L’altro sguardo – fotografe italiane (1965-2018)

In mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma fino al 2 settembre 2018

L’Altro sguardo” ripercorre cinquanta anni di storia della fotografia italiana al femminile e fino al 2 settembre “ci invita a prendere coscienza di un’ingente fucina creativa che è ancora, in parte, da riscoprire e valorizzare.” Inaugurata l’8 giugno, la mostra cpropone al visitatore oltre 150 tra fotografie e libri fotografici della collezione di Donata Pizzi, fotografa professionista tra le più quotate in Italia e all’estero.

In ambito fotografico la figura femminile, benché presente sin dal 1839, è iniziata a essere oggetto di attenzione solo a partire dagli anni Novanta del XX secolo e questo solo grazie ai fermenti politici e sociali degli anni Sessanta e Settanta, durante i quali vengono alla luce le storie di pittrici, scultrici e fotografe vissute per anni nell’ombra e in posizioni subalterne, lì relegate da una visione maschilista e patriarcale dell’arte occidentale.

Ed oggi, nonostante la scena nazionale e internazionale sia piena di talentuose fotografe e fotoreporter, “l’eco femminista sulla storia e la critica della fotografia italiane è debole”. “La consapevolezza di questa carenza nella cultura fotografica italiana” scrive Raffaella Perna nell’introduzione del catalogo realizzato per la mostra “il riconoscimento della disattenzione delle istituzioni, del collezionismo e della critica nei confronti della fotografia delle donne nel nostro paese” hanno spinto la fotografa professionista Donata Pizzi, già archivista de L’Espresso e già responsabile della sede romana dell’agenzia americana Getty Images, a raccogliere le meravigliose fotografie della collezione in mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma fino al 2 settembre. “Donata Pizzi” scrive Raffaella Perna “ha sperimentato in prima persona la difficoltà di essere donna e fotografa in una società, come quella italiana, impreparata a recepire il pensiero della differenza sviluppato dal femminismo”.

La mostra si articola in quattro sezioni dedicate alla fotografia di reportage e di denuncia sociale (Dentro le storie), ai rapporti tra fotografia e pensiero femminista (Cosa ne pensi tu del femminismo?), ai temi legati all’identità e alla rappresentazione delle relazioni affettive (Identità e relazione), alle sperimentazioni più recenti sulle potenzialità espressive del medium fotografico (Vedere oltre).

La mostra, che si compone dei lavori di fotografe che hanno fatto la storia del reportage italiano e di quelli di artiste più giovani (nate negli anni Settanta e Ottanta) e promettenti, raccoglie immagini che testimoniano momenti storici non solo per il Paese ma anche per la fotografia italiana degli ultimi cinquanta anni. Scrive Raffaella Perna: “Tra gli anni Sessanta e Settanta, il foto giornalismo italiano cambia; ai fotoreporter viene riconosciuta la qualifica di giornalisti e i loro reportage hanno un impegno sociale e politico sin lì inedito. In questo periodo, documentano i conflitti e i drammi del Paese: la strategia della tensione, il terrorismo, le lotte degli operai e degli studenti, le rivendicazioni femministe, la condizione manicomiale, l’emarginazione degli emigranti, l’industralizzazione e le violente trasformazioni del tessuto urbano, le faide tra clan, i delitti di mafia”. In questo periodo, il ruolo delle fotografe italiane e del loro lavoro di indagine e di denuncia è stato fondamentale.

Dentro le storie. In questa sezione possiamo trovare, tra le molteplici foto esposte, Carla Cerati e la sua foto a “Umberto Eco all’inaugurazione del M.A.R.C.O.” (Milano, 1971) e le foto scattate nell’Ospedale psichiatrico di Gorizia nel 1968. Lisetta Carmi e i suoi “Travestiti” (1965-1970) e poi Letizia Battaglia tra i cui lavori spiccano per tragicità e tremendo realismo, “L’omicidio di Piersanti Mattarella, 6 gennaio 1980” (l’allora giovane fotografa palermitana fu la prima ad arrivare in via Libertà dove avevano appena ammazzato il Presidente della Regione Sicilia, fratello dell’attuale Presidente della Repubblica, Sergio) e “Triplice omicidio. Nerina e i suoi amici. Palermo, 1982” (Nerina era una prostituta di Palermo e fu ammazzata perché si era messa a spacciare droga per conto proprio. Il suo corpo è stato ritrovato riverso su una poltrona, nel piccolo appartamento dove abitava e la Battaglia anche in quella occasione, arrivò subito sul posto). E ancora, Giovanna Borghese con “Il primo terrorista pentito, Patrizio Peci [ex brigatista, ndr]. Tribunale di Torino, 1981” e “Le ragazze di Prima Linea. Torino, 1981”. Di Paola Agosti, tra i lavori esposti, troviamo “Donna calabrese con marito langarolo” (Alta Langa, 1965). Di Lina Pallotta “Fuori da una fabbrica di assemblaggio [le tristemente famose “maquilladoras”, ndr] occupata dai lavoratori. Messico, 1993”.

Cosa ne pensi tu del femminismo? Questa sezione è dedicata al ruolo del medium fotografico “nella denuncia e nella demistificazione del sessismo tipico delle rappresentazioni de femminile diffuse dai media, dove la donna è oggetto passivo dello sguardo maschile”. E qui troviamo “Le casalinghe” (Milano, 1979) di Liliana Barchiesi, i lavori di Tomaso Binga (nome d’arte di Bianca Pucciarelli) che nella sua “Bianca Menna e Tomaso Binga. Oggi spose” (Milano 1977) veste il duplice ruolo della sposa e dello sposo con l’intento di demistificare (“Oggi spose”) il sessismo implicito nel linguaggio comune.

Identità e relazione. In “Identità e relazione”, la nuova generazione di fotografe emerse negli anni Novanta, riporta il centro dell’attenzione pubblica verso la famiglia, la vita quotidiana, l’affettività e la memoria individuale “concepita come momento cruciale per entrare in relazione con l’altro e la storia collettiva”. Ed ecco esposta la serie di Moira Moccia20.12.53-10.08.04” dedicata alle foto private di famiglia ove emerge la figura della madre, scomparsa nel 2004. E così a seguire, una carrellata di foto autobiografiche, “domestiche”, intime e personali scattate da Anna di Prosero, Alessandra Spranzi, Brigitte Niedermair e molte altre.

Vedere oltre. Negli anni Novanta e Duemila, la distinzione tra arte e fotografia è ormai superata. Per le fotografe di questa generazione “la fotografia non è l’unico mezzo espressivo. In diversi casi lo stesso progetto viene sviluppato con linguaggi e strumenti diversi (foto, video, video installazioni, perfomance, etc)” e in “Vedere oltre”, Marina Ballo, Beatrice Pediconi, Marzia Migliora e altre artiste, usano la fotografia “per rappresentare storie, percezioni e ambienti con un forte tasso di coinvolgimento personale”.

Dopo la tappa milanese, l’esposizione romana rappresenta un’ulteriore opportunità di riflessione sulla potenzialità della fotografia nel mostrare la realtà con le immagini e sul punto di vista delle donne sul mondo sempre unico, mai banale e per questo da promuovere e potenziare.

(di Alessandra Esposito)

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