Twitter: la moda del cinguettio contagia la politica italiana

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di Emiliana De Santis

Facebook ha aperto la strada ma la vera mania dei politici italiani, almeno da qualche mese a questa parte, si chiama Twitter. La piattaforma di microblogging – secondo rilevazioni condotte a gennaio 2012 – ha conosciuto un incremento di oltre l’85% rispetto allo stesso periodo del 2011 e di ben 198 punti percentuali rispetto al pur vicinissimo 2007. Strano a dirsi ma non a capirne le motivazioni. La nostra politica, ormai orientata al candidato piuttosto che al partito, trova nei social network e in Twitter in modo particolare, il mezzo per comunicare se stessa.

UTENTI FAMOSI – Facebook è nato per mettere in contatto tra loro studenti, conoscenti, persone lontane o vicine, in una rete che riproduce spesso in maniera più esatta della geografia, i confini e le aree di appartenenza degli utenti stessi. Twitter ha avuto il suo battesimo di fuoco con i movimenti rivoluzionari del Nord Africae in Medio Oriente e si è subito connotato per l’esercitare una funzione nobile e transnazionale, quasi elitaria rispetto alla creatura di Zuckerberg. Forse è per questo che Twitter può adesso contare nomi e numeri in crescita esponenziale: da Nichi Vendola ed Antonio Di Pietro, vere star e primi users del social, fino ad Angelino Alfano, Silvio Berlusconi, Pierluigi Bersani, Pierferdinando Casini e Gianfranco Fini. Per non parlare dell’elevatissimo numero di firme illustri del nostro giornalismo che hanno fatto del tweet quotidiano il loro rituale di bellezza: Gianni Riotta, Ferruccio De Bortoli, Mario Giordano e Mario Calabresi, Roberto Saviano, Ezio Mauro e Giuliano Ferrara. Spesso con profili non aggiornati, molti follower ma scarsi following e ancor più scarsi retweet, i nostri politici stanno cercando di diventare star del web. Eppure non ne hanno capito il vero senso.

CANDIDATI NARCISISTI – Proprio perché non mediata, la comunicazione via internet rende l’utente più autonomo e consapevole, attento nel ricercare la fonte delle notizie per poter dare loro un credito e costruirsi un’opinione che sia frutto della propria elaborazione mentale piuttosto che dell’inutile chiacchiericcio di qualche talk show. Quando realmente interessata, la persona si sofferma sul dettaglio e non può non notare che spesso la politica italiana usa i social network come forma di narcisismo e autocelebrazione. Le notizie che più vi ricorrono riguardano soprattutto dati biografici e attualità nazionale ma l’interazione con il cittadino, le iniziative di collettivo coinvolgimento sono scarse se non del tutto assenti. Segno che, se una tecnologica apertura è avvenuta, non siamo ancora alla svolta che renda la politica effettivamente più partecipativa.

LA TAGLIA NON CONTA – In un mondo, nello specifico quello italiano, fatto di tante, inutili parole e di ridondanti parolieri, sapere che la tendenza stia volgendo alla sintesi stupisce ma fa sperare in bene. In 140 caratteri, quelli di un ciguettìo, si deve essere in grado di stupire, coinvolgere, appassionare, lanciare lo scoop, essere sinceri o più semplicemente autopromuoversi. Ovvie le differenze di età, meno scontata la parità di genere che vede i parlamentari uomini attestarsi su una percentuale di adesione del 20,7 contro il 21 delle donne. In maggior numero i deputati rispetto ai senatori – dato del resto ovvio se si considera che a usare un profilo Twitter sono principalmente gli onorevoli sotto i 50 anni di età. Fatto d’interesse è che i più attivi sono i piccoli partiti. Su tutti l’Idv, che fa seguito alla precoce affiliazione del suo segretario nel 2007, seguito da Fli e Udc; in coda il Pd, irrisori i numeri delle altre formazioni. Non si tratta tanto di minori risorse quanto piuttosto della crucialità del leader e del segretario in formazioni di questo tipo e quindi anche del maggior uso del sito di microblogging come mezzo di promozione del candidato stesso e di vicinanza al cittadino.

Una rondine non fa primavera, ma un cinguettio può portare davvero grossi cambiamenti.

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