L’addio a Pietro Mennea, l’uomo che correva forte

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di Marco Milan

Come Giacomo Agostini e Valentino Rossi per il motociclismo, come Nicola Pietrangeli e Adriano Panatta per il tennis, come Yuri Chechi per la ginnastica, così Pietro Mennea è stato, è e sarà sempre ricordato per l’atletica come colui che più di tutti ha portato in alto il tricolore italiano nel mondo. Anche oggi ai più giovani dici Mennea e ti rispondono: “Ah quello che correva forte”. Lo stesso Mennea che è stato detentore del primato mondiale dei 200 metri piani (tempo di 19”72, record europeo a tutt’oggi), lo stesso Mennea che ci ha appena lasciati, a neanche 61 anni, vinto da un male che lo attanagliava da un po’. Se n’è andato oggi in silenzio e senza clamori, lasciando un’eredità infinita, un vanto  di cui l’Italia potrà sempre fregiarsi. Enorme il cordoglio, camera ardente allestita al Coni, il ricordo dei vecchi colleghi, dei grandi giornalisti sportivi dell’epoca, tutto riassunto dalle struggenti lacrime di Sara Simeoni (oro olimpico a Mosca 1980 nel salto in alto) in diretta tv mentre commentava la scomparsa dell’ex collega ed amico.

Del Pietro Mennea atleta si sa tutto: le medaglie d’oro alle Olimpiadi, a svariate edizioni dei Giochi del Mediterraneo, agli Europei, alle Universiadi, i record nei 100 e nei 200 metri, nella staffetta 4 x 200. Tecnicamente si poteva definire un diesel, uno che non aveva una partenza fulminante, ma che faceva la differenza alla distanza. Consapevole di non poter competere fisicamente con atleti africani ed americani (questi ultimi aiutati da strutture di gran lunga più moderne e all’avanguardia di quelle italiane) cercava e trovava risposte nel suo innato talento e nella meticolosa cultura del lavoro, della preparazione accuratissima degli eventi; del Mennea uomo spesso non si ricordano le due lauree conseguite (Scienze Politiche e Giurisprudenza) o i venti libri scritti, o la “Fondazione Pietro Mennea”, creata assieme alla moglie Manuela, e creata con fine filantropico, assistendo e finanziando enti caritatevoli o di ricerca medico-scientifica, associazioni culturali e sportive, affinchè in esse si instaurassero i veri principi della lealtà sportiva, nonché una seria e determinata lotta all’uso del doping.

Sarebbe inutile fare un elenco dei successi, un alfabeto delle vittorie, uno storico delle medaglie, sarebbe riduttivo ricordarlo grande oggi soltanto perché non è più qui. Le vittorie lo rendevano una leggenda anche prima, oggi aiutano a renderlo immortale. Ma in questo momento il ricordo più bello è quello di un bambino di Barletta, povero ma con una gran dote: quelle gambe veloci che a nemmeno 15 anni gli suggerivano sfide bizzarre come quella di sfidare una Porsche nelle vie della città: partivano insieme di corsa, il bolide rombava, il piccolo Pietro sudava ma alla fine vinceva, di corsa a piedi andava più forte di una Porsche! Impossibile? Non per Pietro Mennea.

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