Repubblica lancia l’Accademy ma sul web è polemica

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di Chiara Baldi

Il dibattito sul giornalismo italiano e i suoi nuovi orizzonti non si è placato neanche questa settimana: è stata l’Academy di Repubblica, chiamata Reporter e lanciata lo scorso mercoledì, a creare un dibattito, piuttosto acceso, in rete, in particolare su Facebook e Twitter. Ma vediamo cosa è successo.

Repubblica mercoledì pubblica un articolo, a firma di Riccardo Staglianò, in cui lancia, appunto, la sua Academy, e cioè, nelle intenzioni del quotidiano nazionale, «la sezione del sito rivolta a chiunque sappia raccontare per immagini la realtà. […] Semplici cittadini, testimoni di eventi eccezionali o ordinari abusi che vale la pena denunciare. Armati di telecamere o smartphone, per documentare la vita del Paese. Ma anche semi-professionisti, con tecniche e strumenti più sofisticati, che ritengono di avere storie che è importante divulgare». L’iniziativa, spiega ancora Staglianò, «potrà contare sulla collaborazione artistica di Paolo Sorrentino», il quale terrà una lectio magistralis sull’estetica del racconto per immagini e suggerirà alcuni temi da trattare. Reporter, poi, avrà anche una scuola, chiamata Repubblica Academy, articolata in 10 lezioni (la prima e l’ultima dal vivo, le altre online), che si ripeterà ogni anno e che sarà un corso avanzato di videogiornalismo della durata di sei mesi.

È importante precisare che la piattaforma a cui si appoggia Repubblica è TheBlogTv, «una social media company attiva in tutti i paesi europei». Ed è proprio TheBlogTv a dettare le regole della partecipazione all’Academy, condizioni che hanno poi scatenato la bagarre in rete. Perché? Perché in un primo momento, in “Termini e Condizioni”, si leggeva, come si può vedere nello screenshot sotto, che «la Società riconoscerà l’importo lordo minimo di euro cinque per ciascun filmato che sarà selezionato dalla Società. Resta inteso che eventuali corrispettivi maggiori rispetto al suddetto importo minimo potranno essere di volta in volta determinati dalla Società a propria discrezione, senza che Lei possa comunque vantare alcuna pretesa o diritto al riguardo. Pertanto, con il presente Accordo, Lei dichiara di non aver null’altro a pretendere dalla Società, né da alcun terzo, oltre a corrispettivo sopra previsto».

 

Ovviamente questa dicitura ha scatenato l’ira dei tantissimi giornalisti precari che hanno visto in Repubblica l’ennesimo sfruttatore del lavoro giornalistico (ben) fatto e mal retribuito. Da subito si sono letti commenti al vetriolo, carichi di rabbia più che giustificata per chi, come ha svelato nei mesi scorsi il coordinamento dei giornalisti precari Errori di Stampa con il dossier relativo alle paghe dei giornalisti romani, viene pagato 4 euro al pezzo. Subito dopo il link sulla propria pagina Facebook, Repubblica si è trovata subissata di commenti: Mara Z. la considera una «geniale iniziativa per continuare a sfruttare gente»; le fa eco Stefano A., che scrive «bella iniziativa, complimenti… Contribuite a distruggere una professione già in agonia. Li rimborsate voi i professionisti che hanno investito migliaia di euro in attrezzature?». E via dicendo di commenti di questo tipo, talmente tanti e talmente tanto delusi e arrabbiati da costringere Massimo Russo, responsabile sviluppo prodotto divisione generale de L’Espresso, a fare una modifica sostanziale, per quanto piuttosto nebulosa, alle condizione che TheBlogTv prevede.

Alle ore 15, infatti, compare una nota sotto l’articolo di Staglianò (screenshot sotto), in cui Russo, proprio in conseguenza delle polemiche della rete, prima tende a dare una giustificazione alle condizioni previste da TheBlogTv dicendo che «si tratta di un importo minimo necessario in altri contesti, secondo i legali della società fornitrice, per giustificare comunque una procedura di acquisizione dei diritti», e poi subito precisa che «in realtà tale condizione non si è mai applicata in alcun modo ai video di Reporter raccolti da Repubblica. Già in fase di realizzazione del sito era stata notata l’incongruenza, che purtroppo per un errore è rimasta in linea anche quando la sezione è stata pubblicata sul web».

 

Però, mentre sul cartaceo Repubblica aveva riportato la dicitura corretta, e cioè «i video scelti saranno retribuiti secondo un tariffario definito di volta in volta a seconda del tipo di ingaggio», sul web l’errore è rimasto leggibile ancora a lungo. E considerando quanta gente legge il cartaceo e quanta il link sul web, c’è da scommettere che Repubblica non abbia esattamente raggiunto il maggior numero di persone con la “versione giusta”. Quindi, nella correzione delle 15, si legge: «in caso di selezione del filmato ed esercizio dell’opzione di cui al precedente art. 1.1 e solo nei casi in cui sia previsto un corrispettivo per l’acquisto, su specifici, ingaggi, verranno valutate specifiche retribuzioni variabili a seconda del video richiesto».

La polemica è stata molto accesa nei giorni scorsi soprattutto da parte dei giornalisti precari e di coloro che giornalisti non lo sono ancora. E le domande sono molte, moltissime. Hanno ragione quanti hanno visto in questa iniziativa solo la necessità del quotidiano di aumentare i clic al proprio sito e di riempire sezioni che i giornalisti della testata, molti dei quali precari, non riescono a coprire visto l’enorme numero di notizie che circolano in rete ogni giorno? Di certo sono domande a cui rispondere è difficile e che pongono a loro volta molti altri quesiti, tutti incentrati sul tanto discusso citizen journalism in relazione a quella che è ormai la tendenza della stampa nazionale: lo sfruttamento del lavoro giornalistico.

Fonte foto:

http://reporter.repubblica.it/p/academy

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