I quaranta giorni dei giornalisti precari. EdS presenta il dramma della Capitale.

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di Chiara Baldi 

Quaranta giorni. Tanto dovrebbe durare il mese del giornalista precario romano per poter guadagnare mille euro “al mese”. È questa l’amara conclusione a cui sono arrivati i giornalisti di Errori di Stampa, coordinamento dei precari romani, nel loro primo autocensimento delle redazioni della Capitale. Non lascia spazio ad alcun tipo di fraintendimento il documento da loro stilato, non solo per le agghiaccianti (eppure comunissime) testimonianze raccolte, quanto per i dati, inequivocabili, che sono stati messi nero su bianco. Il giorno dopo la presentazione di questo rapporto, nessun giornale potrà più continuare a far finta di nulla, come se lo sfruttamento del lavoro giornalistico sia ormai consolidato e, in quanto tale, tacitamente accettato.

Per quanto sia d’obbligo precisare che si tratti di un autocensimento e che i dati raccolti siano stati ottenuti per via informale (sono pochi, infatti, i CdR che hanno acconsentito a fornire questi numeri, dicono ad EdS), c’è comunque motivo di credere che questi numeri non siano così lontani dalla realtà. Piuttosto, agli oltre 900 professionisti dell’informazione che operano sul suolo romano nelle redazioni principali, ne vanno aggiunti altrettanti che operano negli uffici stampa e nel bacino Rai e che per motivi tecnici non sono stati considerati. Con loro, il numero dei precari del giornalismo arriverebbe a quasi 2mila unità.

Al Sole24Ore si viene pagati 90 centesimi lordi a riga, cioè 36 euro per un pezzo standard di 40 righe. Peggio, ed è difficile immaginarlo, va a coloro che lavorano al Messaggero, il quotidiano di Roma per eccellenza: nemmeno un euro per pezzi sotto le 800 battute, e dai 10 ai 36 euro lordi per un articolo. All’Unità, giornale di sinistra e storicamente schierato, da sempre, coi lavoratori, i redattori prendono 50 euro lordi al pezzo, ma c’è da precisare che nella redazione romana, a causa del penoso stato economico del quotidiano, non vedono un euro da 9 mesi.

Ci sono poi redazioni, la cui originalità d’inventiva andrebbe premiata con qualche “incentivo alle imprese più innovative”, in cui addirittura si fa una discriminazione economica basata sull’anzianità lavorativa del giornalista. È il caso, ad esempio, del Tempo, giornale in cui si guadagnano 15 o 25 euro lordi per articoli sopra le 2mila battute «in base all’anzianità lavorativa del giornalista», mentre se il pezzo conta meno di 2mila battute allora la paga diminuisce a 7,50 euro o 12,50 euro, sebbene rimanga costante la postilla dell’anziantità. Ma è anche il caso dell’agenzia di stampa Omniroma, i cui neocollaboratori partono da un minimo di 500 euro lordi.

Nelle principali agenzie di stampa, poi, la situazione è forse ancora peggiore: all’Ansa pagano 7 euro lordi a lancio, all’Adnkronos addirittura pagano solo il mese (mille euro lorde, e probabilmente non è neanche una delle peggiori, salvo poi scoprire che l’azienda vive sulle spalle degli stagisti, rigorosamente non retribuiti), mentre all’Agi danno dai 4 ai 7 euro lordi a lancio. Non è difficile immaginare che a fine mese un giornalista di un’agenzia di stampa può contare su uno stipendio che va da un minimo di 300 – 400 euro lordi ad un massimo di 800.

Pessime le condizioni anche nelle due più ambite testate nazionali: al Corriere, in edizione nazionale, si prendono dai 100 ai 120 euro lordi, dai 60 ai 70 lordi in cronaca locale e 50 euro lordi per l’online. A Repubblica, altra grande paladina dei precari, un giornalista riesce a campare con un reddito mensile che oscilla dai 400 agli 800 euro lordi (tra i 25 e 50 lordi al pezzo).

Questa la situazione, questo l’abuso che si consuma ogni giorno nelle redazioni romane (e italiane in generale). Il ricatto a cui ogni giorno migliaia di giornalisti italiani si piegano per seguire il sogno e la passione è talmente comune che ormai non scandalizza neanche più. Nessun giornale si indigna, nessun giornalista lo scrive dalle pagine del proprio giornale, nessun sindacato scende in piazza per difendere la dignità di giornalisti ricattati dai loro stessi colleghi. Il sindacato ha perso la natura della propria esistenza, scendendo troppo spesso a compromessi con gli editori, veri e propri autori di questo sfruttamento. È per questo che sono nati i tanti coordinamenti precari dei giornalisti, come EdS: per difendere la dignità di persone che ogni giorno, per fornire un servizio pubblico di informazione alla società, rinunciano alla loro dignità di lavoratori. Ma come può un Paese parlare di libertà di stampa quando i suoi giornalisti, per primi, non sono liberi? Dove sta la libertà di svolgere il proprio lavoro rispettando i codici deontologici che esso prevede quanto in busta paga si riceveranno meno di mille euro come compenso per anche 14 ore di lavoro al giorno? Dov’è l’indignazione, questo sentimento così di moda nel 2011 che ha infervorato le piazze di tutto il mondo quando si parla di difendere la dignità professionale dei giornalisti?

Probabilmente il motivo di questa indifferenza che ferisce più dello stipendio misero è il fatto che gli italiani ignorino quale sia il lavoro che c’è dietro ad un pezzo giornalistico. Forse l’Italia non sa che per 40 righe il giornalista deve fare telefonate che mai gli vengono rimborsate, offrire colazioni, pranzi e cene di cui non rivedrà nemmeno un centesimo, spostarsi con mezzi propri (o pubblici, a sue spese) per inseguire una notizia, un’intervista o anche solo un’indiscrezione. E tutto questo solo per offrire alla comunità un’informazione completa, pulita: un vero e proprio “servizio pubblico”. Non è semplice “attaccamento all’azienda”: è necessità di assecondare una passione che si insinua come un cancro e da cui non si guarsice. Ed è esattamente questo il tallone d’Achille su cui si basa il ricatto: giornalisti disposti ad accettare qualsiasi tipologia di contratto pur di realizzare il loro sogno. Quanto può durare un giornalista in queste condizioni? Purtroppo anche tutta la vita.

Ecco, tutto questo voglio sperare che fino ad oggi gli italiani non l’abbiano saputo, piuttosto che avere la quasi certezza che l’abbiano saputo e coscienziosamente ignorato. Voglio sperare e credere che da domani, quando leggeranno questi dati, gli italiani si indignino molto di più di quanto sono stati in grado di fare per le battute oscene di un Presidente del Consiglio o per l’aumento di tasse del primo Professore che passa da Palazzo Chigi.

Fonte foto:

http://a3.twimg.com/profile_images/1578118651/eds.jpg

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