L’Italia del Carnevale tra tradizione e modernità

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di Emiliana De Santis

“La maschera che ogni disuguaglianza agguaglia”, questa è per i veneziani la bauta, l’insieme di mantello nero, capello tricorno e larva (la maschera bianca che cela l’identità), utilizzati durante i festeggiamenti del Carnevale. Perché se da un lato il Carnevale è la festa più colorata e allegra dell’anno, frutto della mescolanza tra tradizione cristiana, paganesimo e rituali contadini, dall’altro è il giorno in cui il servo sbeffeggia il padrone e la schiava è più potente dell’imperatrice. Non solo canti e balli dunque, ma tanta voglia di esorcizzare i guai e le brutture della vita capovolgendo per un giorno ruoli e gerarchie.

Cento, Venezia, Putignano, Viareggio. Ogni città si caratterizza per il suo rito. Ci sono carnevali come quello di Ivrea e Oristano che hanno profonde radici storiche e vogliono essere una rievocazione di particolari momenti che ne hanno caratterizzato le origini. Così la battaglia delle arance, istituzionalizzata nel 1808, riporta alla mente le beghe rionali e l’esercito napoleonico con l’obbligo per ogni eporediese di indossare il berretto frigio dal tipico colore rosso. A Viareggio emerge invece la tradizione marittima e l’abilità di costruzione delle navi che alcuni mastri hanno utilizzato a partire dagli anni ‘20 del Novecento per intelaiare i primi grandi fantocci in cartapesta, i quali oggi sfilano trionfanti nelle più svariate forme e allegorie. Nella città toscana vince dunque lo sberleffo, come era nelle feste romane di Cerere e Proserpina e nei Saturnalia: per un giorno il padrone diventava servo mentre il giovane si tramutava in vecchio. Sarcasmo e allegoria che, perfino in epoca Medievale, Papi e Signori non abolirono mai. Anzi la Roma papalina festeggia ancor oggi con gli spettacoli circensi dei cavalli berberi mentre a Firenze, Lorenzo il Magnifico suggellò definitivamente lo sfarzo della festa con carri allegorici, costumi da fiaba e spettacoli teatrali. È proprio nel Cinquecento, infatti, che il Carnevale si arricchisce delle maschere, prese a prestito dalla commedia dell’arte ed emblema grottesco dei vizi e delle virtù degli italiani: Arlecchino, Pulcinella, il Dottor Balanzone, Capitan Spaventa e Brighella ma anche Pantalone, Colombina, Isabella e Ondina.

Incerta è l’etimologia del termine che alcuni linguisti fanno risalire ai termini carnem levare, carnem-laxare o carna-aval ossia togliere la carne in vista del periodo di penitenza quaresimale. Ma non è escluso che il nome possa perfino derivare dalle Carnalia, le feste romane in onore di Saturno. Le radici di questa festa, che mescola sacro e profano, affondano tuttavia ancor più indietro nel tempo, fino agli Egizi che solevano accompagnare il sacrificio propiziatorio dei buoi con canti, inni e balli in onore del loro Pantheon antropomorfo. In Italia, il Carnevale più antico è quello di Fano, del quale si trovano descrizioni fin dal 1347 mentre i più lunghi sono il “Carnevalone” ambrosiano di Milano, che termina non il martedì ma il giovedì grasso e quello di Putignano, in Puglia, che inizia addirittura a Santo Stefano – a ricordo della processione con cui le reliquie del Santo furono trasferite dall’Abbazia di Monopoli a Putignano per metterle al sicuro dalle scorribande saracene – per terminare alle Ceneri, con il funerale e il rogo del Re del Carnevale.

Ed ancora il volo dell’Angelo a Venezia che deve i suoi natali alle prove di equilibrismo affrontate dai prigionieri turchi per evadere dalle carceri della Repubblica, Tasi, che a Cento è il Re della festa e rappresenta la coscienza dei concittadini, fino ad Acireale dove un decreto proibì nel Settecento il lancio di arance e limoni e quindi il Carnevale assunse i più raffinati connotati degli abbatazzi popolari aedi dalle spassose rime. Paese che vai, usanza – e Carnevale – che trovi.

Foto di mfortini on flickr

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