Istituti tecnici, il futuro a portata di specializzazione

di Emiliana De Santis

L’Italia spende troppo o troppo poco e quando lo fa, in ogni caso, lo fa male. È quanto emerge dai dati Ocse relativi alla spesa sostenuta nel nostro Paese per ogni livello di istruzione e perfino per ogni studente. Così, se balzano all’occhio i 1400 dollari in eccesso rispetto alla media dei Paesi industrializzati, spesi e non investiti, sugli studenti delle scuole medie, altrettanto evidente è il calo netto dei finanziamenti all’Università, proprio il settore in cui siamo più deboli. Si fanno quindi strada nuove forme di istruzione come gli Istituti tecnici specializzati (Its), che garantiscono percorsi di formazione brevi, pratici e maggiori prospettive di impiego.

Se, nella maggioranza dei Paesi Ocse, un’istruzione terziaria corrisponde a una posizione lavorativa più elevata e meglio retribuita, il binomio perde di significato nella Penisola dove altresì tra il 2002 e il 2010, si è verificato un lieve aumento del tasso di occupazione dei diplomati mentre è sceso significativamente – quasi 4 punti – quello dei laureati. Ed è per questo che tanti ragazzi hanno intrapreso la strada degli Istituti tecnici. Come Marina, laurea in chimica alla Sapienza e un futuro da ricercatrice finito ancor prima di iniziare. Con un marito, un figlio e un bambino in arrivo, non poteva permettersi di giocare alla roulette russa del precariato. E così si è iscritta al corso in Nuove tecnologie della vita insieme a tanti ragazzi che hanno, in alcuni casi, anche dieci anni meno di lei e che, delusi da fallimentari prime esperienze nel mondo universitario, hanno preferito le duemila ore di lezione all’Its. “La reazione più comune è: se avessi saputo della loro esistenza, ne avrei fatto uno anch’io” commenta Daniele Grassucci, co-fondatore del sito Skuola.net, a cui il Miur ha affidato il compito di raccontare la realtà di questi Istituti.

Valida alternativa alla formazione universitaria, gli Its si articolano in un biennio di lezioni teoriche, pratiche e periodi di tirocinio tramite cui costruire un ponte –quello che manca nel nostro Paese – tra formazione e occupazione. Nati nel 2008 ma effettivamente attivi solo da un paio d’anni, si caratterizzano per il tipo di competenze fornite, che spaziano dalla scienza al turismo, accomunate dal filo rosso dell’innovazione e della tecnologia. Ci sono sei aree: efficienza energetica, mobilità sostenibile, nuove tecnologie della vita e nuove tecnologie per il made in Italy, (meccanica, moda, servizi alle imprese, alimentare), tecnologie dell’informazione e della comunicazione e turismo, appunto. Per alcune figure professionali, la formazione richiede un paio di semestri in più ma questo non spaventa i ragazzi: sia durante il periodo di lezione sia durante quello di tirocinio – il 30% delle ore è obbligatoriamente dedicato a uno stage – si impara ad operare in un contesto pratico e questo viene molto apprezzato dalle aziende, che accolgono con entusiasmo le giovani energie. I docenti provengono in gran parte dal mondo del lavoro e la frequenza è obbligatoria, a testimoniare che l’impegno non va sottovalutato ma anzi richiede estrema attenzione e voglia di mettersi sin da subito in gioco. La funzione dei docenti è infatti non soltanto quella di trasmettere un sapere ma soprattutto di fare da tramite tra la classe e il mondo professionale, tramite che molto spesso innesca ottime esperienze di lavoro e grandi opportunità di impiego stabile.

E così l’Italia si allontana dagli obiettivi fissati dall’Unione Europea. Quaranta ragazzi su 100 laureati entro il 2020, come nel resto dei Paesi industrializzati. In Italia siamo fermi esattamente alla metà, forse in retrocessione, bloccati da un passato di riforme sbagliate, da un presente di crisi e da un futuro di abulia.

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