Decreto scuola. Tante nuove proposte, in bilico l’attuazione

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di Emiliana De Santis

Convertito in legge a ridosso della scadenza e ostaggio delle tempistiche attuative, il decreto “La Scuola riparte” è legge dello Stato (legge n.128 dell’8 novembre 2013). Nuove importanti misure e finalmente un’inversione di tendenza rispetto a un passato di tagli drastici e riforme poco lungimiranti. Ma le associazioni studentesche sono già sul piede di guerra e c’è chi, tra sindacati e insegnanti, lamenta una certa mancanza di coraggio e confusione nel dettato normativo.

“Dopo anni di sacrifici, di tagli agli cieca, come ha ricordato lo stesso Presidente Napolitano, questo decreto restituisce finalmente risorse e centralità al mondo dell’Istruzione. Sono orgogliosa del lavoro fatto, anche nel passaggio in Parlamento” ha dichiarato il ministro Maria Chiara Carrozza in conferenza stampa. Lo stesso presidente del Consiglio Enrico Letta non ha potuto se non plaudere di fronte ad un testo che prova a riprendere le fila di un discorso formativo inclusivo e ad inquadrare nuovamente l’Istruzione come un percorso d’insieme. Obiettivo del ministro era anche quello di ri-centralizzare alcune importanti funzioni, sempre nel rispetto del Titolo V della Costituzione, soprattutto in materia di borse di studio e collegamento scuola – lavoro, affinché l’eccessiva frammentazione e la lunga catena burocratica non distruggessero sul nascere lo spirito di rinnovamento dichiarato nelle intenzioni. Il testo in verità è su alcuni punti molto più fumoso di quanto il Governo non abbia dato a vedere: tante disposizioni – le nuove norme sulla concessione del permesso di soggiorno agli studenti stranieri, i regolamenti per la stipula delle convenzioni tra scuole, università e aziende, le modalità di svolgimento delle prove concorsuali per il personale docente e amministrativo – dipendono dalla velocità con cui l’esecutivo sarà in grado di operare. È questo l’aspetto più traballante della legge, appeso al filo di una crisi politica che potrebbe arrivare da un momento all’altro e alla disponibilità di risorse che solo una travagliata legge di stabilità può riuscire a disporre.

Vediamo i provvedimenti. Come annunciato nel decreto (confronta articolo “L’istruzione riparte. La scuola no” del 16 settembre 2013) tante le misure in favore del welfare studentesco, del collegamento tra scuola e lavoro, dell’edilizia scolastica e delle assunzioni. Ampliate le risorse a favore delle borse di studio: 112,5 milioni annui in pianta stabile già a partire dal 2014 oltre ai 15 milioni delle graduatorie regionali per gli studenti delle scuole secondarie che abbiano bisogno di supporto per specifici servizi. Irrisoria ma simbolica la destinazione annua in borse di studio del 3% delle risorse del Fondo unico di Giustizia, che raccoglie i beni confiscati alla mafia. E poi integrazione delle anagrafi, soldi alle famiglie per l’acquisto dei testi e alle scuole per la concessione dei tablet in comodato d’uso oltre alla possibilità per i docenti di fare da sé i libri di testo senza necessità di acquistare testi nuovi ogni anno. Del raccordo tra studio e lavoro si occupano 2 articoli che riprendono sia la Legge Biagi sia il Testo Unico del 2011, i cui strumenti si è ritenuto utile ribadire poiché largamente inapplicati. Aperte agli alunni delle secondarie e agli studenti universitari le porte dell’impresa tramite contratti di apprendistato, presumibilmente di alta formazione, come si deduce da una prima interpretazione del testo. I tirocini saranno disciplinati nel dettaglio da apposite convenzioni e gli studenti avranno un tutor aziendale, un piano didattico e delle verifiche da superare per poter ottenere fino a 60 crediti formativi.

Gli articoli 10, 10-bis e 10-ter sono invece una delle vere novità poiché finalmente destinano all’edilizia scolastica delle risorse di lungo periodo. 40 milioni di euro all’anno per 30 anni, 850 milioni in totale secondo quanto calcolato dall’Associazione nazionale dei costruttori edili, e la possibilità di contrarre mutui a tassi agevolati con la Banca Europea per gli Investimenti, la Banca di Sviluppo del Consiglio d’Europa e la Cassa Depositi e Prestiti. Altra importante novità riguarda la modifica della destinazione dei finanziamenti: il testo iniziale dava unicamente la possibilità di intervenire su ristrutturazioni straordinarie e messa in sicurezza di scuole esistenti mentre, nel passaggio alle Camere, la destinazione d’uso è stata ampliata dando la possibilità di investire in nuove scuole, campus universitari e di adeguare le strutture esistenti ai criteri antisismici. Più stringente il controllo esercitato dal Parlamento che esigerà  una relazione annuale sullo stato di avanzamento dei cantieri e sulla progressione delle spese. L’attuazione della misura dovrà tuttavia attendere un decreto interministeriale previsto per febbraio appeso come il resto delle norme al sottile filo della stabilità del Governo.

Al sostegno andranno 26 mila nuovi insegnanti da aggiungersi a quelli assunti tramite nuovi concorsi, il 50 percento, e tramite la stabilizzazione dei precari, l’altro 50 percento. In totale 85 mila nuovi immissioni a tempo indeterminato nel triennio 2014-2016, 69 mila docenti e 16 mila Ata, nel rispetto degli obiettivi programmati di finanza pubblica e del criterio di invarianza finanziaria, punto che fa storcere il naso alle associazioni di categoria timorose di una marcia indietro di fronte ai diktat del debito pubblico. In Viale Trastevere pensano quindi a un’organica riforma della posizione dei docenti, legata a una norma del 1974 e mai veramente modificata nonostante i tentativi di rinegoziazione contrattuale e gli interventi una tantum. Il problema non risiede tanto, infatti, nei livelli retributivi di accesso, sostanzialmente in linea con il resto d’Europa, ma nella progressione di carriera che in Italia è molto più lenta e avviene solo per anzianità. Si ipotizza per i docenti un programma di formazione e di aggiornamento continuo in cambio del riconoscimento formale delle ore di didattica non frontale.

Inoltre ammissioni in sovrannumero nelle facoltà a numero chiuso per tutti coloro che sono stati penalizzati dal bonus maturità, il ritorno dell’inglese e della geografia alla scuola materna e soldi per le reti wi-fi. Confermato il percorso di didattica sperimentale integrativa per combattere la dispersione scolastica, la possibilità per gli enti di ricerca di assumere ricercatori e tecnologi, in deroga alla norma che prevede l’obbligo di utilizzare personale già collocato in mobilità o in disponibilità prima di avviare le nuove assunzioni e fondi assegnati in base alle valutazioni di merito dell’Anvur. La scuola sta  provando a parlare di merito. Speriamo presto anche l’Italia.

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