Andy Warhol. L’icona della pop art in mostra nella città eterna

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di Emiliana De Santis

“Ignoro dove finisca l’artificiale e inizi il reale”. È per questo che Andy Warhol si è sentito per tutta la vita come dentro ad un film. Nemmeno lo sparo di Valerie Solanas gli fece cambiare idea. Un mese e mezzo di coma che ne ha scosso la coscienza. Per tutta la vita si è preso gioco di una morte che lo ha accolto nel modo più assurdo: un eccesso di anestetico durante una banale operazione alla cistifellea.

Non le anfetamine, non gli eccessi, non le notti stroboscopiche della Factory. Anestetico. Lo stesso che gli procurava la sua arte. Colorata, iconica, semplice nella sua immediatezza ma con un impatto visivo prorompente. Ridono i teschi, ripetuti all’infinito su una tela di enorme lino. Si tingono di verde e arancio gli incidenti d’auto, fumetti serigrafici della cruda realtà. Assomiglia a un crocifisso bizantino quella sedia della morte, accompagnata da un arcobaleno di toni e dalla scritta, quasi religiosa “Silenzio”.

Perché Andy non è stato solo un artista. È stato l’Artista del mondo contemporaneo, così attratto dalla celebrità e pure pupular come non mai. Questo ci dice la mostra a lui dedicata a Roma presso gli spazi del Palazzo Cipolla in via del Corso, apertasi lo scorso 18 aprile. L’esposizione presenta oltre 150 opere, tele, fotografie, sculture che fanno parte della Brant Foundation, la collezione privata di Peter Brant, amico intimo e grande appassionato dell’opera di Warhol, che con lui ha condiviso gli anni più belli, quelli dell’ascesa e del successo. È lo stesso Brant insieme al critico Francesco Bonanni a curare la mostra, promossa da Fondazione Roma, Comune di Milano e Palazzo Reale, Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico-Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Roma, prodotta e organizzata da Arthemisia Group e 24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE.

Questa collezione è un’occasione rarissima di poter vedere uno dei gruppi di opere più importanti dell’artista americano a cominciare dalla famosa Campbell’s Soup, passando poi per Blue Shot Marilyn, L’Ultima Cena, Dollar Sign e i tanto cari Flowers, serie tra le più rappresentative della straordinaria originalità di Warhol. Non manca nemmeno un’accurata selezione degli scatti alle celebrities (Mick Jagger, Liza Minnelli, Arnold Swarzenegger, Jimmy Carter, lo stesso Peter Brant) immortalati nei momenti di maggior fulgore e successo.

“La pop art è un modo di amare le cose” tutte quelle cose che il piccolo Andy, figlio di immigrati cecoslovacchi nei grigi sobborghi operai di Pittsburgh, fino a 21 anni non aveva mai posseduto. Collezionava figurine di Elvis e così cercava di fuggire da quel mondo di privazioni e miseria. Poi Manhattan, i manifesti pubblicitari, il lavoro di grafico per Harper’s Bazar, le vetrine di Tiffany, i flaconi di profumo, la Factory. Ha vissuto tanto, ha vissuto a pieno ogni giorno dei suoi 59 anni, consapevole di un aspetto che solo le migliaia e migliaia di autoscatti potevano esorcizzare. Non bello, non affascinante. Creativo, esecrale, provocatorio come solo chi serigrafa La Monna Lisa può essere.

Lui che di comunista non aveva nemmeno l’ombra dipinge Mao Tze Dong e ne fa un gruppo pittorico e cromatico che rende il leader un brand del nemico. Immortala e gioca sull’immagine di Nixon per spronare la folla a votare il democratico McGovern. Gira film, lancia e produce i Velvet Underground (del cui disco di esordio The VelvetUnderground and Nico disegna la celebre banana in copertina), ricopre con vernice di color argento le sue stesse opere per lasciare come traccia indelebile il ricordo della censura subita. In occasione dell’esposizione mondiale di New York nel 1964, l’architetto Philip Johnson commissionò infatti a Warhol un grande pannello per decorare la facciata del padiglione dello Stato di New York. Per realizzare il progetto Warhol si servì di foto segnaletiche dei tredici criminali più ricercati dall’ F.B.I. Il tema trattato suscitò immediate reazioni e la direzione chiese all’artista di rimuovere il pannello. Warhol propose allora di sostituire le foto dei ricercati con quella del direttore dell’esposizione, Robert Moses, richiesta anch’essa rifiutata. E così Andy dipinge tutto lo spazio lui dedicato con vernice argentata per evidenziare il bavaglio cui la polemica lo aveva costretto.

Eppure è un uomo che non riesce a star solo, che si circonda di arte e di compagnia per dover evitare di fare i conti con se stesso e con una conclamata superficialità, sintomo altresì profondo di un animo tutt’altro che semplice ma volontariamente devoto a rendere l’arte più umana e più comprensibile. Popular appunto.

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