Cambiamenti climatici, un nuovo approccio per un vecchio problema

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di Emiliana De Santis

La crisi economica e la Primavera Araba, unite alla guerra civile in Siria e all’escalation nucleare iraniana, hanno messo in secondo piano il discorso relativo ai cambiamenti climatici che sembrano fatto meno urgente da risolvere. In verità, ciò che viene comunemente definito Global warming racchiude in sé molte delle problematiche sopra accennate. Il surriscaldamento, il buco dell’ozono e la crescita dell’inquinamento costituiscono diseconomie in campo finanziario, sociale e politico oltre a destare allarme in campo ambientale ed etico.

Nel corso del 2011 si sono registrati oltre 30 mila morti a seguito di calamità, soprattutto in conseguenza del disastro di Fukushima[1]. Giappone escluso, la maggior parte di questi eventi naturali – non prevedibili ma evitabili se gestiti alla radice – ha colpito Paesi con un medio o basso grado di sviluppo come Bangladesh, India, Indonesia, Filippine, Vietnam e Pakistan[2]. La tendenza sarà la stessa per l’anno in corso. Non che l’Europa e l’Italia possano dormire sonni più tranquilli. Le alluvioni in Liguria e in Campania hanno lanciato un preoccupante segnale sul livello del dissesto idrogeologico della penisola e una buona strategia d’intervento non può prescindere da politiche di prevenzione del rischio, ivi compresi interventi di informazione, educazione ed edilizia.

Si trascura spesso un’idea di base del vivere umano: l’uomo esiste perché tutt’intorno ha un ambiente che gli fornisce le materie prime, l’energia e lo spazio per poter attuare i processi produttivi funzionali al miglioramento della sua vita. Quando la produzione cessa di essere qualitativamente migliore, per diventare incrementale e orientata in via esclusiva verso il profitto, la natura ne risente e, con essa, tutto il genere umano. Non si tratta di filosofia ma di semplice constatazione. I disastri ecologici hanno un effetto sulle finanze degli Stati che li subiscono e su quelle dei Paesi che ne vengono in soccorso, inserendosi spesso in un tessuto già povero e penalizzato da questioni strutturali. Prendiamo ad esempio Somalia e Sudan: devastati dalla lotta tra fazioni che si contendono bacini idrici e petroliferi, su cui si è innestata una conflittualità politico-religiosa, appaiono canditati a diventare failed states. Una popolazione senza acqua, con un territorio in via di desertificazione, è propensa alla migrazione[3]; in alcuni casi il displacement non supera i confini regionali ma in altri può raggiungere migliaia di chilometri, portando con sé il trauma dello sradicamento, delle precarie condizioni dei campi profughi e le pandemie dovute alla scarsa igiene. Politiche migratorie efficaci dovrebbero prendere in considerazione questi elementi invece di focalizzarsi sulle modalità di respingimento e sul ripiegamento nazionalistico.

Gli esperti non sanno ancora valutare con certezza l’impatto dell’azione antropica sui cambiamenti climatici. Nella maggior parte dei casi, grazie agli studi di paleoclimatologia, si son trovati concordi nel sostenere che le cause naturali e cicliche del riscaldamento non avrebbero effetti tanto pesanti se non fossero accompagnate dall’agire umano. L’impronta ecologica – metodo di misurazione dell’impatto dell’uomo sul territorio – delinea un planisfero composto quasi esclusivamente da aree con un elevato grado di utilizzo del territorio biologicamente produttivo per generare beni e assorbirne i relativi rifiuti[4]. Un mondo come questo, in cui la crescita demografica è andata di pari passo con l’aumento della classe media e dell’aspettativa di vita, quindi del consumo energetico[5], è destinato a inghiottire se stesso. E, se Paesi come Cina e Brasile stanno iniziando a investire ingenti somme nella Green Economy nazionale, l’Italia non ha ancora una vera e propria visione politica che vada oltre la condivisione delle dichiarazioni europee e internazionali.

Brasilia e Pechino non hanno impegnato né erogato risorse agli strumenti internazionali di finanziamento di progetti relativi al cambiamento climatico a differenza del nostro Paese che, pur in piccolissima misura, contribuisce sia singolarmente sia a livello aggregato europeo.[6] Stanno tuttavia investendo molto in politiche interne per il taglio dell’intensità energetica[7] e per l’incremento nell’uso di energia prodotta da fonti diverse dai combustibili fossili. L’Italia, in tal senso, sta migliorando rispetto anche al passato più recente, come evidenzia il Rapporto sull’efficienza energetica realizzato dall’ENEA, eppure si tratta di una piccola goccia in un mare di possibilità. In particolare, a fronte di un totale di investimenti per il triennio 2007-2009 che ammonta a 7.520 milioni di euro, oltre il 60% è concentrato in quattro regioni – Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia-Romagna – che sono le stesse a detenere i primi posti nei dati sul risparmio energetico. Questo vuol dire che il resto del territorio utilizza male o non utilizza affatto i fondi a disposizione e che le resistenze ad abbandonare le classiche forme di rifornimento energetico sono dure a morire. Puntare sulla Green Economy non vuol dire solo rendere la produzione più efficiente ed efficace, ma creare posti di lavoro, ridurre gli sprechi e stimolare nuove forme di imprenditoria responsabile oltre che diversificare gli approvvigionamenti riducendo la dipendenza da risorse scarse e da aree geopolitiche sensibili.

Il 2012 è stato proclamato dalle Nazioni Unite anno mondiale dell’Energia sostenibile. Sono molti gli appuntamenti internazionali che offrono spunto sia per un’azione collettiva sia per stimolare un dibattito sul punto. Non lasciamoci sfuggire l’occasione.

 


[1] CeSPI – Centro Studi di Politica Internazionale, I principali rischi del 2012 a livello internazionale, 2012

[2] Maplecroft, Climate Change Vulnerability Index, 2012

[3] Michael Werz ,“Climate Change, Migration, and Conflict: Addressing complex crisis scenarios in the 21st Century”, American Progress, Rapporto 2012

[4] Fonte WWF, Living Planet Report 2008, dati: 2005

[5] Saraceno, Il caso Terra, Consumo energetico e aspettativa di vita, Mursia, 2007

[6] Fonte: climatefundsupdate.org, aprile 2011

[7] Misura dell’efficienza energetica del sistema economico di un Paese, calcolata come unità di energia per unità di Pil

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