Oltre le mimose, oltre le rose

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di Greta Marraffa

Dalle nozioni elementari di logica ci viene riferito che A è uguale a B, perciò B è uguale ad A.  L’uguaglianza di due soggetti distinti (A e B), non comporta l’identità dei due elementi che,  seppur  conservando tratti comuni e convergenti, rimangono pur sempre separati, autonomi ed indipendenti.  Professare l’uguaglianza dei sessi, quale verità inopponibile, risulta altamente pericoloso.

Un tipo di uguaglianza che spesso coincide con la tensione costante di dover imitare o clonare comportamenti e stereotipi appartenenti ad un genere, per poterne ricevere diritti, riconoscimenti e tutele. Rinchiudere  la “questione femminile” all’interno di un genere o di una categoria comporta l’inevitabile ed inarrestabile ghettizzazione di qualsiasi processo di riscatto ed autodeterminazione.

Sono eccessivamente troppe le storie di donne, adulte ed adolescenti che rimangono ingabbiate nei ruoli precostituiti: i loro nomi sono macchiati di sangue, spesso sono vittime di comportamenti possessivi , violenti e molesti che ancora qualcuno usa definire: amori criminali. Ma quale amore se ne evince dalla storia di Carmela, massacrata a coltellata dall’ex fidanzato della sorella o Maria Teresa ,sfregiata e uccisa dal suo ex compagno, mentre rientrava a casa, dopo una giornata di lavoro. Vittime di un sistema che è sempre pronto a censurare la terribile omertà e il rumoroso silenzio che circonda le storie di moltissime donne.  Perseguitate da  un sistema malato, apparentemente emancipato, in cui si ritiene ingenuamente che la vittoria del genere femminile possa esclusivamente scandirsi  all’interno della sfera pubblica. Per quanto si possa dare riconoscimento all’importanza della costituzione di “quota rosa” o di ulteriori strumenti di orizzontalità ed uguaglianza, ritengo che la battaglia più ardua sia quella da combattere all’interno delle mura di casa, dove spesso il silenzio e il timore aleggiano incontrastati.

La verità è che siamo tutte quante diverse. Ed è proprio da questa diversità che occorre ripartire, cercando di rielaborare una nuova enciclopedia dei linguaggi e dei concetti, in cui non si cerca di categorizzare e schematizzare le varie forme della femminilità, ma in cui si tenta di intraprendere un nuovo percorso di arricchimento e capovolgimento della realtà. Spesso mi sono chiesta il motivo per cui il termine egoismo debba necessariamente  esser ricondotto a connotati e significati negativi.  Al contrario, se dovessimo cercare di contestualizzarlo alle nostre esistenze, esso potrebbe intendere ad esempio ,  la pretesa e la rivendicazione nel riuscire a riappropriarsi dei propri spazi e del proprio tempo.

Emancipazione.

Sono una donna , figlia della mia epoca, della crisi globale e generazionale. Un recesso determinato da uno sfruttamento scellerato delle nostre esistenze sull’altare del  profitto che arricchisce le tasche dell’ 1 % della popolazione. Vivo nell’Europa dell’Austerity, in cui si impone sacrificio, lacrime e sangue, in cui la precarietà diviene uno status ed uscirne sembra quasi un’utopia. Quella precarietà che si traduce in un perenne stato di bisogno, mancanza di prospettive e di stabilità. L’incertezza che coinvolge anche e soprattutto le donne, costrette  a subirne maggiormente le  discriminazioni e le diseguaglianze. Penso alle lavoratrice tessili e alla strage in Bangladesh, o alle operaie a Barletta, costrette a lavorare in un sottoscala, in cui a causa di un crollo, hanno perduto lì, il loro ultimo respiro.  Lavoro sottopagato, in nero, all’ombra di una cantina fredda ed umida.

Quale tipo di emancipazione l’Occidente propone? Si è soliti cadere nell’errore di ergere ed universalizzare determinati stereotipi, cercando prepotentemente di globalizzarli. Il riconoscimento della diversità in questo contesto appiattito, noioso ed omogeneo scardina e mette in discussione questi modelli, tentando di ripartire dalla soggettività, dalle varie sfumature dell’essere.

All’interno di questo spazio sarebbe interessante riuscire a porre interrogativi ed iniziare a mettere in discussione le varie categorizzazioni in cui spesso la donna viene rinchiusa, cercando di coniare e riformulare nuovi e vecchi termini, per cercare di esser artefici di una nuova cultura, che non sia esclusivamente rosa, ma che possa includere tutti i colori dell’arcobaleno. E ciò si realizzerà, mettendo in luce e narrando le storie di vita di uomini e di donne costretti e costrette a sopravvivere in un sistema troppo spesso ingiusto e precario.

 

A Giorgiana Masi e al non troppo lontano 1977, ai collettivi femministi e alle tante donne vittime di violenze, discriminazioni e disuguaglianze.

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