Trump debutta alla Casa Bianca. Primi provvedimenti: aborto, immigrazione e sanità

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Alla Casa Bianca sono passati pochi giorni dall’inauguration day e Donald Trump ha già adottato i primi provvedimenti su sanità, aborto e immigrazione.

Immigrazione. Tensione e indignazione in tutto il mondo per lo stop di tre mesi all’immigrazione di cittadini provenienti da sette paesi islamici inclusi in una “black list”; lo stop di quattro mesi  all’ingresso di rifugiati e stop a tempo indeterminato per i cittadini siriani.

Provvedimenti presi da Trump, nuovo inquilino della Casa Bianca, con lo scopo dichiarato di “proteggere il Paese dall’ingresso di terroristi stranieri”. In particolare, Trump ha bloccato per 120 giorni il programma di accoglienza per i profughi che prevedeva l’ingresso di rifugiati negli Stati Uniti, programma varato da Barack Obama. E ha deliberato che, dopo questo periodo, sarà data priorità innanzitutto alle “minoranze cristiane” perseguitate.

Il provvedimento ha creato caos negli aeroporti: passeggeri con il visto, ma provenienti da Il Cairo e Teheran, bloccati negli scali. Sospesi “sine die” (a tempo indeterminato) gli ingressi di siriani. E per 3 mesi niente ingresso per qualsiasi cittadino libico, iraniano, iracheno, somalo, sudanese e yemenita.
Con questi provvedimenti, Trump ha tagliato di oltre la metà il numero dei rifugiati che gli Stati Uniti prevedevano di accettare quest’anno, portandolo a 50mila.

Cancellato il rinnovo automatico dei visti per tutti gli stranieri. In particolare, il presidente Usa ha sospeso il programma Visa interview waiver, che consentiva ai cittadini stranieri titolati a chiedere il rinnovo del visto per motivi di lavoro o per altro (escluso il turismo) senza affrontare il colloquio personale con le autorità diplomatiche Usa. Trump ha ordinato l’accelerazione dei programmi che permettono il tracciamento bio-metrico di tutti i viaggiatori in entrata o in uscita dagli Usa.

Sul decreto di Trump avvocati e gruppi per la difesa dei diritti umani stanno avviando azioni legali. per garantire il rispetto dell’Habeas corpus (nel diritto anglosassone, il principio che tutela l’inviolabilità personale, e il conseguente diritto dell’arrestato di conoscere la causa del suo arresto e di vederla convalidata da una decisione del magistrato) dei cittadini aventi nazionalità dei paesi islamici messi al bando da Trump e che sono bloccati negli scali americani. Intanto un giudice federale di Brooklyn ha bloccato parte del contestato divieto stabilendo che i rifugiati o altre persone interessate dalla misura e che sono arrivati negli aeroporti statunitensi, non possano essere espulsi.

Prese di distanza dai provvedimenti sono giunti da molti capi di Stato e di Governo. Dalla premier britannica Theresa May al primo ministro canadese Justin Trudeau, dal fondatore di Facebook Mark Zuckerberg al premio Nobel per la pace Malala Yousafzai, tutti a contestare il blocco per 4 mesi dell’immigrazione in Usa e la black list di 7 paesi islamici.

Firmato anche un provvedimento con le istruzioni al Pentagono per preparare entro 30 giorni, un piano anti-Isis. Mentre il generale James Mattis, nuovo segretario alla difesa, ha ordinato una revisione dei programmi per gli F-35 e l’Air Force One (quest’ultimo prodotto della Boing), già criticati da Trump perchè troppo costosi.

Il muro con il Messico. Il Presidente del Messico Enrique Pena Nieto ha cancellato il summit con Trump previsto per martedì 31 gennaio per protestare contro la firma del decreto presidenziale che stanzia i finanziamenti per la costruzione del muro e delibera su alcuni aspetti della politica migratoria statunitense. Trump ha voluto precisare che “Una nazione senza frontiere non è una nazione. Riprenderemo il controllo dei nostri confini. In America torna la legalità“.Trump ha voluto ribadire che l’onere economico della costruzione del muro verrà pagato, con l’imposizione di dazi (si parla del 20%) sui prodotti messicani.

Non si tratta di una barriera solo fisica, ma anche politica, ideologica, sociale. Il muro è l’espressione della svolta protezionistica di Trump, assieme alla sua intenzione di rivedere gli accordi di libero scambio, da quelli già in vigore (il Nafta, 1994) a quelli in fase di negoziazione: Il TTIP e il TPP.

Il presidente Usa ha aggiunto “Costruiremo il Muro e rinegozieremo il Nafta. È arrivato il tempo che il presidente degli Stati Uniti combatta per gli interessi dei suoi cittadini, esattamente come fanno gli altri. Ogni anno noi accumuliamo un deficit commerciale di 60 miliardi di dollari con il Messico e spendiamo miliardi di dollari per proteggere i nostri confini dall’immigrazione illegale. Tutto questo deve finire e penso che potremmo farlo con i nostri amici messicani.

Sulla costruzione del muro e sul fatto che debba pagarlo il messico, Pena Nieto è stato categorico: “Pretendiamo rispetto, e comunque non saremo noi a pagare”.

Tortura. In un’intervista concessa alla Abc e trasmessa il 25 gennaio, Trump ha dichiarato di credere nell’efficacia della tortura e soprattutto nella tecnica del waterboarding (si simula un’annegamento: si immobilizza l’individuo in modo che i piedi si trovino più in alto della testa, e gli si versa acqua sulla faccia). Un metodo, spiega il Presidente, utile per combattere il terrorismo. Pronto a discuterne con il segretario alla Difesa, James Mattis e il direttore della CIA, Mike Pompeo, Trump ha continuato: “Ho parlato nelle ultime 24 ore con persone ai più alti livelli dell’intelligence ed ho chiesto loro: la tortura funziona? e la risposta è stata, assolutamente sì. Quando tagliano la testa dei nostri e di altri, solo perché sono cristiani in Medio Oriente, quando lo Stato Islamico fa cose di cui nessuno ha sentito dai tempi del Medioevo, cosa dovrei pensare del waterboarding? Per quanto mi riguarda, dobbiamo combattere il fuoco con il fuoco“. L’idea di reintrodurre certi tipi di tortura negli interrogatori è un errore in quanto violerebbe i valori Usa e la Costituzione.

Dura la reazione del senatore repubblicano John McCain, eroe di guerra, torturato in Vietnam: “Il presidente può firmare tutti gli ordini esecutivi che vuole. Ma la legge è la legge. Non riporteremo la tortura negli Stati Uniti.”

Aborto. In occasione dell’anniversario della sentenza della Corte Suprema Roe vs. Wade che ha introdotto l’aborto negli Stati Uniti nel 1973, Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che ha ripristinato la Mexico City Policy, che blocca i finanziamenti del governo federale alle organizzazioni non governative internazionali che praticano l’interruzione di gravidanza.

Molto discussa la foto che immortala il momento della firma del decreto, dove Donald Trump è circondato da soli uomini nella sala Ovale. Forte l’indignazione sui social: “Vorrei proprio vedere una foto con sette donne che firmano un decreto su cosa possano fare gli uomini con i loro organi riproduttivi“.

La “Mexico City Policy” (la “Politica di Messico City”) dispone il finanziamento da parte dell’Agenzia americana per lo sviluppo internazionale (uno dei più grandi finanziatori al mondo delle organizzazioni che lavorano nei paesi in via di sviluppo) alle ONG che in tutto il mondo forniscono assistenza sanitaria e informazioni alle donne che scelgono di interrompere una gravidanza.

Trump non è il primo a prendere provvedimenti a tal proposito: introdotta dall’amministrazione di Ronald Reagan nel 1985, ha sempre diviso i Repubblicani, che tendenzialmente hanno posizioni antiabortiste, e i Democratici. Bill Clinton la eliminò nel 1993, George W. Bush la ripristinò nel 2001, Barack Obama la eliminò nuovamente nel 2009. Anche durante la presidenza Obama la legge americana proibiva il finanziamento diretto dei servizi che comprendono l’interruzione di gravidanza (secondo l’emendamento Helms del 1973), ma le stesse organizzazioni che li fornivano potevano essere finanziate in altri ambiti, comprese la diffusione dei metodi contraccettivi e le cure post-operatorie per le donne che scelgono di abortire.

Gay. Subito dopo l’insediamento ufficiale alla  Casa Bianca,  la nuova amministrazione ha deciso la rimozione della sezione LGBT dal sito web della White House. Alle polemiche e agli attacchi delle organizzazioni LGBT ha fatto seguito una dichiarazione di un funzionario della Casa Bianca che si è giustificato dichiarando come l’amministrazione Obama si sia impegnata a ripulire i propri account digitali e tutte le piattaforme prima della riconsegna e che il nuovo sito sarà presto aggiornato con ulteriori informazioni.

Obamacare. La riforma voluta da Obama estende la tutela sanitaria ma lascia esclusi 30 milioni di cittadini. Gli oneri a carico del bilancio federale per i sussidi alle famiglie sono significativi e non sostenibili secondo molti. Pertanto, Donald Trump ha firmato un decreto con il quale riduce il finanziamento della Obamacare da parte delle Agenzie governative.

Accordi di libero scambio. Tra i primi atti del presidente Trump, anche la decisione di ritirarsi dal TPP, cioè il Trans Pacific Partnership (Partnerariato Trans-Pacifico), un accordo commerciale firmato nel 2015 da 12 paesi: Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Vietnam e Stati Uniti, che però dovevano ancora ratificarlo al Congresso (e il Congresso non ne era intenzionato, motivo per cui il ritiro di Trump è una decisione più simbolica che altro).

La special relationship con il Regno Unito.
Primo incontro ufficiale di Trump con il premier britannico Theresa May con la quale si è impegnato ad aprire, appena la Brexit sarà compiuta, un canale privilegiato negli scambi commerciali tra i due Paesi. I due leader hanno affrontato i principali temi di attualità: lotta al Daesh, terrorismo, sicurezza e commercio.

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