USA e questione razziale: il caso Trayvon-Zimmerman

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di Matteo Zinanni

Negli Stati Uniti il caso Trayvon-Zimmerman infiamma il paese come ai tempi di Malcom X e Martin Luther King. La vicenda ha inizio il 26 febbraio scorso quando il vigilante George Zimmerman uccise Trayvon Martin, ragazzo diciassettenne di colore completamente disarmato. Nonostante il pesante sospetto che Zimmerman abbia agito per razzismo, i dodici giurati popolari del processo a suo carico hanno creduto alle giustificazioni della guardia giurata, che ha sempre dichiarato di essere stato minacciato e di aver agito per legittima difesa.

La storia di Trayvon, ma soprattutto la sentenza, ha scatenato la rabbia della comunità afro-americana, che nonostante i grandi passi avanti per quanto riguarda i diritti civili negli ultimi anni, si sente ancora profondamente discriminata. Basti solo pensare alla diffusa astensione afroamericana ad ogni elezione presidenziale, segno che la maggioranza della comunità non si riconosce appieno, se non per nulla, nel sistema democratico americano.
Centinaia le manifestazioni di protesta contro la sentenza, da New York a Dallas, da Los Angeles a Washington, spinte e rappresentate non più da leader politici come negli anni ‘60 ma dalle stelle afroamericane della musica pop Jay-Z e Beyonce.
Anche Barack Obama, primo Presidente degli Stati uniti di colore, ha espresso i suoi dubbi sulla sentenza, oltre che piena solidarietà alla vittima e alla sua famiglia, cosi come il Dipartimento Federale di Giustizia che ha deciso di aprire un’inchiesta per accertare se possano esserci gli estremi per un procedimento federale, per un ipotetico reato dovuto a motivazioni razziste, di competenza delle istituzioni federali e non dei governi locali, per evidenti motivi.
Nonostante le proteste, ora Zimmerman è un uomo libero. Gli Stati Uniti piangono per la morte insensata di uno dei propri figli, attanagliati dal rischio futuro di una nuova ondata di proteste per la questione razziale come negli anni passati. Non basta un Presidente di colore per spegnere la rabbia della comunità afro-americana, per secoli vessata ed incatenata e che ancora non vede riconosciuti tutti i diritti che gli spettano.
La morte di un ragazzo di 17 anni e la questione razziale non è un affare della sola comunità afroamericana, ma è uno dei temi più importanti per gli Stati Uniti, insieme a quello della sicurezza e dei rapporti con gli alleati sorto con il caso Edward Snowden, al suo ruolo militare ed economico nel mondo e alla questione della libera vendita delle armi sancito dal II emendamento della Costituzione americana . Cinque tematiche su cui la superpotenza americana gioca il suo futuro. Un tema che non può essere racchiuso all’interno della sola comunità afroamericana, come sottolineato dal reverendo Al Sharpton, attivista da sempre per i diritti civili: «Non dovrebbe esserci una legge secondo la quale se pensi di essere minacciato hai il diritto di uccidere qualcuno. Questa legge colpisce neri, bianchi, ispanici e asiatici. La questione non c’entra solo con i neri, è una questione che riguarda tutta l’umanità».
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