Le Meraviglie. Vince a Cannes l’elogio delle piccole cose

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lemeravigliedi Annalisa Gambino

Non ha solo vinto il gran Prix della giuria di questa edizione del festival di Cannes ma Le Meraviglie di Alice Rohrwacher è stato addirittura l’unico film italiano a concorrere nella prestigiosa kermesse francese.

La Rohrwacher rappresenta una nuova e importante voce del cinema italiano fino ad ora poco conosciuta. Il suo esordio come regista è avvenuto nel 2006 con il documentario Checosamanca, e a decretarne il successo è stato il lungometraggio del 2011, Corpo celeste, con il quale la regista si aggiudica il Nastro d’argento per la miglior opera d’esordio.

Le Meraviglie nasce dalle vicende autobiografiche della regista che, cresciuta tra la Toscana e la Germania, porta sullo schermo una piccola e semplice storia che contempla estasiata la complessità delle relazioni umane di una famiglia di apicoltori; il tutto filtrato attraverso gli occhi di Gelsomina, la più grande di quattro sorelle.

La famiglia di Gelsomina è una famiglia sui generis composta da un padre autoritario franco-tedesco, da una madre toscana accondiscendente, dall’amica tedesca abbastanza svampita Cocò, dalle altre tre sorelle minori e da Martin un bambino mezzo delinquente  arrivato non si sa bene da dove, per essere rieducato e aiutare la famiglia nella produzione del miele.

Il nucleo familiare si aggrappa con ostinazione e, con sempre maggiori difficoltà, a preservare uno stile di vita legato alla terra nella direzione dell’autarchia.

I giorni sono scanditi dai ritmi lenti del mondo agricolo. Risulta netta la contrapposizione tra l’ambiente chiuso e ristretto del casale e il mondo esterno che nel film è rappresentato da miti inarrivabili della televisione: dallo spot di un favoloso gioco a premi presentato da Monica Bellucci alle sigle di Non è la Rai.

A vivere maggiormente il disagio di questa contrapposizione è Gelsomina, una straordinaria Maria Alexandra Longu, che in piena fase adolescenziale non è più disposta a stare a compromessi assurdi imposti dal padre e da questo stile di vita.

Le Meraviglie porta alla ribalta un bucolico elogio delle piccole cose che si riflette anche nello stile di regia. Lontano dalle tecniche del cinema contemporaneo la Rohrwacher preferisce uno stile autoriale, sporco, quasi analogico. L’aridità del paesaggio è traslata nei personaggi con lente carrellate senza stacchi volte a mettere in risalto il vuoto introspettivo di questi ultimi che si aggirano come insetti nella vastità del paesaggio agreste.

Un film pacato e intenso che dimostra avere la capacità di raccontare la realtà filtrata attraverso l’acuta innocenza di una dodicenne.

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