Brexit, Regno disunito: Scozia e Irlanda del Nord fuori?

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Il 62% degli scozzesi e il 56% degli irlandesi si è espresso a favore della permanenza nell’Unione Europea. E c’è già chi legge i voti pro-Remain come un possibile Leave dalla Gran Bretagna

What happens next? Difficile dirlo. Difficile predire cosa accadrà nel Regno Unito all’indomani della Brexit.
Con la vittoria del Leave (52%) sul Remain (48%) Londra ha deciso di uscire dall’Unione Europea, sebbene proprio nella Capitale britannica oltre il 70% della popolazione si fosse espresso a favore della permanenza in Europa (qui i risultati completi).
Dato in controtendenza rispetto all’esito del referendum anche per Scozia e Irlanda del Nord, che venerdì mattina si sono svegliate fuori dall’UE, nonostante il 62% degli scozzesi e il 56% degli irlandesi avesse votato per restare.

Dopo la doccia fredda, le reazioni a caldo di quanti, a Belfast ed Edimburgo, preferirebbero lasciare la Gran Bretagna piuttosto che Bruxelles.
Da Belfast la richiesta è arrivata dal partito repubblicano Sinn Féin che, per bocca del vice primo ministro Martin McGuinness, ha avanzato l’ipotesi di un referendum per la riunificazione dell’Irlanda. Immediata la replica di Arlene Foster, primo ministro e leader del Democratic Unionist Party (DUP): la permanenza del Northern Ireland in Gran Bretagna è sicura. Ed ha aggiunto, come riporta The Irish News: “credo che stiamo entrando in una nuova era di un Regno Unito persino più forte”.

Non la pensa esattamente così il first minister del governo di Edimburgo e leader dello Scottish National Party (SNP), Nicola Sturgeon, che in seguito ai risultati della Brexit venerdì ha dichiarato “molto probabile” un secondo referendum sull’indipendenza della Scozia che, si legge sull’Herald Scotland nella trascrizione del suo discorso, “si trova ad affrontare la possibilità di uscire dall’Unione Europea contro la propria volontà”. Una prospettiva che la Sturgeon considera “democraticamente inaccettabile”. Ha quindi manifestato l’intenzione di assicurare la permanenza della Scozia nell’UE e in particolare nel mercato unico. Non appena inizierà la procedura prevista dall’Articolo 50 del Trattato di Lisbona, i negoziati per l’uscita della Gran Bretagna dovranno concludersi entro due anni ed è per questo che il primo ministro scozzese ha affermato che bisogna agire subito per un referendum sull’indipendenza entro il termine di questi due anni.

Quanto è realizzabile uno scenario del genere? Dalle colonne del The Guardian leggiamo che i primi venti contrari alle proposte della Scozia di diventare un nuovo membro dell’Unione Europea già si sono alzati e soffiano da Madrid, preoccupata che questo possa incoraggiare le mire secessioniste della Catalogna.

Senza andare nella penisola iberica, le opposizioni alle parole della Sturgeon provengono anche dal fronte interno. Stando a quanto riferisce la BBC Ruth Davidson, leader del partito Scottish Conservatives, ritiene che un secondo referendum sull’indipendenza non sia d’aiuto per raggiungere stabilità né che sia nell’interesse degli scozzesi. “Il milione e seicentomila voti di questo referendum in favore del Remain non spazzano via i 2 milioni di voti che abbiamo espresso meno di due anni fa”, cioè quando la Scozia decise di restare nel Regno Unito.  Kezia Dugdale, del partito Scottish Labour, parla di “profondo disaccordo” con la Sturgeon riguardo il futuro costituzionale della Scozia e ha aggiunto che “molte delle questioni fondamentali lasciate irrisolte e senza una risposta nel 2014 lo sono tuttora. Non da ultimo la questione della valuta”.

Intanto sabato mattina si è tenuta una riunione d’emergenza del governo presso la residenza ufficiale del primo ministro, a Bute House. Si legge sul Guardian che al termine dell’incontro Nicola Sturgeon ha parlato del nuovo voto sull’indipendenza come di “un’opzione” da prendere in considerazione e ha detto che il gabinetto ha appoggiato la sua decisione di iniziare i preparativi per un secondo referendum. Il primo ministro intende inoltre costituire un organo consultivo di esperti finanziari, legali e diplomatici che consiglino sulle possibilità di mantenere l’adesione all’Unione Europea. Adesione che Edimburgo vuole proteggere e per questo cercherà di avviare “discussioni immediate” con Bruxelles.

Nella patria di Braveheart gli animi non accennano a placarsi neanche di domenica. È dalle frequenze dell’emittente pubblica britannica che si propaga un nuovo annuncio: Edimburgo potrebbe bloccare l’uscita della Gran Bretagna dall’Europa. In un’intervista al programma della BBC Sunday Politics Scotland la leader scozzese ha detto che “certamente” chiederà ai deputati di rifiutare di dare il “consenso legislativo” affinché Londra proceda all’uscita dall’UE. Ben 63 sul totale di 129 seggi appartengono al suo partito. Di contro il deputato conservatore Mundell ha ribattuto, nello stesso programma televisivo, che bisogna rispettare il risultato di giovedì “anche se non ci piace”, né pensa che il parlamento scozzese sia nella posizione di bloccare la Brexit.

A quanto pare gli scenari che si prefigurano, lontani dall’essere netti come potrebbe sembrare, hanno tutta l’aria di avere i contorni della tipica nebbia di Londra. O delle Highlands.

(di Laura Guadalupi)

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