Renzi trova l’intesa con Berlusconi e scontenta il PD

di Fabio Grandinetti

Sabato sera il sottosegretario renziano ai trasporti Erasmo D’Angelis twittava così: «Pensierino della sera: e se dedicassimo almeno il 10% dell’interesse di rete, media e politica per #renziberlusconi a dissesto e altri guai?». In un momento in cui il love affaire Hollande-Gayet si prende i titoli dei telegiornali di tutta Europa, compresi i nostri, un incontro tra Renzi e Berlusconi al Nazareno non pare un argomento tutto sommato di poco conto. Il giorno prima il sindaco di Firenze aveva annunciato alle Invasioni Barbariche, con tono leggero e quasi sfottente, che l’incontro si sarebbe tenuto nella stanza del segretario, «dove c’è un bellissimo quadro di Che Guevara e Fidel Castro che giocano a golf». Ci perdonerà D’Angelis se ci sentiamo di non condividere il pensierino della sera, perché il faccia a faccia tra il segretario del Pd e il decaduto e incandidabile Berlusconi nella sede del partito è una notizia politicamente e mediaticamente forte, molto forte.

Il bilancio del meeting Renzi lo ha espresso tramite facebook: «Sono stato eletto alle primarie per cambiare le regole del gioco, per rilanciare sul lavoro, per dare un orizzonte al PD e all’Italia […] L’accordo, trasparente e alla luce del sole, è molto semplice. Si fa una legge elettorale per cui chi vince governa stabilmente senza il diritto di ricatto dei partitini […] Nasce il Senato delle Autonomie: via i senatori eletti, via i loro stipendi con riduzione del numero dei parlamentari e dei costi della politica. Si cambia il titolo V, superando non solo le province ma semplificando anche il ruolo delle Regioni (energia, turismo, grandi reti): in più i consiglieri regionali riducono indennità a quelle dei sindaci e si cancellano i rimborsi-scandalo ai gruppi. Tutto questo produce un miliardo di euro di risparmio, come promesso. Finalmente la politica passa dalle parole ai fatti. Questo accordo è oggi a portata di mano. Certo, non ci saranno più i partitini a ricattare (come è accaduto troppe volte), non ci saranno più mille parlamentari, non ci saranno più i rimborsoni dei consiglieri regionali. Però, forse, ridaremo credibilità alla politica. Per una volta facciamo ciò che abbiamo promesso. E questo mi sembra l’unico modo per cambiare verso».

Gli oltre 6000 commenti al post del segretario equivalgono su per giù a 6000 dichiarazioni di voto al M5S, riassumibili in un «dopo questa non ti voto più». Prima di deludere gli indecisi e gli elettori volatili, Renzi aveva assestato un bel pugno nello stomaco dei militanti di partito con le parole pronunciate nella conferenza stampa che aveva fatto seguito all’incontro: «C’è una profonda sintonia tra il Pd e Forza Italia sulla legge elettorale, verso un modello che favorisca la governabilità, il bipolarismo e che elimini il potere di ricatto dei partiti più piccoli». Come se l’ingovernabilità del Paese e le larghe intese fossero dovute ai capricci dei partitini. La bozza di riforma elettorale sarà più chiara nelle prossime ore, intanto le reazioni politiche sono arrivate tempestive, mettendo in scena il solito gioco delle parti, con lo “sconosciuto” Fassina e l’ignorato Alfano protagonisti principali.

Che i due maggiori partiti di una repubblica parlamentare si confrontino sulla riforma elettorale e sulle riforme dello Stato più rilevanti non deve stupire nessuno. È più che mai legittimo. Tanto più se il terzo partito del Paese non è un partito e non conosce la parola confronto. I contenuti dell’accordo, inoltre, sembrano almeno in parte condivisibili. A stupire sono i modi. Non è usuale che un segretario annunci a Daria Bignardi la prossima mossa del partito sbeffeggiando i riferimenti storici e politici di una parte del suo (ex) elettorato. Non è piacevole che Renzi, così come Berlusconi con la formula magica dell’eletto dal “popolo sovrano”, continui ad utilizzare il “popolo delle primarie” come un incantesimo per respingere le accuse sulla gestione patronale del partito. Non è coerente che chi nel settembre 2013 diceva «Berlusconi game over», chi mal digerisce il governo delle larghe intese, attaccandolo un giorno sì e l’altro pure, ora riabiliti l’avversario e vada orgoglioso dell’accordo. Non è normale che Renzi e Berlusconi, leader extraparlamentari, aggirino l’iter parlamentare e le istituzioni deputate alla discussione delle riforme privilegiando la personalizzazione e la spettacolarizzazione del dibattito politico.

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