Champions League, per la Juventus soltanto rimpianti

Tra sogno e realtà.

È così che si può descrivere l’avventura della Juventus in Champions League, non occorre neanche specificare l’anno. Per i bianconeri ogni apparizione nella massima competizione europea rischia di diventare una cavalcata cullata nel sogno della vittoria che fa poi a pugni spesso (sette volte su nove) con la realtà.

Ma è comunque una realtà effimera quella che separa la Juventus dalla vittoria della Coppa, è una realtà che rischia di diventare tale soltanto nella testa dei tifosi e di crede alla cabala, insomma non esistono maledizioni e anche a Lisbona prima o poi si renderanno contro che non esiste nessuna iattura di Béla Guttmann. L’impossibilità di vincere, non corrisponde a verità, non esiste situazione che non possa essere rovesciata e non esiste una partita già persa prima di giocarla (almeno non a questi livelli).

La Juventus aveva, quest’anno più che mai, tutte le carte in regola per vincere, il solo essere arrivati fin lì certificava la Juventus come possibile vincitrice. Nella testa di Allegri e compagni era ben presente il concetto di vittoria, ben chiaro quello che bisognava fare per battere un avversario che veramente era, ed è, nonostante tutto, di pari livello.

E allora poco centrano le sconfitte di Belgrado, Atene, Monaco, Amsterdam, Manchester e Berlino, poco centra l’aver chiuso e gestito il campionato con largo anticipo. La Juve dopo aver giocato un buon primo tempo è crollata proprio in quello che in molti hanno considerato il punto di forza  della squadra nella seconda parte di campionato (e che forse lo è stato anche): quel centrocampo troppo corto e poco folto per supportare quella voglia di giocare di tutti, perché si sa che a calcio si gioca in 11 e allora certe volte è necessario che qualcuno faccia panchina.

È lì la chiave di un dominio spagnolo nella ripresa, che senza far nulla di particolare ha messo in difficoltà i pochi palleggiatori di una Juve che non è stata più in grado di accompagnare l’azione (basta andare a ricontare tutti i “lancioni” fatti quando si era ancora sull’1 a 1). Eccola la chiave dell’ennesima sconfitta in finale, nessuna maledizione, semplicemente una partita impostata male contro una squadra  che ha studiato per disinnescare la voglia di spaccare il mondo di Dybala, Higuain, Mandzukic e Pjanic, tutti insieme, forse, per questa volta, troppi.

di Cristiano Checchi

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