ISIS, intervista all’islamista Ventura: “Riconoscere reazione dell’Islam sano”

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Cos’è l’Isis? Qual è il percorso storico dello Stato Islamico? Quali scenari sono ipotizzabili nel rapporto tra l’Occidente e l’area politicamente più instabile del pianeta? Abbiamo cercato risposte incontrando il prof. Alberto Ventura, docente di Storia dei paesi islamici e Islam contemporaneo all’Università della Calabria, tra i maggiori islamisti in Italia.

Da dove viene l’Isis e come si inserisce nello sviluppo del fondamentalismo islamico?
Il cosiddetto “fondamentalismo” islamico nasce agli inizi del Novecento in Egitto con i Fratelli Musulmani, un’associazione all’inizio più culturale che politica, che si richiama soprattutto a tematiche quali l’etica, la società, la morale, di fronte ad una occidentalizzazione dell’Egitto che avveniva nelle grandi città attraverso il contatto prima con i francesi, poi con gli inglesi. Col passare del tempo questo movimento viene duramente perseguitato prima dal regno dell’Egitto e poi dai militari saliti al potere con un colpo di stato. Ciò fa sì che il movimento si irrigidisca, si politicizzi e, in alcuni suoi rami, diventi violento, che si trasformi in un movimento clandestino di rovesciamento dello Stato. Nell’ultimo quarto del XX secolo, una parte del movimento viene sdoganata dal regime repubblicano e viene consentita la costituzione di un partito dei Fratelli Musulmani con una rappresentanza in Parlamento più o meno innocua. La restante parte del movimento, invece, entra in clandestinità scegliendo la strada della violenza e del terrorismo, con l’idea di costituire uno stato islamico, che rispetti i dettami dell’Islam.

Come nasce, invece, Al Qaeda e il movimento globale della Jihad?
Il movimento globale del jihad nasce coscientemente per iniziativa di quei gruppi emigrati in varie guerre sante organizzate spesso con la complicità di regimi autoritari, Egitto e Arabia Saudita in testa, che per liberarsi di questi elementi molesti li inviano dalle carceri a combattere in Afghanistan. Il tutto con la supervisione degli Stati Uniti, come dimostrano le parole di Kissinger “anche i sovietici ora hanno il loro Vietnam in Afghanistan”. Progressivamente nasce così il fenomeno di Al Qaeda, del grande terrorismo internazionale. A tal proposito va sottolineato che Al Qaeda non è mai stata una centrale del terrore come la si faceva intendere, né un’organizzazione. Il nome di Al Qaeda deriva da uno strumento informatico e, in effetti, era un database di informazioni che potessero essere utili per realizzare mobilitazioni internazionali contro il potere costituito e ottenere maggiore visibilità. Nei primi anni ’90 nasce la nuova strategia del terrore concepita da Zawahiri, il numero due di Bin Laden ma vera mente del movimento, ovvero la strategia del “nemico lontano”: trovare un nemico nell’Occidente e negli Stati Uniti a scopi propagandistici per rafforzarsi al fine di rovesciare i singoli regimi fino a quel momento mai sconfitti.

E così, dunque, arriviamo all’Isis. Ma quali sono le peculiarità di questo nuovo Stato Islamico?
L’Isis arriva in un momento in cui, in una zona simbolicamente importante per la storia islamica come l’area siro-mesopotamica, si è venuto a creare un vuoto, uno spazio non occupato. Lo Stato Islamico viene proclamato in zone semplicemente non governate, nel caos lasciato tra Siria e Iraq. In questo, ovviamente, esistono forti responsabilità dell’Occidente e il presidente iraniano Rohani non ha tutti i torti quando giudica le politiche occidentali, statunitensi soprattutto, totalmente dissennate: reazioni scomposte, processi di democratizzazione e stabilizzazione fallimentari in Iraq, Afghanistan e Libia. In Libia, vedendo cosa sta accadendo in Iraq, alcuni gruppi si stanno già organizzando per occupare spazi vuoti non direttamente gestiti dal nuovo stato libico. In Egitto i militari hanno un controllo molto più profondo del territorio e non c’è spazio, eccezion fatta per l’area del Sinai tenuta tutto sommato sotto controllo.

Quali sono le principali differenze tra l’Isis e Al Qaeda?
La grande novità introdotta dall’Isis e messa in luce da alcuni studiosi – anche se qualsiasi analisi è in questo momento prematura – riguarda la composizione psico-sociale degli attori coinvolti. Mentre i primi fondamentalisti erano semplicemente dei conservatori di provincia concentrati nella salvaguardia dei valori dell’Islam, mentre il fondamentalismo più violento, alla Al Qaeda per intenderci, venne chiamato neofondamentalismo per aver abbandonato la religione in senso stretto nella direzione di una ideologia politica finalizzata alla conquista del potere economico detenuto da regimi bloccati, dinastie familiari, dittature militari, quest’ultimo atto del fondamentalismo rappresentato dall’Isis, vista la numerosa presenza di rivoltosi europei intenti nelle “vite precedenti” a fare i rapper e i dj, vive di una particolare trasformazione: dalla violenza disegnata strategicamente per il raggiungimento di uno scopo preciso a una violenza fine a se stessa, all’essere contro. Molti rappresentanti europei del nuovo Stato Islamico erano dei “trasgressori” nei loro paesi di origine, che attuavano forme di ribellione sociale anche attraverso l’arte e la musica. L’Isis rappresenta per loro una grande occasione di esposizione mediatica che vive di pura trasgressione, di violenza fine a se stessa senza un progetto politico preciso.

Nell’Isis è presente anche una forma di assistenza sociale alla popolazione?
Sì. Un altro elemento da sottolineare, infatti, è lo sforzo profuso sul territorio dai fondamentalisti dell’Isis in questi mesi nel tentativo di dare alle popolazioni locali l’assistenza sociale che non hanno mai ricevuto da qualsiasi tipo di regime. Come hanno fatto i Fratelli Musulmani in Egitto e in Tunisia, o Hamas in Palestina. I membri dell’Isis sembra abbiano capito che è necessario avvicinarsi alla popolazione che non condivide i loro metodi. Gli sviluppi sono imprevedibili.

Come si inserisce l’Occidente in questo contesto?
In questo sistema l’Occidente è visto ovunque come complice dei regimi autoritari, come quelli che hanno tenuto in piedi i Mubarak, i Saddam e i Ben Ali, quelli che hanno creato i talebani. C’è bisogno di azioni forti, partendo dal proibire la diffusione di notizie fasulle e mistificatorie. Se c’è la volontà politica si crea l’opinione pubblica. Nello stesso modo in cui è stata creata l’islamofobia, si può generare un senso comune contrario, promuovere una nuova immagine del rapporto che dobbiamo avere con questi nostri cugini, con i quali abbiamo condiviso secoli di percorsi paralleli. Dobbiamo smettere di avere questa idea di superiorità, di dominio, di manicheismo nei confronti del resto del mondo. Bisogna allontanare la convinzione che noi siamo razionali e democratici e loro fanatici, superstiziosi e arretrati. Perché semplicemente non è vero.

L’Occidente ha autorevolezza o autorità per legittimare un intervento diretto?
Nel resto del mondo, non solo in quello islamico ma anche in Cina, in India, in Africa, l’Occidente non ha più nessuna autorevolezza. Oggi l’Occidente viene visto come qualcuno che tiene il salottino buono per sé ma fuori casa fa le cose peggiori. L’autorità forse ce l’avrebbe ancora, ma è esclusivamente un’autorità di forza. Non basta la reazione propagandistica del “fermiamo la barbarie”. Bisognerebbe cominciare a riconoscere al mondo islamico sano che esiste una reazione a quanto sta accadendo in Iraq e Siria. Da noi viene presentata una immagine unica dell’Islam e si tace sul fatto che tutti i paesi arabi sono contro l’Isis, che tutte le associazioni islamiche si sono schierate contro lo Stato Islamico inviando documenti ad al-Baghdadi e denunciando le azioni atroci che nulla hanno a che vedere con l’Islam. Se noi riuscissimo a far capire che spalleggiamo concretamente la parte sana dell’Islam ancora largamente maggioritaria, se le dessimo i dovuti riconoscimenti smettendo di proiettare un’immagine dell’Islam come il male assoluto, aumenteremmo la nostra credibilità, rendendo sterili le reazioni del mondo musulmano.

(di Fabio Grandinetti)

foto di Getty Images

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