo più uomini non sposati, sui 20/30 anni che in Italia non riescono a trovare soddisfazione alle loro aspirazioni soprattutto in termini meritocratici. La Regione con più partenze è la Lombardia, seguita da Veneto e Lazio. Da non sottovalutare infine la migrazione femminile: su 10 partenze, 4 sono di donne cui troppo spesso viene ostacolato un vero percorso di carriera specialmente negli ambiti economico – scientifici. A Macerata, Trieste, Fermo e Pordenone il tasso di emigrazione femminile è addirittura superiore a quello maschile.

Ma la situazione italiana è davvero così catastrofica? Minimizza il sottosegretario agli Esteri Mario Giro: “Quella degli italiani che si trasferiscono all’estero non è una fuga come chi scappa da guerre e persecuzioni religiose [..] ma è una scelta. [..] Gli italiani che migrano all’estero non rischiano la vita come non l’hanno rischiata i nostri nonni. Bisogna anche tenere presente che oggi migrare significa spostarsi per mantenere un contatto costante con la famiglia grazie a skype e alla possibilità di tornare. Non si parte più definitivamente”. Tutto vero, ad eccezione del fatto che i nostri nonni la vita l’hanno rischiata davvero e non per questo dovremmo preoccuparci di meno. Chi parte lo fa perché è stanco, sfiduciato, arreso di fronte a una cronica mancanza di prospettiva. Salvo rari casi non lo fa per bisogno perché il bisogno vero porta all’adattamento e in Italia ci si adatta poco, lavorativamente parlando. Allorché la sfiducia supera il bisogno significa che si è di fronte ad un popolo che non guarda più con fierezza a se stesso e al proprio Paese, che a quel futuro non crede più perché non solo non lo trova soddisfacente ma proprio non riesce ad immaginarlo.

Per provare a frenare questa emorragia di capitale umano, il Governo Renzi ha approntato il nuovo Jobs Act, definito da molti un guscio vuoto. Il disegno di legge delega consente all’esecutivo di legiferare quasi indisturbato su una serie di materie che riguardano l’ordinamento generale del mercato del lavoro ottenendo semplicemente il sì di Montecitorio e senza dover affrontare i classici passaggi dell’iter parlamentare. Il contenuto non pare tuttavia soddisfare nessuna delle parti in causa: eliminato ogni riferimento all’art. 18 – segno evidente di una certa debolezza dell’esecutivo di fronte ai sindacati di cui continua a subire i diktat – e prova a rendere più diffusa la tipologia del tempo indeterminato con il sistema delle tutele crescenti. Il ddl prevede anche una riforma del Testo Unico del Lavoro.

Ancora una volta l’ottica sbagliata. Per un lavoro che va riformato, c’è una manifattura che langue, un credito che scarseggia, il debito ancora non pagato della PA, uffici lenti e tasse a non finire, consumi a picco e deflazione galoppante. Non stupiamoci quindi se i nostri laureati, peraltro sottodimensionati rispetto agli altri Paesi europei – vanno all’estero. In Italia si propongono le leggi, si auspicano le riforme ma la mentalità, quella no, non cambia mai. Nemmeno con la globalizzazione.

(di Emiliana De Santis)

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