Amarcord: l’incanto europeo dell’Hapoel Tel Aviv

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C’è poco da fare: nella mente e nel cuore di tifosi ed appassionati di calcio restano le imprese delle grandi squadre, scandite dalle prodezze dei fuoriclasse, ma anche le gesta di formazioni minori che hanno provato ad arrampicarsi fino in vetta pur senza la necessaria attrezzatura. Caso emblematico è quello dell’Hapoel Tel Aviv, inatteso protagonista della Coppa Uefa 2001-2002.

Può sembrare anomalo agli occhi dei meno esperti che una squadra israeliana giochi le coppe europee, ma è ormai noto come da diversi decenni e per ragioni di sicurezza, Israele abbia la deroga per essere considerato paese calcisticamente europeo, basti pensare che la nazionale disputa le qualificazioni per i mondiali nei raggruppamenti del vecchio continente e partecipa regolarmente anche a quelle per i campionati d’Europa. Anche i club, di conseguenza, possono fregiarsi della presenza nelle coppe europee, anche se, tanto a livello di nazionale quanto di club, le compagini israeliane non hanno mai raggiunto picchi particolarmente elevati. Va detto, però, che un’eccezione esiste e si chiama Hapoel Tel Aviv, una squadra che con sacrificio, lavoro ed organizzazione ha fatto la voce in una delle edizioni più emozionanti e combattute della Coppa Uefa, quella dell’anno 2001-2002. Nessuno si aspettava tanta gloria a Tel Aviv e nessuno, alla vigilia del primo turno preliminare giocato in estate, avrebbe mai neanche immaginato ciò che sarebbe accaduto qualche mese più tardi.

L’Hapoel Tel Aviv nell’estate del 2001 è reduce dal secondo posto in campionato alle spalle del Maccabi Haifa e dalla vittoria nella coppa nazionale, e si prepara ad affrontare la Coppa Uefa, competizione in cui la squadra guidata dal tecnico Dror Kashstan vuol ben figurare, pur non coltivando particolari ambizioni in una manifestazione che ospita club blasonati come Inter, Milan, Borussia Dortmund, Chelsea e Paris Saint Germain, nonché i concittadini del Maccabi. La squadra è ben organizzata, gli elementi più rappresentativi sono in attacco con la coppia gol formata dal moldavo Clescenco e dallo sloveno Osterc. Il turno preliminare mette di fronte gli israeliani ai modesti armeni dell’Ararat che vengono agevolmente sconfitti per 2-0 in casa e per 3-0 a Tel Aviv, risultati che qualificano l’Hapoel al primo turno, previsto per il mese di settembre e nel quale il sorteggio affianca gli uomini di Kashtan ai turchi del Gaziantepspor in una sfida che spaventa non poco l’Uefa per i rapporti fra i due paesi. Le due sfide sono tirate, a Tel Aviv l’Hapoel vince 1-0, in Turchia la gara termina 1-1 e qualifica gli israeliani al secondo turno dove sfideranno il Chelsea e dove tutti ritengono che terminerà la loro avventura in Uefa. Ma il calcio, si sa, si diverte spesso a stravolgere e capovolgere i pronostici, molto più che in altri sport, mostrando di volta in volta sfaccettature che vanno oltre i semplici favori del pronostico.

Hapoel Tel Aviv-Chelsea del 18 ottobre 2001 è la classica sfida dalla previsione scontata: inglesi favoritissimi e preoccupati più dai rischi territoriali legati alla trasferta che all’effettiva forza dell’avversario. Invece la gara è più dura del previsto e resta inchiodata sullo 0-0 fin quando gli israeliani benificiano di un calcio di rigore poi trasformato dal difensore capitano Shimon Gershon; il Chelsea si getta all’assalto del pareggio ma viene colpito ancora da Clescenco che fissa il punteggio sul clamoroso 2-0 a favore dell’Hapoel, un risultato inaspettato che pone ora i londinesi di fronte al difficile compito di ribaltare la situazione nella partita di ritorno nella quale, comunque, vengono indicati ancora come grandi favoriti. L’importante è far gol subito e, soprattutto, non prenderne nessuno, si dice in questi casi: detto fatto, l’Hapoel inizia meglio la gara a Stanford Bridge e va in vantaggio con Osterc, blindando la qualificazione e rendendo al Chelsea l’impresa una montagna impossibile da scalare; il pareggio di Zola nel secondo tempo non fa che accrescere i rimpianti degli inglesi, clamorosamente eliminati al secondo turno da un Hapoel che si gode il momento di gloria con l’orgoglio di chi ha parlato poco e lavorato tanto. Eppure, lo spazio mediatico ricevuto dagli uomini di Kashtan è misero, si critica il Chelsea per l’eliminazione e si accenna molto di più ai demeriti dei britannici che ai meriti degli israeliani, ancora considerati una delle cenerentole del torneo.

Ai sedicesimi di finale l’Hapoel affronta la Lokomotiv Mosca nell’ultimo turno dell’anno solare. Paradossalmente l’avversario è più abbordabile rispetto alla tornata precedente, ma gli israeliani conoscono un solo modo di giocare e di vincere e lo applicano a prescindere da chi abbiano di fronte. L’andata al Bloomfield Stadium di Tel Aviv si disputa il 22 novembre e vede la squadra di casa prevalere per 2-1, risultato rischioso in vista del ritorno in programma a Mosca il 6 dicembre; ma l’Hapoel sta dimostrando partita dopo partita di essere formazione compatta ed ostica, a cui fare gol è sempre complicato. Se ne accorge pure la Lokomotiv che attacca ma non sfonda e finisce col soccombere anche in casa, battuta per 1-0 dai sorprendenti israeliani che sono ora qualificati per gli ottavi di finale della Coppa Uefa, risultato insperato e non pronosticabile alla vigilia della manifestazione. Sulla strada degli uomini di Kashtan c’è ora il Parma che sta vivendo un’annata complicata in serie A ma che in Europa ha sinora sfoderato prestazioni convincenti; la gara di andata si gioca in Israele il 21 febbraio 2002 e termina 0-0, mentre nel ritorno al Tardini l’impressione è che la compagine in maglia rossa sia nettamente più in palla rispetto al più esperto e sulla carta meglio organizzato avversario. Il Parma va letteralmente nel pallone, il gioco dell’Hapoel è semplice ma organizzato e redditizio, i gol di Osterc e dell’ungherese Pisont rendono vana la rete degli emiliani firmata da Bonazzoli, in quanto il 2-1 qualifica gli ospiti, la vera rivelazione di una coppa che ora guarda con ammirazione e consapevolezza quella squadra in grado di fare così strada pur con un organico inferiore rispetto alle avversarie affrontate.

Il tecnico israeliano parla di lavoro, non si pone limiti e non si spaventa neanche di fronte al nome del club che l’Hapoel si troverà di fronte ai quarti di finale: il Milan. I quarti sono il maggior traguardo mai raggiunto prima da una formazione israeliana nelle coppe europee, l’Hapoel Tel Aviv ora spaventa davvero tutti, Milan compreso, pure perché i rossoneri sono da qualche mese affidati a Carlo Ancelotti, anche se l’allenatore reggiano deve ancora costruire quello squadrone che dominerà in Italia e soprattutto in Europa negli anni a venire. Sono in molti, infatti, a non dar per spacciato l’Hapoel, anzi, il gioco e l’organizzazione mostrata da Gershon e compagni induce a pensare che per il Milan non sarà affatto semplice avere la meglio dei rossi di Israele. Eppure, la contesa inizia in salita per l’Hapoel in quanto il club milanista scrive all’Uefa e si rifiuta di giocare a Tel Aviv per via dei numerosi attentati che nella primavera del 2002 sconvolgono la città e la capitale Gerusalemme. Il Milan parla anche di minacce ricevute da Hamas (l’organizzazione paramilitare palestinese) e fa pressioni per disputare la partita di andata in campo neutro e comunque fuori dai confini israeliani. Le richieste dei rossoneri vengono accettate ed Hapoel-Milan del 14 marzo si gioca a Nicosia (Cipro) e la sensazione generale è che gli israeliani senza il calore del proprio pubblico perdano tanto. Evidentemente, però, non abbastanza perché il Milan in campo ci capisce poco e viene punito da un gol di Clescenco al 32′ che decide anche la partita.

L’Hapoel, insomma, sembra vicino all’ennesima impresa ed è pronto a staccare una settimana più tardi l’incredibile biglietto per le semifinali. Il Milan ha addosso tutta la pressione, non sembra una squadra irresistibile nonostante il blasone ed i grandi campioni in organico, e l’Hapoel Tel Aviv ha l’occasione per riscrivere la storia. Il 21 marzo 2002 a San Siro non c’è il pubblico delle grandi occasioni, ma l’occhio lo ruba il settore ospiti dove sono assiepati quasi 6000 tifosi israeliani bardati di rosso e pronti a sostenere i propri beniamini verso un traguardo che avrebbe del clamoroso. Stavolta, però, l’Hapoel commette l’errore di aspettare troppo l’avversario, non colpirlo come fatto con Chelsea e Lokomotiv Mosca, una leggerezza che consente al Milan di prendere coraggio e rischiare qualcosa in più, tanto che dopo appena 6 minuti Rui Costa porta avanti i rossoneri e riequilibra le sorti della qualificazione. Passa il tempo e la sensazione è che la squadra di Ancelotti abbia la partita in mano, anche se un gol degli israeliani sarebbe pesantissimo da rimontare per la formazione milanista che però alla fine del primo tempo raddoppia con una sfortunata autorete di Gershon, 2-0 e Hapoel virtualmente eliminato. Nella ripresa gli israeliani premono, provano a reagire, spaventano anche il Milan ma questa volta qualcosa non funziona, sembra che i rossoneri abbiano preso le giuste contromisure all’organizzazione dell’Hapoel che, oltretutto, si trova per la prima volta nel torneo a dover rimontare il passivo. L’impresa non riesce, il Milan porta a casa qualificazione e semifinale, ma la copertina della serata è comunque per gli israeliani, applauditi dai propri tifosi, delusi ma orgogliosi di una cavalcata sensazionale e forse irripetibile.

Il più commosso sembra proprio l’allenatore Kashtan che batte le mani ai sostenitori della sua squadra con le lacrime agli occhi, gesticola come se si volesse scusare per quel risultato non raggiunto, consapevole che l’occasione fosse più unica che rara. L’Hapoel esce a testa altissima dalla Coppa Uefa e ad oggi resta la squadra israeliana ad aver fatto più strada in una coppa europea, un primato attualmente difficile da eguagliare o superare. L’edizione 2001-2002 della Coppa Uefa è stata vinta dagli olandesi del Feyenoord che nella finale giocata curiosamente in casa hanno battuto per 3-2 il Borussia Dortmund; una finale emozionante ma presto dimenticata, tanto che di quella manifestazione è rimasto più nitido il ricordo della bellissima impresa sfiorata dall’Hapoel Tel Aviv che l’atto conclusivo, quello che di fatto assegna il trofeo. Per una volta, insomma, vincere non è stata l’unica cosa a contare.

di Marco Milan

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