Amarcord: Djibril Diawara, l’ospite indesiderato

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Di calciatori arrivati in Italia dall’estero con tante fanfare e finiti con l’essere rispediti al mittente prima del tempo per manifesta mediocrità è piena la storia, ma quanto accaduto a Djibril Diawara va ben oltre il classico bidone della serie A, collocandosi in una storia che oltre al calcio comprende risse, vendette, razzismo e ripicche, col pallone a far da sfondo quasi passivamente.

Quando Djibril Diawara sbarca in serie A l’Italia già lo conosce ed è equamente divisa fra chi lo ama e chi lo detesta, anche se tutto questo clamore non è dettato dalle gesta in campo del calciatore, bensì dalle sue doti di rissoso picchiatore. Andiamo per ordine: Djibril Diawara è un difensore senegalese classe 1975, 1 metro e 85 di altezza per circa 85 kg di muscoli e con una tecnica inversamente proporzionale alla forza fisica. In difesa, però, è uno che si fa valere, all’occorrenza scaraventa la palla in tribuna senza tanti fronzoli e non disdegna le liti con gli avversari quando se ne crea l’occasione; sotto l’occhio destro ha una vistosa cicatrice, ricordo di una serata non troppo tranquilla in discoteca, mentre il suo naso è grosso e schiacciato, tipico dei pugili. Peccato, però, che Diawara di mestiere faccia il calciatore, disciplina nella quale cazzotti e litigi vengono spesso e volentieri puniti a dovere. La sua carriera si sviluppa prevalentemente in Francia, prima nel Le Havre e poi nel più prestigioso Monaco dove il difensore si afferma nella stagione 1997-98 giocando spesso e contribuendo al successo nella Supercoppa nazionale e alla cavalcata in Coppa dei Campioni della squadra del Principato dove i biancorossi si fanno strada sino alla semifinale, proprio lì dove l’Italia inizierà a conoscere questo particolare calciatore.

Le due semifinali fra Juventus e Monaco sono tesissime, anche oltre le aspettative: i bianconeri guidati da Marcello Lippi sono tra le favorite per la vittoria e vanno a caccia della terza finale di fila, mentre i monegaschi sono una delle outsider, hanno poco da perdere e tanto da guadagnare rispetto ai torinesi e non lesinano provocazioni che possano far saltare i nervi ai più quotati avversari. Nella gara di andata allo stadio Delle Alpi di Torino, la Juventus vuole chiudere se possibile i conti senza dover andare a soffire in Francia, anche perché impegnata nella serrata lotta scudetto contro l’Inter che culminerà col famigerato e famoso rigore-non rigore per lo scontro tra Iuliano e Ronaldo. Ed in effetti la formazione juventina, nonostante una sfida spigolosa, riesce a prevalere vincendo 4-1 grazie ad una tripletta di Alessandro Del Piero che realizza due calci di rigore, uno dei quali provocato da Filippo Inzaghi per fallo proprio di Diawara. Al rientro negli spogliatoi succede qualcosa che nessuno vede né sente, probabilmente Diawara accusa Inzaghi di aver esagerato nella caduta e i due si danno non amichevolmente appuntamento alla partita di ritorno del 15 aprile 1998 quando, mentre il centravanti bianconero sembra aver dimenticato l’accaduto, altrettanto non fa il difensore senegalese che durante uno scontro di gioco colpisce con una gomitata sul volto l’avversario che esce in barella. Inzaghi avrà 24 punti di sutura, verrà ricoverato per una notte in ospedale e sul suo labbro i segni dello scontro con Diawara sono a tutt’oggi visibili.

Nell’estate del 1999, poco più di un anno dopo, il presidente del Torino Massimo Vidulich prepara la campagna acquisti dei granata, freschi di promozione in serie A dopo tre anni passati nell’inferno della B. Uno dei regali, si fa per dire, ai tifosi è proprio l’acquisizione di Djibril Diawara, osannato dai sostenitori torinisti e da tutti gli antijuventini d’Italia per lo scambio di vedute con Inzaghi e naturalmente mal visto dai fan bianconeri. I più maligni nei bar di Torino se la ridono: “Così ne manda all’ospedale qualcun altro“, mentre nel capoluogo piemontese tutti aspettano il giorno del derby e la resa dei conti con Inzaghi. La stagione del Torino inizia abbastanza bene, così come quella di Diawara che gioca da titolare le prime 7 partite, dall’esordio a Bologna dove si disimpegna discretamente nello 0-0 dei granata contro i felsinei, fino al 24 ottobre quando la squadra di Mondonico ospita al Delle Alpi la Roma. Diawara è sempre in campo, la partita fila via sull’1-1 e nelle battute finali ha poco da dire, al contrario del senegalese che proprio nei minuti di recupero viene ammonito, inizia a sbracciarsi, a rimproverare l’arbitro e ad imprecare, col risultato che viene espulso e, non contento, prosegue nelle sue plateali proteste venendo portato fuori dai compagni che a stento lo trascinano verso gli spogliatoi. Il giorno tanto atteso, quello del derby, arriva il 7 novembre ma Diawara non gioca, niente confronto con Inzaghi, niente botte, la partita finisce 0-0 ed il Torino si illude ancora di poter vivere un campionato tranquillo, proprio come Diawara. Non sarà così per nessuno dei due.

I granata, infatti, da allora iniziano a perdere, arrivano a collezionare ben 7 sconfitte consecutive, mentre Diawara non è più titolare inamovibile, con Mondonico che a volte lo utilizza a centrocampo anziché in difesa. Il 27 febbraio 2000 il Torino è di scena a Bari per uno scontro salvezza che può valere tanto per la classifica e per il morale di entrambe. Diawara è in campo dal’inizio e gioca a centrocampo nel 3-5-2 di Mondonico che chiede al senegalese fosforo, dinamismo e fisico in una gara in cui i muscoli potrebbero prevalere sulla tecnica. L’incontro non è un granché ed è anche pieno di proteste: il Torino si lamenta per i 3 minuti di recupero assegnati alla fine del primo tempo e nei quali il Bari va in vantaggio con l’attaccante svedese Osmanovski, mentre i pugliesi hanno da ridire su un paio di episodi fra cui la punizione che al 58′ consente a Ferrante di trovare l’1-1 che non cambierà più. Proprio a 90′ inoltrato, però, ecco la scintilla che scatena una delle più violente gazzarre della stagione: Diawara subisce un duro colpo in faccia dal difensore barese Del Grosso, si rialza e, convinto che a colpirlo sia stato Garzya, si porta faccia a faccia con l’ex romanista; ne nasce un coacervo di spintoni, insulti e chiari riferimenti ad ipotetici mestieri delle rispettive madri. Invece che placare gli animi, poi, le due panchine si scagliano a difesa dei propri tesserati, col risultato che Diawara, sentendosi accerchiato da quelli del Bari, assesta un calcio negli stinchi a Garzya e colpisce con una manata al volto un accompagnatore dei biancorossi. Il senegalese e Garzya vengono espulsi da Collina che, nonostante sia l’arbitro migliore al mondo, fatica a tenere a bada quella baraonda. Ma chi pensa che sia finita qui si sbaglia di grosso, perché questo è solo l’inizio.

Siamo già nel 2000 ma la maggior parte degli italiani aspetta ancora le fatidiche 18:10 della domenica per vedere le immagini delle partite a Novantesimo Minuto, ma già dai primi report dallo stadio San Nicola si evince che la rissa finale sia terminata ai tempi supplementari. Diawara è uscito dal campo con qualche ferita sul volto ed il sangue che gli sporca la maglietta, mentre Garzya è una furia poiché sostiene che il senegalese gli abbia sputato in faccia prima di colpirlo con una pedata sulla tibia. Diawara è un tipo focoso, nessuno lo tiene, esce dallo spogliatoio ed urla che lui non ha sputato a nessuno, anzi, è stato provocato dai cori razzisti dello stadio durante la partita e poi apostrofato allo stesso modo dai calciatori del Bari, addirittura dopo il presunto sputo (che le immagini non chiariranno mai) un dirigente pugliese lo avrebbe attaccato urlandogli in faccia l’oscena frase: “Sei un negro, vuoi attaccarci a tutti qualche malattia?“. La ciliegina sulla torta, poi, ce la mette il tecnico barese Eugenio Fascetti che davanti ai microfoni afferma: “Quelli come Diawara dovrebbero starsene a casa loro, anche perché il loro sputo potrebbe essere infetto“. Una dichiarazione da censura immediata e che scatena la dirigenza torinista che vuole giustizia e pretende chiarimenti. A risolvere tutto ci pensa il giudice sportivo che affibbia 4 giornate di squalifica a Diawara (poi ridotte a 3), una a Garzya e l’assoluzione per Del Grosso.

Il caso si sgonfia, anche perché il Torino ha problemi più importanti da affrontare, come ad esempio la retrocessione in serie B che arriva alla penultima giornata dopo la sconfitta di Lecce e quando già Diawara si è accomodato in panchina senza quasi più essere chiamato in causa da Mondonico. L’anno successivo il senegalese è confermato, forse in serie B può farsi valere maggiormente, ma nè Simoni e nè Camolese (i due allenatori che si succederanno sulla panchina granata) lo prendono granché in considerazione e le sole 7 presenze stagionali del difensore africano fanno crescere il sospetto che il calciatore sia tanto scarso quanto uomo dal difficile carattere e del quale sarebbe meglio disfarsi. Colmo dei colmi, poi, a gennaio del 2001 il Torino ingaggia proprio Luigi Garzya che si ritrova così faccia a faccia con Diawara dopo il feroce alterco dell’anno prima a cui però ormai nessuno fa più riferimento, anche perché l’ex difensore del Monaco è praticamente fuori squadra. Nell’estate del 2001 si trasferisce in Inghilterra al Bolton in prestito dove dapprima il tecnico Allardyce lo elogia chiedendosi come mai il Torino abbia rinunciato ad un giocatore così forte, poi è costretto a far marcia indietro appena un paio di mesi dopo quando Diawara contravviene alla regola del club di non bere alcolici nel giorno della partita, venendo invece ritrovato mezzo ubriaco sul sedile della propria macchina dai dirigenti inglesi a poche ore dal fischio di inizio.

Così, dopo 9 presenze al Bolton, viene rispedito in Piemonte nonostante a Torino nessuno ne sentisse la mancanza. La dirigenza granata è così costretta ad organizzare un’operazione quasi miracolosa: in poche ore, infatti, si accorda col Cosenza che milita in serie B ed ha bisogno di un difensore. Il Torino definisce tutti i dettagli col club calabrese e spedisce quasi a forza Diawara in Sila, facendo orecchie da mercante alle rimostranze del calciatore che non vorrebbe scendere di categoria. Al Cosenza, tuttavia, pur non disputando gare memorabili, il senegalese contribuisce alla salvezza dei rossoblu segnando anche la sua unica rete in Italia il 17 marzo 2002 nella sconfitta casalinga per 3-2 contro la Salernitana. A fine campionato decide di lasciare sia l’Italia che il calcio, ritirandosi ad appena 27 anni e venendo per sempre ricordato come atleta dalle indiscusse doti fisiche ma dal carattere troppo riottoso che ha finito per farlo reagire troppo spesso anche di fronte a provocazioni come quella di Bari in cui, alla fine, ha pagato soltanto lui che forse, come ha sostenuto all’epoca il presidente del Torino, da vittima è passato per colpevole.

Djibril Diawara dalla primavera del 2002 ha fatto parlare poco di sé, ha aperto ed iniziato a gestire un locale notturno, un’attività del tutto diversa dal calcio, ignorando interviste e richieste di confronti, senza neanche spiegare il perché di un ritiro dall’attività agonistica così precoce. Qualcuno sostiene che appendere gli scarpini al chiodo sia stata la decisione più saggia della sua carriera, qualcun altro dice invece che le sue risse ed i suoi metodi violenti siano stati spesso ingigantiti per trovare il classico capro espiatorio. La verità sta probabilmente come al solito nel mezzo e l’impressione è che la storia di Diawara sia stata condizionata da un temperamento troppo burrascoso che spesso e volentieri ha fatto passare il calcio in secondo piano, al punto dal far disamorare dello sport persino lui.

di Marco Milan

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