“Quando rimasero soli”: Michela Giordano racconta il coraggio dei capitani Basile e D’Aleo

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di Sabrina Ferri

«Un uomo che muore per l’Umanità. L’Umanità intera in un solo uomo». Parole che graffiano e scaldano il cuore e che, inequivocabilmente, tornano a spalancare le porte su di un passato che non può essere dimenticato. Emanuele Basile e Mario D’Aleo erano soltanto uomini dediti al loro lavoro, essere umani che pagarono con la vita la passione per un mestiere.

È la giornalista Michela Giordano a raccontare le loro storie, a narrare con accuratezza di particolari i loro tragici destini, in un libro forte, reale, doloroso. Quando rimasero soli  è il racconto di una solitudine abissale, quella solitudine che accompagnò due giovani eroi nella loro battaglia contro l’ingiustizia e la criminalità, quella stessa solitudine che oggi si ripercuote atrocemente nei familiari delle vittime.

Emanuele Basile era un ragazzo come tanti, padre e marito affettuoso. Da alcuni anni era al comando della Compagnia dei carabinieri di Monreale. Fu ucciso mentre passeggiava con la moglie e la figlia, crivellato di colpi nel bel mezzo dell’immancabile festa del Santissimo Crocifisso. Unica colpa: quella di voler investigare, quella di aver compiuto delle scelte giuste. Quel 3 maggio 1980 sarebbe dovuto essere un giorno speciale, di festeggiamenti, per il comandante Basile e la sua famiglia fu invece un giorno di morte.  

In occasione della presentazione ufficiale del libro, tenutasi lo scorso 5 Febbraio presso la Libreria Incontro Fandango di Roma, la Giordano ha raccontato come, a tanti anni di distanza, sia ancora particolarmente forte il ricordo nella famiglia Basile. «Conoscere la famiglia è stato un privilegio» ha detto. «In loro ho trovato persone eccezionali. In mamma Basile mi aspettavo di trovare rabbia, ho trovato invece pacatezza. Malgrado siano passati oltre trent’anni il ricordo è molto vivo».

Così come intenso è il ricordo di Mario D’Aleo che, assieme alla sua scorta Pietro Morici e Giuseppe Bommarito, venne brutalmente assassinato quando ormai si apprestava a rientrare a casa. Era il 13 giugno 1983. D’Aleo era stato chiamato qualche anno prima a prendere il posto del comandante Basile, dopo l’attentato nel quale quest’ultimo era rimasto vittima. Immediatamente D’Aleo si era gettato a capofitto nelle indagini dell’omicidio Basile, ritrovandosi in poco tempo faccia a faccia con una realtà sconcertante: Cosa Nostra rappresentava il nemico assoluto, un nemico da combattere e da sconfiggere.

Basile e D’Aleo, tuttavia, persero le loro battaglie; si ritrovarono soli a combattere la mafia.

Forse, oggi, ciò che «manca è l’educazione. Non è solo la cultura in senso scolastico; è proprio la testimonianza, ossia la grande sfida è costruire famiglie che sappiano portare una testimonianza diversa» ha sostenuto la Giordano. E, probabilmente, è proprio da una cultura alla legalità che bisogna ripartire, per sconfiggere meglio la criminalità organizzata, un “male” che ha avuto un inizio ma che potrà e dovrà avere anche una fine.

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