Dodici anni dall’11 settembre e il terrorismo fa ancora paura

di Giuliano Bifolchi

In questa settimana il mondo si è fermato a ricordare le vittime dell’11 settembre, data che rappresenta la svolta per la storia contemporanea perché capace di mostrare la vulnerabilità degli Stati Uniti, fino allora creduti un paese “oasi” di sicurezza, e  punto di partenza della lotta internazionale al terrorismo.

Attacco alle Torre Gemelli ed al Pentagono che ha comportato la dichiarazione di guerra tempestiva dell’allora presidente George W. Bush nei confronti dell’Afghanistan, stato in cui viveva Osama Bin Laden leader di al-Qaeda e definito come l’orchestratore del fenomeno terroristico internazionale, a cui fece seguito la guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein ritenuto una minaccia internazionale a causa delle armi chimiche da lui possedute.

Saddam Hussein, catturato e processato, è stato condannato a morte ed ucciso il 30 dicembre 2006 mentre la morte di Osama Bin Laden è avvenuta il 2 maggio 2011 durante un blitz delle forze speciali statunitensi in Pakistan. A 12 anni dall’11 settembre 2001, dopo due guerre che hanno impegnato le forze statunitensi ed internazionali in Iraq ed Afghanistan e dopo la morte dei due personaggi principali visti come nemici delle libertà e fautori del terrorismo resta da chiedersi se veramente l’Occidente ha ottenuto dei progressi nella lotta alla minaccia jihadista oppure se i risultati ottenuti in questi anni sono minimi rispetto alla minaccia internazionale.

Parlando di Afghanistan salta subito agli occhi la situazione di instabilità ed insicurezza interna del paese; l’invio di militari e le ingenti spese degli Stati Uniti sembrano non essere servite ad eliminare definitivamente la minaccia talebana all’interno del paese con zone dello stato afghano che mancano di un completo controllo e con le forze ISAF a fare da “bersaglio” ai continui attacchi terroristici. E’ infatti di questa settimana l’attacco lanciato dai talebani ai danni del Consolato degli Stati Uniti nella città occidentale afghana di Herat in cui sei uomini travestiti con uniformi militari hanno preso d’assalto la struttura ingaggiando un conflitto a fuoco con il personale di sicurezza: al termine dello scontro, caratterizzato dalla detonazione delle bombe che trasportavano i talebani, hanno perso la vita i membri dell’intero commando d’assalto ed alcuni membri delle forze di sicurezza. Secondo invece quanto dichiarato da Qari Yousef Ahmadi, portavoce dei talebani, l’attacco ha avuto un ottimo esito perché, seppur non riuscito ad uccidere direttamente l’ambasciatore Cunningham, ha lasciato sul terreno 12 membri dell’esercito nazionale afghano e 13 statunitensi.

Secondo quanto rilevato dagli specialisti a partire dal 26 agosto di questo anno le forze talebane hanno intensificato i loro sforzi ed incrementato gli attacchi suicidi in diverse regioni del paese tra cui Herat (ovest), Nangarhar (est), Ghazni (sud-est), Helmand (sud), Kapisa e Wardak (centro) e Kunduz (nord) producendo il massimo sforzo lungo la Ring Road nella provincia occidentale di Farah.

Episodi che allarmano ancora di più la regione in vista del ritiro delle forze ISAF previsto per il 2014 in cui le forze internazionali lasceranno la sicurezza del paese al personale dell’esercito afghano addestrato ed istruito durante questi anni.

Non è migliore la situazione dello stato iracheno il quale sta vivendo una escalation di episodi di violenza che contrappongono sunniti a sciiti in cui è fortemente presente l’ombra di al-Qaeda. Sabato 14 settembre un attacco suicida ha colpito una cerimonia funebre nell’Iraq del Nord causando la morte di almeno 20 persone, ultimo di una serie di episodi di violenza che a partire da aprile hanno provocato 4 mila vittime, di cui 804 soltanto nel mese di agosto. L’attentato di ieri ha colpito i membri della Shabak, minoranza vicina alla città di Mosul a 360 chilometri a nord-est della capitale Baghdad.

Le tensioni religiosi ed etniche hanno ripreso a caratterizzare la quotidianità dello stato iracheno il quale a dieci anni dalla sua invasione da parte degli Stati Uniti registra grandi carenze per quel che concerne il settore sociale, sanitario ed educativo, con elevati problemi riguardanti la fornitura elettrica, la qualità e la diffusione dell’istruzione, la gestione degli sfollati capaci di riportare l’Iraq a livelli inferiori rispetto al periodo di governo di Saddam Hussein.

La lunga stagione della “Primavera Araba” era stata vista dalle stesse forze occidentali come un fenomeno positivo capace di favorire il processo democratico nei paesi dell’Africa occidentale e nel Medio Oriente, fattore che avrebbe quindi contrastato la partecipazione al fenomeno terroristico internazionale. Gli insuccessi democratici hanno però comportato un aumento della instabilità interna facendo piombare alcuni di questi paesi nell’oblio della minaccia terroristica; un caso esemplare è quello dell’Egitto il quale, dopo la destituzione di Morsi dalla guida del paese avvenuta il 3 luglio ad opera delle Forze Armate, sta affrontando la dura lotta alla minaccia terroristica nella Penisola del Sinai che ha raggiunto i suoi massimi livelli nel mese di agosto con la morte di 25 poliziotti lungo la via di Rafah caduti in una imboscata e con l’attacco avvenuto la scorsa settimana ai danni di un checkpoint e di un quartier generale dell’Intelligence provocante la morte di 11 persone ed il ferimento di altre 17 tra militari e civili.

Infine è doveroso concludere con la Siria, paese del Medio Oriente che in questi giorni ha convogliato tutta l’attenzione internazionale perché obiettivo di discussione tra Stati Uniti e Russia in merito alle armi chimiche utilizzate, secondo quanto riportato da Washington, contro i civili da parte delle forze fedeli ad Assad. Guerra civile siriana che sembra non avere fine capace di provocare più di 100 mila morti secondo le fonti delle Nazioni Unite, 2 milioni di profughi, e di allargare la partecipazione jihadista all’interno del conflitto con militanti provenienti dal Caucaso del Nord, dall’Afghanistan, dalla Cina e dall’Europa pronti a sfruttare l’esperienza militare e bellica acquisita nello stato siriano all’interno del proprio paese “internazionalizzando” quindi il fenomeno jihadista.

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