Amarcord: la seconda Sampdoria di Boskov

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La storia d’amore tra la Sampdoria e Vujadin Boskov è pressoché nota a tutti: i 6 anni insieme, conditi dallo storico scudetto del 1991 e da una Coppa delle Coppe, tre Coppe Italia ed una Supercoppa Italiana, oltre alla sfortunata finale di Coppa Campioni, persa nei supplementari a Wembley contro il Barcellona. In pochi, però, forse ricordano il Boskov bis a Genova, un esperimento tentato e non perfettamente riuscito.

L’estate del 1997 è burrascosa e traumatica in casa sampdoriana: il popolo blucerchiato saluta il tecnico svedese Sven Goran Eriksson, ma soprattutto il capitano, il simbolo e l’emblema della vecchia Samp che fu, ovvero Roberto Mancini che, proprio assieme all’allenatore, si trasferisce alla Lazio di Cragnotti. E’ un colpo durissimo da digerire per una tifoseria che sta ancora assorbendo il lento ridimensionamento del club dopo i fasti di fine anni ottanta e inizio novanta, la morte del presidente-papà Paolo Mantovani e la gestione del figlio Enrico, non esattamente identica a quella paterna. Eppure, Eriksson ha lavorato bene a Genova, ha chiuso l’ultima annata (1996-97) col sesto posto finale e la qualificazione in Coppa Uefa, dopo che la formazione ligure era stata pure in lotta per il vertice in pieno inverno. Al posto dell’allenatore scandinavo è stato chiamato Cesar Luis Menotti che nel 1978 aveva condotto la nazionale argentina al suo primo titolo mondiale, che ha di recente allenato club prestigiosi in patria (Boca Juniors e Independiente), ma che non ha esperienza né in Europa e né tanto meno in Italia dove viene visto come sergente di ferro, uomo di estrema personalità ma forse non adattissimo ad un campionato totalmente diverso da quelli sudamericani.

Menotti, però, non è tipo da farsi intimidire dalle etichette di giornali e gente comune, anzi, ha carisma e maturità, sbarca in Italia a quasi sessant’anni e non ha certo intenzione di passare per l’allenatore esordiente tutto timidezza e ambientamento. Qualcuno fa il paragone con un altro tecnico argentino, Carlos Bianchi, che giusto un anno prima ha fatto una figuraccia allenando la Roma e venendo esonerato dopo risultati scadenti e nonostante il prestigioso curriculum nel suo paese. Alla Sampdoria c’è bisogno di ordine e di ricaricare un ambiente tutt’altro che euforico, un ambiente che ha perso il suo leader in campo e nello spogliatoio, il suo faro, e che probabilmente è consapevole di come il declino societario stia pian piano avanzando. In rosa è stato mantenuto Vincenzo Montella, centravanti e bomber che la stagione precedente al debutto in serie A ha messo a segno ben 22 reti, in più ecco l’ex interista Jurgen Klinsmann, non più attaccante di primo pelo ma pur sempre goleador di razza ed esperienza. I presupposti per disputare un campionato con ambizioni europee ci sono, ma le perplessità alla vigilia del torneo permangono e a nulla servono i primi buoni risultati, perché la Samp batte 2-1 il Vicenza alla prima giornata, pareggia 3-3 a Brescia alla seconda e sbanca Bergamo nel terzo turno, ma l’eliminazione a metà settembre nel primo turno di Coppa Uefa per mano dell’Athletic Bilbao fa ripiombare Menotti e il suo gruppo nell’incertezza.

Alla quarta giornata, la Sampdoria è sfortunatissima contro la forte Juventus: al vantaggio nel primo tempo firmato dal giovane argentino Angel Morales (fortemente voluto da Menotti in persona) e ad una brillante prestazione della squadra, infatti, rimedia la rete di Filippo Inzaghi al 91′ che lascia l’amaro in bocca ai doriani, ulteriormente delusi dalla successiva sconfitta rimediata a Udine e che palesa limiti difensivi imbarazzanti della truppa di Menotti. La panchina dell’argentino inizia a traballare a metà ottobre quando la Sampdoria perde l’andata degli ottavi di finale di Coppa Italia a San Siro contro il Milan per 3-2 dopo essere stata in vantaggio per 2-0; il successivo 3-1 inflitto in campionato al Piacenza fa respirare l’allenatore, ma le due successive capitolazioni, entrambe per 3-0, a Marassi col Milan e all’Olimpico contro la Lazio dei grandi ex, segna il capolinea dell’avventura di Menotti a Genova. Complici le due settimane di riposo per la sosta, infatti, Mantovani si assume in prima persona la decisione di esonerare il tecnico sudamericano e mettersi alla ricerca di un valido sostituto, anche perché la rosa in fondo non è scarsa e a metà novembre c’è ancora tutto il tempo per risalire la china in campionato e avanzare in Coppa Italia.

Il 12 novembre 1997, assieme al direttore generale Emiliano Salvarezza, Mantovani compie un autentico blitz a Novi Sad dove citofona a casa di Vujadin Boskov e lo convince a tornare alla Sampdoria. Il tecnico serbo è inizialmente dubbioso: a Genova ha scritto pagine indelebili, ha reso realtà quel sogno in cui non tutti credevano, oggi le cose sono cambiate, ripetersi sarebbe difficile, se non impossibile. E’ sul punto di rifiutare, Boskov, ma alla fine i sentimenti prevalgono sulla razionalità ed il tecnico dello scudetto blucerchiato non se la sente di dire no al figlio del suo vecchio presidente Paolo Mantovani, non se la sente di rinnegare un aiuto a quella società che ora è in difficoltà ma che può essere ritirata su senza grandi sforzi, a meno che la gente non pensi che con lui di nuovo in panchina si possa tornare a cullare ambizioni troppo grandi per il momento storico della Sampdoria. Dopo un colloquio lungo ma proficuo, Mantovani riesce nel suo intento e convince Boskov che firma un contratto annuale ad un miliardo e 200 milioni di lire, con l’Europa da raggiungere e la promessa di riparlarsi a stagione conclusa per decidere cosa fare in estate. Boskov è carico, le sue prime dichiarazioni da allenatore della Sampdoria sono battagliere: “Arrivo domani – dice all’ANSA – e voglio mettermi subito a preparare la sfida di Coppa Italia col Milan che vinceremo sicuramente. Alla Samp non potevo dire di no, conosco tutti, inoltre sono stato allo stadio due volte quest’anno e ho visto le partite della squadra contro Bilbao e Piacenza, so che non avrò problemi di ambientamento o conoscenza”.

La Genova blucerchiata è elettrizzata, qualcuno giustamente teme che i ritorni nel calcio non sempre funzionano, ma la perdita di Roberto Mancini qualche mese prima è ancora troppo fresca e fa ancora male, per cui rivedere ora Vujadin Boskov di nuovo seduto sulla panchina doriana torna a far battere gli addolorati cuori della gradinata sud. L’esordio del Boskov bis avviene proprio a Marassi il 19 novembre 1997: la Sampdoria deve rimontare il 2-3 subìto dal Milan all’andata e la Coppa Italia è un obiettivo importante nell’annata ligure. La squadra parte bene, inoltre il Milan è sì allenato da Fabio Capello ma non è più lo squadrone di qualche anno prima, anzi, è incappato in una stagione dai contorni terrificanti con risultati mediocri ed una feroce contestazione del pubblico. La Sampdoria gioca meglio e al 19′ va in vantaggio con una delle solite punizioni di Sinisa Mihajlovic, conterraneo e grande amico di Boskov; lo stadio, pieno appena per metà, gioisce, il tecnico serbo si dimena in panchina come ai vecchi tempi, mentre il Milan arranca. Nel secondo tempo, però, la formazione di casa palesa i soliti limiti difensivi e viene punita dal brasiliano Leonardo al 65′, un gol che gela lo stadio e permette ai rossoneri di acquisire nuova fiducia, tanto che a poco meno di dieci minuti dalla fine un altro brasiliano, Cruz, trasforma il calcio di rigore che consente ai milanesi di conquistare vittoria e passaggio del turno, eliminando la prima Sampdoria del nuovo corso di Boskov.

Il tecnico è deluso, ma anche convinto che ora col solo campionato da giocare le risorse possano essere gestite ed investite tutte per riconquistare l’Europa. Domenica 23 novembre ecco il nuovo debutto, stavolta in campionato, 5 anni e mezzo dopo l’ultima volta, e lo stadio Ferraris dedica a Boskov striscioni, cori ed applausi nella gara contro il Bari, partita che si rivelerà complicatissima per i blucerchiati che avranno la meglio dei pugliesi solamente al minuto 84 grazie ancora a Mihajlovic. Il nuovo-vecchio allenatore sembra aver toccato le corde giuste della squadra che una settimana più tardi a Bologna rimonta da 0-2 a 2-2, quindi blocca la capolista Inter in casa sull’1-1 con Montella che risponde a Ronaldo. La prima sconfitta in campionato, Boskov la patisce ad Empoli quando i suoi segnano subito ma vengono seppelliti da 4 reti dei toscani guidati da Luciano Spalletti, giovane tecnico del quale proprio quel giorno Enrico Mantovani inizia ad innamorarsi. Il successivo 6-3 inflitto al derelitto Napoli ultimo in classifica, riconsegna a Boskov una Sampdoria in salute ma ancora troppo fragile: Montella segna tre reti, va in gol pure Klinsmann che però meno di un mese dopo tornerà al Tottenham nel calciomercato di riparazione che regalerà ai doriani Giuseppe Signori, ormai chiuso nella Lazio ma che a Genova disputerà la sua peggior stagione della carriera.

Eppure, l’attaccante bergamasco si presenta benissimo al suo nuovo pubblico siglando una doppietta nel 5-2 inflitto dalla Sampdoria al Parma nell’ultima giornata dell’anno, ripetendosi anche ad inizio ’98 quando va in rete pure nel vittorioso 3-1 di Lecce. La squadra di Boskov è sostanzialmente in linea coi programmi alla fine del girone d’andata, è in lotta per un posto in Coppa Uefa ed il tecnico serbo sta facendo emergere il talento degli elementi migliori in rosa, dal regista argentino Veron all’implacabile bomber Montella. All’inizio del girone di ritorno, la formazione genovese vince due partite di fila contro Brescia ed Atalanta, poi incappa in due 0-3 consecutivi, prima in casa della Juventus e poi a Marassi contro l’Udinese il 22 febbraio, un giorno di pioggia e nel quale perfino Boskov viene fischiato da un pubblico deluso dalla prestazione imbarazzante della squadra. L’allenatore pretende una svolta, ma vedrà arrivare invece altre due sconfitte, entrambe per 1-0, prima a Piacenza e poi contro il Milan, ma soprattutto il tracollo casalingo di sabato 14 marzo contro la Lazio che passeggia per 4-0 trovando la via del gol già dopo pochi secondi grazie ad un altro ex, Jugovic. Quel giorno, probabilmente, Boskov e Mantovani comprendono l’impossibilità di proseguire anche l’anno successivo, la vecchia Sampdoria non c’è più e quella nuova ha bisogno di freschezza e di un progetto che riparta da zero.

La squadra ligure si allontana sempre più dalla zona Uefa, tampona l’emorragia col successo di Bari, firmato dal solito Montella esattamente un girone dopo il debutto di Boskov in panchina. Una settimana più tardi, però, le residue speranze europee dei blucerchiati le spazza via il Bologna, capace di rimontare a Genova da 0-2 a 3-2 e gettando nella contestazione l’intera piazza doriana. Tre vittorie consecutive contro Empoli, Napoli e Fiorentina, oltre al brillante 2-2 di Parma, non bastano alla Sampdoria per regalarsi il sogno europeo senza passare dal torneo Intertoto. Sampdoria-Lecce 1-1 del 10 maggio 1998 è l’ultima partita di Vujadin Boskov sulla panchina sampdoriana, è la penultima giornata di campionato ed il tecnico serbo saluta il suo pubblico, forse già consapevole che quella storia d’amore presto si chiuderà, per la seconda occasione, stavolta per sempre. La Sampdoria termina il campionato 1997-98 all’ottavo posto (a pari merito col Bologna) a quota 48 punti, sufficienti a garantire la qualificazione alla Coppa Intertoto, manifestazione a partecipazione facoltativa e che permette l’ingresso in Europa disputando e vincendo 3-4 turni giocando in piena estate.

Antonello Venditti diceva che certi amori non finiscono, fanno giri immensi e poi ritornano. Un ritornello che nel calcio spesso viene riproposto, perché spesso calciatori o allenatori tornano a sposare vecchie cause, a volte con successo, altre meno. Vujadin Boskov ci ha provato con la sua amata Sampdoria dopo oltre 5 anni dal suo addio, senza scalfire i successi passati e senza spezzare l’affetto di quella gente, traghettando una discreta squadra ad un anonimo centro classifica, senza quella scintilla che abbia permesso alle generazioni future di ricordare quell’avventura con la stessa enfasi della precedente, per sempre e per tutti l’unica e vera Sampdoria di Vujadin Boskov.

di Marco Milan

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