Da Torino a Milano, le proteste dei riders di Foodora

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Le proteste degli addetti alle consegne della start up Foodora. I contratti al limite dello sfruttamento e i fraintendimenti della gig economy

Continuano le proteste dei riders di Foodora, da Torino si espandono anche a Milano. La start up tedesca per la consegna del cibo a domicilio, infatti, non è stata in grado di andare incontro alle richieste dei suoi collaboratori.

Non si può infatti legalmente parlare di impiegati, ed è proprio qui che si trova uno dei nodi della questione. I fattorini, infatti, hanno un contratto di collaborazione da liberi professionisti, non da dipendenti. Eppure, de facto, la distribuzione dei turni, le gerarchie e il dover indossare una divisa sono caratteristiche da lavoratori dipendenti, certamente non da collaboratori. Fino a novembre, per alcuni, anche il modo di retribuzione poteva sembrare impiegatizio: turni retribuiti con 5 euro lordi l’ora, con bonus per il numero di consegne effettuate. I nuovi contratti proposti, invece, avevano scatenato la protesta: 2,70 € a consegna, senza un fisso. A carico dei rider i costi di bici, smartphone e spese telefoniche, gli strumenti essenziali per ricevere gli ordini e consegnarli.

Le proteste sono partite da Torino, ma adesso si spostano anche su Milano. Per venerdì 14 ottobre era previsto un incontro tra i vertici italiani dell’azienda e i rappresentanti della protesta. Incontro che è saltato a causa della controproposta di contratto formulata per andare incontro ai fattorini: 4€ lordi a consegna, convenzioni in caso di riparazione della bicicletta (50% di sconto sul listino prezzi), la creazione di un sistema di messaggistica interno per la logistica di turni e consegne. Un’offerta che non ha entusiasmato assolutamente, tanto più per la modalità di comunicazione: è stata diramata, infatti, tramite una newsletter. Normalmente la diramazione di un comunicato del genere non stupirebbe in condizioni normali, ma da quando è iniziata la protesta i dirigenti italiani, il “team Foodora”, come amano definirsi, non sono più reperibili, come lamentano infatti i protestatori.

I dirigenti hanno alzato un muro e aumentano i casi di lavoratori come social promoter e riders che si vedono negare turni e vengono esclusi dai gruppi di Whatsapp di logistica solo per aver simpatizzato con la protesta.

Nei primi giorni di protesta gli amministratori, Gianluca Cocco e Matteo Lentini, si erano detti dispiaciuti dagli avvenimenti: “Siamo molto dispiaciuti di quanto accaduto. Abbiamo sempre avuto la disponibilità al confronto con i nostri lavorati. Incontri “face to face”, e non in maniera collettiva, per analizzare le richieste di ognuno dei nostri collaboratori”.

Avevano anche sottolineato un punto importante: “L’occupazione per Foodora deve essere considerata un secondo-terzo lavoro. Non un primo. Per chi vuole guadagnare un piccolo stipendio e ha la passione per andare in bicicletta. Non un lavoro per sbarcare il lunario”.

In questa frase è sintetizzato il senso della gig-economy, l’economia basata sui lavoretti per arrotondare, no sbarcare il lunario. Si tratta dell’altra faccia della sharing economy, che di sharing non ha nulla. L’errore di fondo, è credere che questi lavoretti possano essere un modo di vivere e non quello che, tradizionalmente sono sempre stati: delle gig che consentono un piccolo introito in più, lavori da fare magari mentre si è all’università, non stipendi veri sui quali contare.

Non è il sistema in sé a essere sbagliato, ma la sua concezione, sia dal lato collaboratori, sia dal lato datori di lavoro. Questi ultimi, infatti, dovrebbero riconoscere comunque la dignità di questi collaboratori, se proprio non li vogliamo chiamare dipendenti, con un sistema di retribuzione adeguato.

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