Assassinio sull’Orient Express: Kenneth Branagh si dà al giallo

Tra scene al cardiopalma e un cast stellare, il regista interpreta in modo personale il dramma dei passeggeri e la crisi di coscienza di Hercule Poirot

Assassinio sull’Orient Express è forse il giallo più celebre di tutti i tempi. Agatha Christie lo scrisse nel 1933 durante un soggiorno a Istanbul, nella 411 del Pera Palas Hotel. Inizialmente l’opera fu pubblicata a puntate su un settimanale americano e nel 1934 uscì come romanzo diventando il giallo per antonomasia. Nel corso degli anni, il successo dell’opera è stato tale che molti registi e sceneggiatori si sono cimentati in un suo adattamento cinematografico, teatrale e televisivo. Storicamente, il tentativo più famoso e riuscito è stato quello di Sidney Lumet, che nel 1974 portò nelle sale il romanzo, forte di un cast stellare che vantava diversi premi oscar e numerose star internazionali. A 43 anni di distanza, Kenneth Branagh ha deciso di riportare sul grande schermo il capolavoro della Christie, vestendo contemporaneamente i panni del regista e dello straordinario Hercule Poirot, che in passato è stato interpretato da Albert Finney, David Sushet e dell’indimenticabile Peter Ustinov.

La trama è nota a tutti. Sull’Orient Express, treno di lusso che viaggia tra Istanbul e Parigi, si consuma un atroce delitto. Il morto, Samuel Ratchett, è nient’altro che John Cassetti, criminale americano colpevole di aver rapito e ucciso la piccola Daisy Armstrong per chiedere un riscatto milionario alla sua famiglia. Sul treno viaggiano una serie di personaggi assai diversi fra loro, che a prima vista non sembrano minimamente legati all’omicidio. Eppure Hercule Poirot, celebre investigatore belga anch’egli fra i passeggeri dell’Orient Express, riuscirà a sbrogliare l’intricata matassa, risolvendo il caso. Branagh, pur non stravolgendo la trama del romanzo, ha cercato di dare un’interpretazione personale a ciascuno dei personaggi, adattandoli agli interpreti che ha scelto.

Ed è così che Greta Ohlsson, ruolo che fu della straordinaria Ingrid Bergman, diventa Pilar Estravados per adattarsi meglio all’anima latina di Penélope Cruz. Lo stesso Poirot, pur rimanendo un arzillo uomo di mezza età con degli insoliti baffi, profondo conoscitore dell’animo umano e maniaco della perfezione, nasconde doti atletiche inaspettate, che non ritroviamo in interpretazioni precedenti e che farebbero invidia a detective ben più giovani ed energici. Anche la figura della signora Hubbard, eccentrica americana spiccia e chiacchierona, diventa più dolce e sensuale, grazie alla performance di una Michelle Pfeiffer in particolare stato di grazia, che può competere ad armi pari con la Mrs Hubbard di Lauren Bacall. A completare il cast nel film di Branagh sono la strordinaria Judi Dech nel ruolo della principessa Dragomiroff, Willem Dafoe nei panni dell’investigatore in incognito Hardman, Josh Gad che interpreta il segretario di Ratchett, Daisy Ridley che rende onore alla Mary Debenham che fu di Vanessa Redgrave e l’intramontabile Derek Jacoby, perfetto Masterman in questo remake, al quale dobbiamo la carriera stessa di Kenneth Branagh.

A essere meno convincente è forse il cattivo, Samuel Ratchett o John Cassetti, che dir si voglia. Johnny Depp non sembra adattarsi perfettamente nella parte. Certo Ratchett era un uomo violento, poco elegante, ma in questo rifacimento sembra sfiorare la rozzezza più bieca. Nel romanzo di Agatha Christie, il criminale americano è comunque descritto come un uomo d’affari, o comunque come un personaggio che si atteggiava a esserlo. Nel film di Branagh, Johnny Depp non ha saputo calarsi nella parte del criminale anni trenta, non riuscendo nemmeno a trasmettere la paura mista spavalderia mostrata Ratchett per le continue minacce di morte ricevute.

Altro punto un po’ discutibile è il modo in cui emergono i legami dei vari personaggi con l’assassinio della piccola Daisy Armstrong e di conseguenza con Ratchett/Cassetti. Il tutto avviene in modo molto plateale durante il film, con continui commenti di Poirot che rimandano al caso della bambina. In realtà, nel romanzo e nel film di Lumet ciò avviene in modo molto più graduale e sommesso, non spoilerando ai lettori e al pubblico il sorprendente finale. Molto bella invece la lettura che Branagh dà di Poirot e della sua crisi di coscienza davanti alla risoluzione del caso. Né Lumet né Agatha Christie avevano dato una connotazione tanto drammatica alla scelta del detective di optare per una soluzione del delitto tanto banale, sbrigativa, ma basata sulla compassione per le vite spezzate dalla scomparsa di Daisy.

La trasposizione cinematografica di un libro di successo è già di per sé qualcosa di estremamente complesso. Il rischio di tagliare parti importanti dell’opera, di mal interpretare la visione dell’autore o addirittura di stravolgere il romanzo per non darne una lettura didascalica sono sempre dietro l’angolo. Se poi il confronto è anche con un precedente adattamento di successo, tutto diventa più complicato. Ne sanno qualcosa registi come Sydney Pollack e Gus Van Sant, che con i loro Sabrina e Psycho non hanno proprio sbancato al botteghino. Anche molti attori hanno cercato di reinterpretare in modo personale i panni cinematografici vestiti da divi del passato o personaggi classici della letteratura e del cinema. Fra le vittime più illustri ricordiamo Roberto Benigni, il cui Pinocchio è risultato alquanto grottesco, e Madonna, probabilmente la peggior Mariangela Melato di tutti i tempi, travolta non tanto dal destino quanto dalle critiche.

Tuttavia, a volte i remake hanno successo e registi e attori vengono premiati per il loro coraggio e la loro personale lettura di quello che è stato un capolavoro. È il caso proprio di Assassinio sull’Orient Express di Kenneth Branagh che, a fronte di un budget di 55 milioni di dollari, ne ha incassati 280 milioni al botteghino. È presto per dire se il remake del regista di Belfast diventerà un classico della cinematografia, annoverato fra gli adattamenti più riusciti del romanzo di Agatha Christie. Probabilmente, parte di quei 280 milioni di dollari sono dovuti all’enorme fama del libro e alla curiosità di vedere se Branagh sarebbe stato all’altezza della versione di Lumet del 1974. Per capire se il pubblico abbia apprezzato realmente il rifacimento di questa pietra miliare della letteratura mondiale, non ci resta che attendere il secondo capitolo della trilogia, che vedrà Branagh cimentarsi con il remake di una altro capolavoro della regina del giallo, Poirot sul Nilo, vestendo nuovamente i panni del celebre investigatore belga.

(di Christopher Rovetti)

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