Cina e Usa ai ferri corti? Dal drone sequestrato al futuro dei rapporti tra le due potenze

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La politica di Trump verso la Cina: il Mar cinese meridionale, Taiwan e il commercio. I temi scottanti dell’agenda del tycoon a colpi di tweet

Le relazioni tra gli Stati Uniti di Donald Trump e la Cina si preannunciano essere il grande tema politico-diplomatico del 2017. Ultimo motivo di tensione, il sequestro da parte di Pechino di un drone americano utilizzato dalla marina statunitense per monitorare le acque internazionali del Mar cinese meridionale.
L’episodio si inserisce in un momento delicatissimo nei rapporti tra i due Paesi, soprattutto dopo l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca.

La cronaca recente:  Cina sequestra drone sottomarino degli USA

Venerdì 16 dicembre Pechino ha sequestrato un drone sottomarino degli Stati Uniti che stava effettuando una missione di raccolta dati nel Mar cinese meridionale.
“La Cina ruba un drone di ricerca della Marina degli Stati Uniti in acque internazionali, lo toglie dall’acqua e lo porta in Cina in un’azione senza precedenti”. Così Donald Trump su Twitter per l’episodio del drone.
Il Pentagono ha dichiarato che il drone era impiegato in attività di ricerca scientifica (testare la salinità e la temperatura del mare per mappare i canali sottomarini) e Washington ha presentato una protesta formale, chiedendone l’immediata restituzione.
I cinesi hanno accusato gli americani di “reazione esagerata” che “non contribuisce a risolvere l’incidente in maniera morbida”, ma si sono già accordati con il Pentagono per la sua riconsegna “attraverso le appropriate modalità”. Non poteva mancare l’ennesimo e provocatorio commento di Trump sul Twitter “Non vogliamo che ci restituiscano il drone che ci hanno rubato, se lo tengano! Questo dovremmo dire alla Cina”.

Gli interessi politici ed economici: per la Cina, il Mar cinese meridionale rappresenta un’area strategica di grande importanza

Gli Stati Uniti accusano da tempo Pechino di voler militarizzare quest’area del Mar cinese meridionale in particolare intorno a un gruppo di isolette la cui sovranità è contesa da anni da Taiwan, Filippine, Brunei, Malesia e Cina. Un’area strategica per le rotte commerciali più importanti al mondo, dove ogni anno transitano commerci per un valore di 4,5 bilioni di dollari.
Per la Cina, il Mar cinese meridionale rappresenta un’area strategica di grande importanza.
Le Filippine sono l’unico Stato ad aver avuto ragione in una decisione arbitrale contro Pechino che ne reclama la sovranità e per farlo ha costruito degli isolotti artificiali (nel 2014 il governo cinese ha cominciato la costruzione di quella che è stato soprannominata la “Grande muraglia di sabbia”, cioè l’ingrandimento delle isole Paracel e Spratly, una serie di isolette e barriere coralline disabitate).
Infatti, lo scorso luglio la Corte arbitrale dell’Aia (in una sentenza che il New York Times ha definito “Un importante bivio nella crescita della Cina come potenza globale”) ha escluso che ci siano basi legali che sostengano le rivendicazioni territoriali della Cina nel mar Cinese Meridionale, dopo che la marina cinese aveva preso il controllo di un gruppo di scogli e rocce (la cosiddetta nine-dash line, i “nove puntini” – che all’inizio erano undici – unendo i quali si ottiene una forma ad “U” che occupa sostanzialmente l’intero Mar Cinese Meridionale) in gran parte sommersa in mezzo a una zona molto ricca per la pesca al largo di un’isola filippina.

La rivendicazione (legittima?) della Cina

La rivendicazione di quest’area risale al 1947 e allora fu presentata dal governo cinese nazionalista (quello che oggi ha sede a Taiwan). Nel 1949, con la fondazione della Repubblica Popolare Cinese guidata dai comunisti, il nuovo governo fece proprie le rivendicazioni dei nazionalisti.
La “nine-dash line” è in contrasto con le cosiddette “zone di sfruttamento economico esclusivo” di tutti i Paesi che si affacciano sul Mar Cinese Meridionale: Filippine, Brunei, Malesia e Vietnam. Secondo il diritto internazionale, nella Zona economica esclusiva (ZEE), uno Stato costiero ha diritti sovrani per lo sfruttamento delle risorse naturali, l’esercizio della giurisdizione in materia di installazione e uso di strutture artificiali o fisse, la ricerca scientifica, la protezione e conservazione dell’ambiente marino.

Ma il presidente filippino Rodrigo Duterte a sorpresa ha detto di non considerare più la sentenza arbitrale che gli dà ragione: “Non farò nulla per impormi a Pechino: la politica nel Sud Est asiatico sta cambiando“. L’equilibrio è pericolosissimo: i legami con la Cina si sono rinsaldati dopo che gli Stati Uniti hanno criticato la campagna antidroga di Duterte che ha già fatto quasi 6 mila morti.

L’equilibrio precario Cina – Usa

Il sequestro del drone è l’ultimo atto – in ordine di tempo – della tensione scatenata dalla telefonata (verso i primi di dicembre) di Trump con la presidente di Taiwan Tsai Ing-wen (il primo contatto ai massimi livelli tra Washington e Taipei dal 1979) che ha irritato molto Pechino la quale, insieme a molti altri Paesi (Stati Uniti inclusi), non riconosce la Repubblica di Cina o ex Formosa.
Ufficialmente l’isola è “provincia separatista” e il leader dell’isola è un “governatore”. Un provvedimento approvato 15 anni fa, prevede l’invasione se Taipei dovesse proclamare l’indipendenza.

Pechino negli anni ha imposto a tutti i Paesi che vogliono avere relazioni diplomatiche con la Repubblica popolare cinese, il principio di “una sola Cina”: o Pechino o Taipei e gradualmente, la maggior parte dei Paesi ha scelto la prima.
Gli Stati Uniti mantengono le relazioni con l’ex Formosa attraverso l’American Institute in Taiwan, un’organizzazione non profit e privata, mentre Taipei ha un ufficio rappresentativo economico e culturale a Washington (così come in altri paesi).
A seguito della telefonata, il Ministero degli Esteri di Pechino ha subito chiarito: “C’è solo un’unica Cina nel mondo e Taiwan è un’inseparabile parte del territorio cinese. Il governo della Repubblica popolare cinese è il solo legittimato a rappresentare la Cina” e ha presentato una protesta formale agli Stati Uniti, affermando che il principio “una sola Cina” è alla base delle relazioni bilaterali.
Dal canto suo, Donald Trump ha rivendicato la telefonata con la presidente di Taiwan facendo supporre che si tratti dell’inizio di una svolta verso la Cina. In un’intervista alla televisione Fox News, il presidente eletto ha detto: “Non vedo perché devo essere vincolato dal principio ‘una sola Cina’, a meno che la Cina sia disposta a venirci incontro sul commercio. La presidente di Taiwan mi ha chiamato, non sta alla Cina dettarmi se posso accettare una chiamata”.

Gli scenari futuri: cambio di strategia dell’America

La politica di una sola Cina – verso la quale Donald Trump dice di “non sentirsi obbligato” – è quella che gli USA e gran parte degli Stati della Comunità internazionale, hanno accettato dai tempi di Richard Nixon e Kissinger (diplomazia del ping pong) prima e Jimmy Carter dopo. Il non riconoscimento di Taiwan si traduce con il seggio alle Nazioni Unite riservato a Pechino (e non a Taipei).

Pare che Donald Trump voglia giocare la carta Taiwan come merce di scambio nelle future trattative commerciali con Pechino in particolare su importazioni, esportazioni, svalutazione competitiva dello yuan per rilanciare l’economia (in particolare l’export) e dumping (politica commerciale – anticoncorrenziale – che consiste nell’esportazione di merci a prezzi molto più bassi di quelli praticati sul mercato interno o su un altro mercato, oppure addirittura sotto costo, da parte di aziende che controllando ampie fette del mercato interno, generalmente condotta con l’appoggio dello Stato, allo scopo d’impadronirsi dei mercati esteri).

In una serie di tweet, Trump ha infatti attaccato le politiche economiche e militari di Pechino: “La Cina ci ha forse chiesto se fosse ok svalutare la loro moneta (rendendo difficile per le nostre imprese competere), tassare pesantemente i nostri prodotti nel loro Paese (gli Usa non tassano i suoi) o costruire un grande complesso militare nel mezzo del Mar cinese meridionale? Non credo!”.
Una guerra commerciale sembra tuttavia improbabile. Trump sa benissimo che per continuare a tutelare gli interessi degli Stati Uniti non potrà ignorare gli enormi benefici che derivano dalle relazioni commerciali tra Cina e USA.

L’atteggiamento spavaldo di Trump prefigura un cambio di strategia rispetto alla continuità bi-partisan (fra repubblicani e democratici) che ha caratterizzato la politica estera di Washington verso Pechino negli ultimi decenni. Dopo la seconda guerra mondiale, la Cina fu sconvolta dalla guerra civile tra le forze nazionaliste del Kuomintang, il partito allora al governo del Paese e il Partito Comunista di Cina. Nel 1949 la guerra si concluse con la sconfitta del Kuomintang e la fuga del governo nazionalista sull’isola di Formosa, nella cui capitale Taipei ha tuttora sede l’attuale Repubblica di Cina, altresì nota come Taiwan. In seguito alla vittoria conseguita sul continente il 1º ottobre del 1949 a Pechino le forze comuniste guidate da Mao Zedong proclamarono ufficialmente la nascita della Repubblica Popolare Cinese. Da allora, il gelo tra Washington e Pechino fino allo storico viaggio di Richard Nixon a Pechino e il suo incontro con Mao Zedong nel 1971. Il risultato finale di quella normalizzazione giunse nel 1979 quando gli americani ruppero le relazioni diplomatiche con Taiwan. Di Cina poteva essercene una sola, e da quel momento diventava la Repubblica Popolare governata dai comunisti.

(Alessandra Esposito)

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