Dopo la sentenza Berlusconi, l’Italia al centro di una guerra di religione

di Fabio Grandinetti

«La vecchia volpe, grande conoscitore dell’idiosincrasia italiana, ha ottenuto quello che sarebbe difficilmente immaginabile in ogni altro Paese del mondo: convertire i panni sporchi giudiziari in combustibile per l’ultima tappa della carriera politica. La cosa più allucinante, e anche la più triste per l’Italia, è che il trucco funziona». Ad usare queste parole nei confronti di Berlusconi non è stata La Repubblica o il Fatto Quotidiano, ma El País lo scorso 2 agosto. Uno dei pochi giornali stranieri che sia riuscito a superare l’incredulità e il disorientamento che ha colpito gran parte dei media internazionali. Non tanto per la conferma della condanna in Cassazione – considerata l’immagine di cui Berlusconi gode ormai da anni ovunque nel mondo – quanto piuttosto per il fatto che dopo tre gradi di giudizio possa nascere un dibattito politico come quello che in questi giorni, e chissà ancora per quanto tempo, stiamo vivendo. «Il problema, o almeno la peculiarità della vita politica italiana degli ultimi due decenni – si legge nell’articolo del quotidiano spagnolo – è che una buona parte della popolazione crede ciecamente» alla versione del viejo zorro, del santo mártir de la justicia.

Due giorni dopo il Cavaliere gridava da Via del Plebiscito: «Non mollo. Siamo l’argine contro il regime» e le sorti del governo dipendevano dalle parole pronunciate da un condannato per frode fiscale da un palchetto di fronte a qualche centinaio di persone. Il governo con ogni probabilità non cadrà – come ha affermato lo stesso Berlusconi – perché la “responsabilità” del Pdl è ancora la migliore merce di scambio per sperare di ottenere il salvacondotto e l’agibilità politica. Resta però il fatto che subito dopo aver perso una battaglia, Berlusconi sta vincendo ancora la sua guerra. Non una guerra civile, per dirla alla Sandro Bondi, ma una guerra di religione che da vent’anni vede contrapposti atei e credenti. Qualsiasi sentenza fosse stata emessa dalla Cassazione, Berlusconi avrebbe comunque trovato una folla di fedeli lì ad attenderlo ed un gruppetto di adepti pronti ad esultare o a protestare dalle stanze di Palazzo Grazioli. Colpevole o innocente, Berlusconi avrebbe ad ogni modo continuato a mobilitare le masse, a spostare interessi, a condizionare le borse, a tenere in ostaggio un governo. Forse non ancora per molto –  i prossimi mesi saranno cruciali –  ma fino alla “morte” del messia la guerra sarà combattuta. Tutto questo è di difficile comprensione, tanto più per chi a chilometri di distanza non possiede i mezzi razionali per maneggiare la materia del berlusconismo, ma si sa la fede ha poco a che fare con la ragione.

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