Riforma del sistema idrico: serve legge partecipata

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di Roberto D’Amico

Il 26 novembre gli italiani scenderanno in piazza a Roma per chiedere il rispetto dell’esito referendario del giugno scorso e per lanciare una soluzione alternativa per uscire da questa crisi economica.
L’Italia da quale situazione legislativa arriva? Quali sono le prospettive per il futuro?
Ne abbiamo parlato con Alessandro Zardetto, giornalista professionista autore di “H2ORO. Le mani di pochi sul bene di tutti”. L’occasione è stata la presentazione del suo libro nell’ambito di “Music, books & food”, l’appuntamento culturale organizzato da Ghigliottina.it, un settimanale online indipendente incentrato sull’attualità nazionale ed internazionale, in collaborazione con il locale “Soul Kitchen” di San Lorenzo.

Come e quando nasce l’idea di scrivere questo libro?

E’ nata il giorno che sono stati resi pubblici i risultati della raccolta firme contro la privatizzazione dell’acqua. Stiamo parlando di 1 milione e 400 mila adesioni da parte degli italiani. Era un dato che, a prescindere dal grande numero, ha assunto un grande valore politico. Nella storia dell’Italia repubblicana non c’era mai stato un referendum così “voluto” nonostante in passato si sia andato al voto su tematiche che hanno cambiato la storia del nostro paese. Pensiamo ad esempio all’aborto, al divorzio, al primo nucleare. E’ un grande risultato di democrazia che meritava senza dubbio di essere approfondito, descritto e scritto. Siamo nel luglio 2010 e da li ha inizio la campagna referendaria. Seguire questo iter è stata per me un’esperienza emozionante. In Italia si parla spesso di scarsa partecipazione democratica, in realtà questa tendenza si è invertita e, continuando lungo la scia dei grandi numeri e del grande impegno, si è arrivati fino 24 milioni di voti in favore dell’acqua come “Bene Comune”.

Qual era la situazione legislativa in Italia prima del referendum?

In Italia dal 1994 l’acqua era di fatto privatizzata. Con la Legge Galli, il primo testo che interviene in materia di risorse idriche e sfruttamento delle gestioni idriche, i privati sono entrati a gamba tesa in questo settore con il Full Recovery Cost, un balzello del 7% che tutti gli utenti pagavano in bolletta, che non corrispondeva concretamente ad un reinvestimento da parte delle aziende che gestivano il servizio. Questo ci ha portato ad avere acqua molto cara con un servizio decisamente scadente. Basta pensare che gli acquedotti italiani sono tra i più “bucati” d’Europa.

In che periodo storico e culturale siamo?

Siamo negli anni post caduta del muro di Berlino, dove l’innesto di privati in diversi settori veniva visto sempre e a qualsiasi costo come “positivo”. In alcuni settori strategici come ad esempio l’acqua o le autostrade, dall’Italia fino alla Francia e all’Inghilterra, questa mossa ha mostrato tutti i suoi limiti perché ha portato di fatto ai monopoli. Il privato, pur non avendo la totalità del sistema, aveva le possibilità economiche per chiedere quello che voleva, alzare i prezzi, senza garantire alcun tipo di migliorie. Il tutto con contratti di 25-30 anni.
Nel mio libro mostro con dei dati che lì dove l’acqua era privata c’erano prezzi alti e bassa qualità. Dove il sistema idrico è rimasto di dominio pubblico, come ad esempio a Milano, l’acqua è più accessibile e sicuramente più buona.

Possiamo dire che i comuni con maggiori difficoltà economiche sono stati “ricattati” dai privati?

Certo. Fino al ’94 il servizio idrico era gestito esclusivamente dai comuni. Lì dove le difficoltà economiche e la mancanza di finanziamenti hanno reso necessario l’intervento di privati si è arrivati a quel “monopolio” di cui ti parlavo prima. I quesiti referendari hanno sovvertito questo andamento andando ad eliminare il passaggio obbligatorio del 70% delle azioni ad aziende private (voluta della Legge Ronchi del ’99 che lasciava al comune solo il 30%). La cosa secondo me più rilevante è che con il risultato del referendum siamo tornati nuovamente ad una situazione pre-Legge Galli, con conseguente abolizione del balzello del 7%.

Così però non si rischia solo di tornare indietro? Quali potrebbero essere gli sviluppi futuri in materia di gestione delle risorse idriche?

Posso dirti che, da prima del referendum, è depositata in Parlamento un proposta di legge di iniziativa popolare, accompagnata da ben 400 mila firme. Non dobbiamo parlare di un vero e proprio ritorno al pubblico, che per giunta in Italia assume spesso connotazioni diverse e non positive, ma di un passo verso una gestione “partecipata”. E’ proprio su questo che stanno lavorando i giuristi per tirar fuori una proposta di riforma idrica. Un bene comune che non sia né pubblico né privato, come succede già in altre realtà del nostro paese.
Serve una regolamentazione ad hoc che non subisca la pressione della politica, ad oggi detentrice “privata” dei beni pubblici.

Cosa ti aspetti dalla manifestazione del 26 novembre?

Scendo in piazza dall’inizio di questa lunga battaglia. Sono decisamente ottimista anche perché i risultati delle manifestazioni di quest’ultimo anno fanno ben sperare. La partecipazioni degli italiani nelle piazze sta assumendo numeri importanti e soprattutto sta giocando un ruolo fondamentale nella riscrittura delle regole democratiche del nostro paese.

 

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