Orgoglio e pregiudizi: per discutere insieme di informazione e identità di genere

di Mariacristina Giovannini

Con le parole diamo forma al mondo. La realtà rappresentata dal nostro vocabolario – che è in continua evoluzione – è un argine, ci contiene, promette di riempire le lacune.

E non è un caso se, parlando di discriminazioni basate sull’orientamento sessuale o sul genere, si finisce sempre col discutere di linguaggio.

I media giocano un ruolo fondamentale nella diffusione del pregiudizio, nel senso etimologico del termine: un giudizio che prescinde dalla conoscenza, uno sguardo che si sottrae più o meno intenzionalmente.

Qual è l’arcipelago di parole che leggiamo sulla stampa quando si parla di persone LGBT? E noi, a cosa associamo, ad esempio, il vocabolo transessuale?

Ogni volta che, meccanicamente, componiamo il binomio trans/prostituzione, ci rendiamo complici di una lettura parcellizzante del reale, che manipola e distorce, che circoscrive nell’angusto perimetro della discriminazione.

Come ricorda il Parlamento Europeo “omofobia, lesbofobia, transfobia sono forme di avversione irrazionali, analoghe al razzismo, alla xenofobia, all’antisemitismo e al sessismo”.

Con l’obiettivo di un superamento del pregiudizio a partire dal linguaggio, l’agenzia giornalistica Redattore sociale, su input dell’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali del Dipartimento per le Pari opportunità, ha organizzato un ciclo di incontri per discutere di informazione e identità di genere.

Quattro città – Milano, Roma, Napoli, Palermo – per quattro seminari a partecipazione gratuita (ma con iscrizione obbligatoria), rivolti a comunicatori e giornalisti. Gli incontri, finanziati dal Consiglio d’Europa, hanno il patrocinio dell’Ordine nazionale dei giornalisti e della Federazione nazionale della stampa italiana.

I seminari, che si svolgeranno tutti nel mese di ottobre, sono parte di un progetto di sensibilizzazione dei media attivato nell’ambito della “Strategia nazionale 2013-2015 per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”, promossa dal Consiglio d’Europa su raccomandazione del Comitato dei ministri agli Stati membri.

L’obiettivo è formare comunicatori consapevoli, e quindi in grado di emanciparsi da un linguaggio discriminatorio, povero di sfumature e ancora inadeguato a restituire la complessità delle identità sessuali.

Per fortuna, però, la lingua è un corpo vivo, che a volte vibra anche nostro malgrado. Per dirne una, mentre il Governo in carica risponde alla violenza sulle donne con l’ennesimo “pacchetto sicurezza” (e un sostanziale fraintendimento del ruolo dello Stato verso cittadine e cittadini), l’Accademia della Crusca riconosce il neologismo femminicidio in virtù della sua specificità, di parola che non ha sinonimi, che significa “donna uccisa da un uomo perché donna”.

Le parole.

Forzano il nostro perimetro, ci spingono avanti, e ci costringono a guardare oltre il cortile.

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