Apple e i 13 miliardi di tasse non pagate

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Secondo la Commissione europea, il regime fiscale di cui ha usufruito Apple era un aiuto di stato. Probabile il ricorso sia di Apple sia dell’Irlandaimages

La Commissione europea ha concluso 3 anni di indagini sul presunto beneficio fiscale di cui la Apple godrebbe in Irlanda, ove un regime fiscale preferenziale ha permesso al colosso di Cupertino – secondo le conclusioni della Commissione – di pagare meno tasse per le sue attività nell’Unione Europea.

Pertanto, secondo la Commissione, il governo dell’Irlanda dovrà “recuperare le tasse non pagate nel paese da Apple per gli anni compresi tra il 2003 e il 2013 per una cifra intorno ai 13 miliardi di euro, più gli interessi”.

Ora Apple (che aveva già detto di essere intenzionata a ricorrere nel caso di un trattamento “non equo” da parte delle autorità europee) e il governo irlandese potranno ricorrere in appello contro la decisione della Commissione (fino alla conclusione dell’appello, l’Irlanda non dovrà procedere con la riscossione).

Appresa la notizia, il CEO di Apple Tim Cook ha scritto una lettera, nella quale ha detto di ritenere la decisione della Commissione Europea contraria ai principi fiscali internazionali e dannosa per l’economia europea.

Dura anche la replica del ministro delle Finanze irlandese, Michael Noonan che sul ricorso in appello ha detto: “È necessario per difendere l’integrità del nostro sistema fiscale, per dare certezze alle aziende e per fermare l’invadenza delle regole UE sugli aiuti di stato”.

Sotto indagine della Commissione erano finite due controllate di Apple con sede in Irlanda (Apple Sales International e Apple Operations Europe) i cui ricavi derivanti dalle vendite erano attribuiti a un “ufficio centrale” che per la Commissione “esisteva solo sulla carta e non poteva generare quel tipo di profitti”. Sfruttando questa “falla del sistema” e alcuni regimi fiscali agevolati (e ora modificati) che l’Irlanda aveva creato per attirare le multinazionali sul suo territorio, Apple ha pagato nel 2003 appena l’1 per cento di tasse (percentuale che nei dieci anni successivi è ulteriormente diminuita fino allo 0,005 per cento).

Nel suo comunicato, la Commissione europea ha chiarito: “Questo tipo di tassazione selettiva riservato ad Apple in Irlanda è illegale secondo le leggi della UE, perché dà ad Apple vantaggi considerevoli rispetto ad altre aziende che sono soggette alla normale tassazione”. Di fatto, il trattamento che Dublino ha riservato ad Apple, si configura come un aiuto di stato.

Nel 2014 Apple ha comunque cambiato il modo in cui organizza le vendite in Europa, complici le pressioni seguite all’avvio dell’indagine della Commissione e le richieste indirizzate al governo dell’Irlanda per ridurre il fenomeno delle multinazionali che sfruttano il regime fiscale in un singolo stato membro per pagare meno tasse.

È ormai risaputo che la Commissione ha molta poca intransigenza nei confronti delle aziende hi-tech statunitensi, che offrono i loro servizi in Europa, ma che attraverso società controllate, eludono parte della tassazione nei paesi dove operano. Indagini legate alla concorrenza e alla tutela della privacy degli utenti europei, stanno interessando altre grandi multinazionali come Google e Facebook.

Da Cupertino, il chief financial officer di Apple, il romano Luca Maestri, commenta così il comunicato del 30 agosto che annuncia la decisione della Commissione: “Un money grab, una sottrazione di denaro da parte dell’Unione Europea”. Maestri risponde alle accuse del commissario Margrethe Vestager: “Molti dei redditi che generiamo in giro per il mondo sono tassati negli Stati Uniti, a un’aliquota molto alta perché qui le aziende pagano il 35% e poi anche le tasse degli Stati. Si arriva vicini al 40%.”

E ancora Maestri “Quando vendiamo i nostri prodotti in Francia, Italia o Spagna, paghiamo le imposte sui redditi in quei Paesi, relative alle attività in quei Paesi, che sono essenzialmente di distribuzione e vendita dei nostri prodotti. Paghiamo altre tasse in Irlanda, perché lì abbiamo altre operazioni come gli approvvigionamenti, la logistica, la distribuzione, le gestione di domanda e offerta. Poi la gran parte delle imposte viene versata negli Usa.”

Nella sua lettera, Tim Cook rivendica il contributo dato all’Irlanda in termini di tasse pagate, ribadisce che Apple è il primo contribuente del paese, il primo degli Stati Uniti e il più grande del mondo e poi definisce infondate le accuse della Commissione Europea dicendo che Apple ha sempre pagato le giuste tasse, senza ricevere sconti o fare accordi per pagarne di meno: “Le conclusioni diffuse il 30 agosto dicono che l’Irlanda ha fatto ad Apple degli sconti speciali sui contributi fiscali. Questa cosa non ha nessun fondamento nei fatti o nella legge. Non abbiamo mai chiesto uno sconto e non ne abbiamo mai ricevuto uno. Ora ci troviamo nella strana posizione di essere obbligati a pagare retroattivamente delle tasse a un governo che dice che non gli dobbiamo altri soldi rispetto a quelli che abbiamo già versato.”

Cook nella lettera spiega di ritenere molto pericolosa la posizione della Commissione Europea, perché mette in discussione la sovranità di ogni stato dell’Unione Europea sulle sue politiche fiscali.

Le tasse per le multinazionali sono complesse, ma un principio fondamentale viene riconosciuto in tutto il mondo: i profitti di una società vengono tassati nel paese dove viene creato il valore. Apple, l’Irlanda e gli Stati Uniti sono tutti d’accordo su questo principio.

Nel caso di Apple, continua Cook, quasi tutta la ricerca e sviluppo è fatta in California, quindi la gran parte dei profitti di Apple sono tassati negli Stati Uniti. Le società europee che fanno affari negli Stati Uniti sono tassate con lo stesso principio. Ma la Commissione sta chiedendo che queste regole vengano cambiate retroattivamente.

Oltre l’ovvio obbiettivo di colpire Apple, gli effetti più profondi e dannosi di questa decisione saranno sugli investimenti e la creazione di lavoro in Europa.

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