Referendum in Scozia: anche lo sport dice la sua

scozia seprazioneIl 18 settembre rischierà di essere un giorno epico per la storia del Regno Unito. In Scozia, infatti, avrà luogo il tanto atteso scontro alle urne tra separatisti e unionisti. La Scozia andrà al voto per decidere se continuare la propria esistenza intrecciata a doppio filo con quella dell’Inghilterra, sotto la bandiera della Gran Bretagna. Oltre ai notevoli risvolti politici, economici e sociali però c’è anche un altro mondo che potrebbe subire profondo mutazioni. Lo sport sarà, anche quello, motivo di analisi e dibattiti. Non saranno gli sport di squadra a generare problemi, visto che la Uefa e la Fifa riconoscono da sempre le quattro nazionali come squadre indipendenti. Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord partecipano senza problemi a Mondiali ed Europei sotto la loro bandiera, non è così per gli sport individuali dove, ad esempio alle Olimpiadi, tutti gareggiano sotto la bandiera britannica.

La rappresentativa britannica di calcio – Ecco quindi che laddove, nel mondo del calcio, c’è stato il problema inverso, ovvero quello del non voler utilizzare quasi mai la nazionale di calcio britannica, negli sport individuali il grande cambiamento sarebbe quello di non essere tutti rappresentanti dell’Union Jack. Nel 2012, in occasione delle Olimpiadi di Londra, la nazionale britannica di calcio è comunque tornata a rappresentare la Gran Bretagna. Era dal 1960, dalle Olimpiadi di Roma, che la squadra, capace di vincere due medaglie d’oro in casa nel 1908 e a Stoccolma nel 1912, non partecipava a nessuna Olimpiade (unica competizione ufficiale nella quale veniva schierata). Nel 1974 la nazionale britannica fu messa poi ufficialmente da parte per dispute interne alla Football Association sulla distinzione tra professionisti e dilettanti (categoria che poteva partecipare alle Olimpiadi) per poi tornare pronta nel 2012 a ospitare i giochi casalinghi. O almeno quella era l’intenzione. Bisogna considerare poi il fatto che essere la nazione ospitante è l’unico modo per le quattro nazionali della Gran Bretagna di poter partecipare alle Olimpiadi. Visto che la qualificazione sul campo si ottiene dagli Europei Under 21, dove la Uefa riconosce Galles, Inghilterra, Scozia e Irlanda del Nord in maniera separata e distinta,per partecipare bisogna essere riconosciuti dal CIO, che accetta soltanto la bandiera del Comitato Olimpico britannico. Alla fine a Londra si sono presentanti 18 inglesi e 5 gallesi, con gli scozzesi non intenzionati a partecipare a un riunion poco gradita, neanche se con la certezza di farlo soltanto per il mese di durata delle Olimpiadi. 

Nel calcio nulla di grave, ma per gli altri? – Ecco quindi che se per il calcio perdere l’apporto scozzese non è un problema, visto il sostanziale non utilizzo della nazionale britannica di calcio, per gli altri sport, che invece vivono di Olimpiadi, potrebbe esserci qualche cambiamento. Nell’ultimo secolo circa il 15% delle medaglie internazionali vinte dalla Gran Bretagna sono state vinte da atleti scozzesi, con la percentuale in aumento. Mentre nella corsa al medagliere nelle Olimpiadi casalinghe del 2012, il 20% dei podi furono degli appartenenti alla croce di Sant’Andrea. Proprio il tema dello sport Olimpico quindi rischierebbe di rimanere fuori dalle beghe politiche e dagli effetti dell’eventuale scissione: in sede olimpica a chi converrebbe andare incontro alla privazione di tante medaglie? Almeno nello sport sono quindi in tanti a pensare che l’unione faccia ancora la forza.

Andy Murray, scozzese quando perde ma inglese quando vince – In una situazione del genere non poteva mancare il pensiero all’uomo che forse più di tutti ha rappresentato in certo qual modo l’essere britannico. Forse nessuno quanto Andy Murray è stato adottato dal mondo inglese, pur essendo uno scozzese. Il suo atteso trionfo a Wimbledon ha rappresentato per i sudditi di sua maestà la fine di un’attesa che durava da 77 anni. Un ingelse campione, finalmente. Un inglese capace di portare una medaglia d’oro, sempre sul centrale di Wimbledon, alla causa britannica alle Olimpiadi. Ma tante altre volte Andy Murray è stato lo scozzese incapace di concretizzare il suo talento, fallendo sempre l’ultimo passo a Wimbledon. Il suo parere non poteva mancare e nonostante una vita passata a giocare sotto la bandiera britannica in Coppa Davis, al fianco di amici inglesi, Andy in caso di vittoria del sì giocherebbe per la Scozia. Non ha svelato per chi voterà, ma forse ha già detto tutto.

Uniti mai. Questa volta forse sì- In Scozia si gioca, giocava, visto che i Rangers non militano più nella massima serie scozzese, il derby dei derby. Celtic contro Rangers, diversi in tutti, odio calcistico guidato e fomentato dall’odio religioso. Cattolici (Celtic) contro protestanti (Rangers). Un odio che ha trovato però un unione questa volta nella scelta politica della divisione. Ecco quindi che per la prima volta tifosi lontani anni luce si sono ritrovati sulla stessa lunghezza d’onda. Sondaggi interni al mondo delle tifoserie hanno evidenziato il fatto che anche i Rangers, storicamente fedeli alla Regina d’Inghilterra, hanno circa un 45% di tifosi pronti a votare sì, contro il 41% dei no (14% di astenuti). Così come il 48% dei tifosi dei Celtic voterà sì. Le squadra con le tifoserie schierate per un sì sono comunque la minoranza, ma la divisione intanto è riuscita ad unire lì dove sembrava impossibile. In questi giorni sono state molte, infatti, le critiche che esponenti dei tifosi di Celtic e Rangers hanno fatto alle vecchie stelle dei loro club che hanno propagandato il no alla separazione. Stesse critiche e stessi comportamenti per tifosi radicalmente diversi, la palla ora passa alle urne per scoprire chi tra separatisti e unionisti vincerà questa storica partita.

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