L’Aquila e la ricostruzione. Una strada per provare a rinascere

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di Emiliana De Santis

L’EVENTO. Il 21 novembre, il Teatro Eliseo di Roma si è tinto per qualche ora dei vividi colori del ricordo. La capitale ha ospitato l’evento “Una strada per L’Aquila”, serata di apertura di L’Aquila Fenice, costola abruzzese del festival di letteratura e illustrazione per ragazzi Minimondi, nato a luglio 2009 nelle tendopoli del capoluogo appena flagellato dal sisma. Una kermesse di spettacolo, dibattito e buona cultura cui hanno preso parte esponenti del mondo politico e artistico. In sala Anna Paola Concia e l’assessore aquilano Stefania Pezzopane ma anche Dacia Maraini, Giulio Scarpati e lo storico dell’architettura Marco Romano.

Ciò che ha colpito di più, tuttavia, è stata un’altra presenza, quella della memoria, testimoniata dai “cocci rotti” che i presenti in platea hanno portato come biglietto d’ingresso. Frammenti di piatti, di mosaici, di brocche o di semplici mattoni, raccolti a Roma come a L’Aquila e con i quali l’architetto Marco Ferreri costruirà una strada nel centro storico abruzzese distrutto dal terremoto. Un progetto pieno di speranza che costringe tutti a mettere un pezzo di se stessi nel lungo e accidentato cammino verso la rinascita edilizia, sociale e culturale della città.

L’Aquila non era solo un pregevole centro storico nel cuore dell’Italia. L’Aquila era una realtà dinamica fatta di oltre mille negozi, accovacciati sotto il portico, e di 27 mila studenti universitari che le conferivano una vita straordinaria anche nelle ore notturne. Ora che le ali sono spezzate, che <<ci sono circa 37 mila persone senza una casa ed il numero di disoccupati e cassintegrati è cresciuto esponenzialmente>> – tuona la Pezzopane con il garbo e la forza dettati dall’infinita emergenza –  questa città cerca di rimettersi in piedi attraverso un’operazione verità indispensabile alla cittadinanza e all’Italia tutta.

Luci spente, tutti in silenzio. Su un palco sobrio, acceso dalla tinta aragosta di sei poltroncine in velluto, ci sono sei ragazzi, l’Anonima Armonisti di Roma, che da il là a un brivido forte e condiviso. Non è stata casuale la scelta di performare Clandestino, brano di Manu Chao: senza terra, senza casa, girovaghi fantasmi ansimano tra le macerie di una città passerella, di una vetrina usata a fini elettorali e di nuovo sepolta dalla mancanza di trasparenza. Quindi gli interventi istituzionali, preceduti da un fuori programma in perfetta sintonia con l’atmosfera. Giorgio, felpa oversize e occhialoni neri, prende la scena per leggere a nome di tutti gli studenti aquilani poche, semplici parole: trepid azione frammista a determinazione, la richiesta di una nuova legge regionale per il diritto allo studio, di consigli paritetici e la rivendicazione della nascita di Centri Polifunzionali Permanenti per il dialogo con le istituzioni. Lo stesso giorno, premiando al Quirinale gli Angeli del Fango, il Presidente Napolitano aveva invitato i ragazzi a fare delle proposte piuttosto che restare bloccati in un punto, opponendo degli inconcludenti no. I ragazzi aquilani hanno colto nel segno.

L’INTERVISTA. L’architetto Marco Ferreri, ideatore e curatore dell’iniziativa “Una strada per L’Aquila”, ha risposto per Mediapolitika a qualche domanda. <<Proprio martedì (il giorno 22 novembre per chi legge) siamo stati all’Aquila per decidere su quale strada intervenire. Sono emerse diverse idee. La prima è quella di implementare con i ciottoli raccolti vecchie strade, quasi come si trattasse delle briciole di pane lasciate da Pollicino lungo il cammino, in modo tale che i bambini che tra trenta anni andranno a scuola, potranno ritrovare in quelle strade un percorso della memoria, un ricordo doloroso superato attraverso la solidarietà >>. <<Le strade – prosegue emozionato – sono al tempo stesso antiche e moderne: costituiscono le prime infrastrutture di un territorio, collegano le persone e, d’altro canto, si può fare il parallelo con quella veloce autostrada virtuale che è internet>>.

La seconda idea di cui il dottor Ferreri si fa portavoce, è quella di pavimentare una piccola piazza nel cuore pulsante della città, la cui prima pietra simbolica è stata posta il 26 novembre. Si vuole così ridare vita a un centro ingombrato dalle rovine ma svuotato delle persone. Se, infatti, c’è in periferia una riproposta Piazza delle Arti, in cui hanno sede 17 associazioni, casuale ma forte momento di aggregazione civica, è altrettanto vero che, se una obiezione c’è da fare rispetto alla ricostruzione, è quella di essersi orientata in maniera troppo tecnica. <<Nell’immediato è stato fatto un enorme sforzo progettuale ma è mancata la prospettiva architettonica, ossia il collegamento tra la tecnologia e la letteratura, tra i numeri e la cultura, che pure dovrebbe essere presente in ogni piano di costruzione urbana. Il percorso di edificazione andrebbe indirizzato in senso più intellettivo, in modo da dar vita a spazi fatti dalle persone e non solo a contenitori abitativi e commerciali. In effetti, probabilmente per via dell’emergenza, l’incentivo, l’approccio, del primo momento, ha tappato la “volontà di fare delle persone”, la loro capacità di esprimersi rispetto una vita e una città che gli sono state tolte di mano due volte, dal terremoto e da chi ha operato nella ricostruzione>>.

FORTE E GENTILE. L’Abruzzo ci sta provando, sta lottando. E resta nella mente come eco profonda, il tono deciso e rauco di un Mario Monicelli maestro di saggezza quando, nel video di Francesco Paolucci, “Crepati Dentro”, ritrasmesso in sala per l’occasione, dice: <<l’Italia va rinnovata, ricostruita, non restaurata!>>

 

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