No, Presidente, il 25 aprile non è la festa della libertà

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La liberazione, avvenuta  il 25 aprile del 1945,  non è un concetto astratto, ma concreto, vale sempre la pena specificare da cosa ci siamo liberati: dall’occupazione nazista e dal regime fascista.

La libertà è un concetto astratto, che può essere declinato, a seconda della cultura e della sensibilità di ciascuno, in molti modi diversi. C’è, per esempio, chi rivendica la libertà di potersi muovere e agire arbitrariamente a dispetto di qualsiasi evidenza scientifica e chi invece pretende che il suo diritto a fruire, anche potenzialmente, dell’assistenza sanitaria, senza rischiare di morire per mancanza di posti letto, venga rispettato e difeso a qualsiasi costo. C’è chi pensa alla libertà come a un dominio della prevaricazione, uno spazio a disposizione di chi sa darsi da fare, dal quale gli intraprendenti possono trarre profitto, e chi, invece, lo considera il luogo d’intersezione tra sé e l’altro da sé, dove il vero profitto consiste nel riconoscersi reciprocamente come persone, animali o cose che hanno valore e diritti in sé e per sé, a prescindere da tutto.

Ecco perché il 25 aprile non è e mai potrà essere la «Festa della libertà di tutti gli italiani». Il virgolettato è del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. È quanto ha scritto in un messaggio destinato alle Associazioni Combattentistiche e d’Arma, pubblicato sul sito web del Quirinale e diffuso a tutti gli organi di stampa. Un messaggio in cui le parole fascismo e nazismo non compaiono nemmeno una volta. Si parla di «sacrificio di migliaia di connazionali che hanno lottato nelle fila della Resistenza» e di «deportati, internati, sterminati nei campi di concentramento», ma non viene esplicitato contro chi e cosa combattessero i primi e a causa di chi e cosa furono prelevati e assassinati i secondi. Nemmeno un accenno, neanche una fuggevole allusione. E benché la parola «Resistenza» compaia due volte, il fatto che venga buttata lì, senza un contesto, evitando di chiarire contro chi e cosa fosse esercitata, fa uno strano effetto. Come se nel secondo 25 aprile celebrato in piena epidemia non importasse più così tanto contro cosa si resistesse allora: quel che conta, oggi, è resistere al coronavirus, alle zone colorate, alle chiusure, ai coprifuoco, e ogni accenno a elementi divisivi va rigorosamente evitato. Non avvedendosi che il vero problema non è che ci si possa dividere, ma che quelle temute divisioni possano essere favorite dalle parole fascismo e nazismo.

In ogni caso, il 25 aprile, festa nazionale riconosciuta dalla Legge n. 260 del 27 maggio 1949, celebriamo l’anniversario della liberazione dell’Italia e non credo sia stravagante aspettarsi che in un messaggio ufficiale del Capo dello Stato questa ricorrenza venga chiamata per quel che è. E poiché la liberazione non è un concetto astratto, ma concreto, vale sempre la pena specificare da cosa ci siamo liberati: dall’occupazione nazista e dal regime fascista. Il 25 aprile non fu conquistata «la libertà». Il giorno successivo, il 26 aprile del 1945, c’erano ancora tantissime libertà e moltissimi diritti che non erano garantiti, e ce ne sono ancora oggi. Quelli che invece non c’erano più, erano l’esercito di occupazione tedesco e la Repubblica Sociale Italiana. Il 25 aprile fu semplicemente realizzata la liberazione dal fascismo e dal nazismo, niente di più ma anche niente di meno. Una liberazione che pose le basi per la costituzione del nostro attuale stato democratico, attraverso il quale, ancora oggi, siamo chiamati a contribuire per far sì che la libertà venga ogni giorno non solo declinata nella vita concreta, ma anche ampliata e preservata.

Uno dei modi per preservarla è sottolineare a ogni occasione quali sono i suoi nemici giurati: intolleranza, discriminazione, prevaricazione e violenza, mai cessando di ricordare i crimini del fascismo e le conseguenze naturali dei regimi ispirati da ideologie nazionaliste, discriminatorie e populiste.

Da comunicatore politico capisco i motivi che hanno spinto il Capo dello Stato e il suo staff a toccarla piano, quest’anno. Bisogna provare a tenere in piedi almeno la facciata dell’unità nazionale, anche se è di cartapesta e si tiene insieme con lo sputo (e indovinate di chi è, lo sputo). Ma esistono cose che non possono essere messe sul piatto della contrattazione politica, perché rischieremmo di perdere di vista il motivo stesso per cui, quella contrattazione, l’abbiamo iniziata. E se chiamare il 25 aprile «Festa della Liberazione», – senza aver paura di nominare ciò da cui ci siamo liberati, cioè il fascismo e il nazismo – può far saltare il tavolo, be’, forse a quel tavolo non avremmo dovuto mai sedere.

(RICCARDO RITA)

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