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“Sulla mia pelle”, il film di Cucchi te lo senti addosso

Il film di Cucchi te lo senti addosso.

“Mai titolo fu più azzeccato”: è stato il commento di una mia amica sulla strada di ritorno a casa, mentre entrambe rimanevano ancora in silenzio provate e turbate da quei 140 minuti trascorsi senza riuscire a dire nulla, con il fiato tirato, i denti stretti e una morsa alla stomaco. Per la rabbia, per l’incredulità, per il dolore. Per quello di Stefano e per quello dei suoi genitori e di sua sorella Ilaria. Per quelle scene, mai palesemente violente ma profondamente pungenti, dolenti. Uno schiaffo al volto e uno al cuore. L’aria livida, annerita, come gli occhi e la schiena di Stefano che non smette mai di ammettere una colpa che ha pagato troppo cara. Non ci sono santificazioni, né moralismi.

Va in scena l’assenza dei diritti, quelli propri di ogni uomo, che si infrangono in un mare di frantumi. La prevaricazione del più forte sul più debole; l’abbandono; l’abuso del potere che contraddistingue un soggetto senza fare di esso un uomo. L’abito dei carnefici che prende il posto della persona; il ruolo che vale più dell’essenza. E sullo sfondo la mancanza di umanità di chi non sa sentire sulla sua pelle.

(di Raffaella Della Morte)

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