ISIS, Bosnia e Kosovo basi logistiche e strategiche

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I due Stati balcanici sono monitorati dall’intelligence europea per via del reclutamento di uomini e del traffico di armi da parte dell’ISIS. L’Arabia Saudita gioca un ruolo di primo piano

isisGli attentati di Parigi dello scorso novembre e la strage di Orlando, l’attacco mortale a Tel Aviv e l’uccisione di due poliziotti a Parigi di questo inizio del mese di giugno sono tutte stragi a opera di individui direttamente o indirettamente collegati all’autoproclamatosi “stato islamico” che non ha perso tempo nel rivendicare gli attacchi.

Ma se agli attentati avvenuti nelle capitali europee, nelle città turistiche statunitensi e in Israele registrano, come deve essere, una notevole copertura mediatica mondiale, i media occidentali tacciono sui numerosi attentati di matrice radicale islamista in Bosnia.

Nel paese balcanico ad essere colpiti sono obiettivi stranieri, membri delle locali forze di sicurezza, dell’esercito e poliziotti. Finora sono stati “risparmiati” i civili, pertanto la strategia dei gruppi radicali nei Balcani appare diversa rispetto a quella messa in atto altrove.

Questi fatti permettono di evidenziare il ruolo di “bacino di cellule del terrore” che la regione balcanica sta avendo negli ultimi anni, in particolare dopo le guerre degli anni Novanta che hanno coinvolto i Balcani occidentali e dopo il bombardamento Nato sulla Serbia nel 1999. In particolare, la Bosnia e il Kosovo sembrano essere una vera e propria base logistica e strategica per il trasferimento di uomini o armi e per il reclutamento di “foreign fighters”.

Un’inchiesta pubblicata il 21 maggio dal New York Times, intitolata “How Kosovo Was Turned Into Fertile Ground for ISIS” conferma quanto era già ben chiaro da mesi se non anni a molti esperti di geopolitica, analisti e operatori della sicurezza: il Kosovo, ex provincia serba ora Stato indipendente non riconosciuto però da tutta la Comunità internazionale, è diventato la principale base di reclutamento “europeo” dell’ISIS e finanziato dai sauditi.

La Bosnia

Secondo una ricerca dal titolo scritta da Vlado Azinović, docente dell’Università di Sarajevo e Muhamed Jusić, tra il 2012 e la fine del 2015 circa 250 bosniaci hanno lasciato il paese per combattere in Medio Oriente. Numeri irrisori se comparati a quello dei foreign fighters provenienti da Francia, Germania, Regno Unito (dato che emerge da uno studio pubblicato lo scorso dicembre dal Soufan Group e dal titolo “Foreign fighters: an updated assessment of the flow of foreign fighters into Syria and Iraq”), ma senz’altro da tenere in considerazione in rapporto ai nemmeno 4 milioni di abitanti della Bosnia.

I gruppi islamici radicali hanno iniziato ad “operare” nel Paese a partire dal 1992, anno di inizio della guerra. In quell’occasione, centinaia di militanti provenienti da paesi arabi si unirono alla brigata “El mujahid” dell’Esercito bosniaco per combattere a fianco dei bosniaco-musulmani. Dopo la guerra, il lavoro dei predicatori soprattutto nei villaggi isolati di montagna o nella campagna bosniaca, ha permesso una maggiore diffusione del radicalismo islamista lì dove però, è giusto ribadirlo, non tutti i musulmani locali sono integralisti, o peggio, terroristi o aspiranti tali. Anzi, gran parte di loro condanna sia il terrorismo sia la violenza. Quindi, nonostante quasi la metà della popolazione della Bosnia Erzegovina sia di fede musulmana, questo non rappresenta un fattore di rischio potenziale.

Ciò che rende il Paese serbatoio di terroristi, potenziali o di fatto sono altre variabili: la frammentazione socio-politica conseguente agli accordi di Dayton del 1995; la mancata collaborazione tra le autorità locali soprattutto in merito allo scambio di informazioni e alla cooperazione giudiziaria e di polizia; la facilità con la quale nel Paese balcanico è possibile procurarsi (soprattutto sul mercato nero) armi e munizioni.

Il Kosovo

Secondo il dossier del NYT, il Kosovo è di fatto un buco nero col quale è difficile dialogare sia per mancanza di volontà delle autorità locali sia per ragioni di tipo politico: il Paese è riconosciuto indipendente solo dalla metà degli Stati membri delle Nazioni Unite. Diversamente, si oppongono al suo riconoscimento la Russia, la Cina e ovviamente, la Serbia. Per queste ragioni, ogni partecipazione di Pristina alle riunioni sulla sicurezza organizzate da vari attori regionali e internazionali, risulta difficile se non impossibile.

“Bastione di una interpretazione tollerante dell’Islam” come descrive la regione Paolo Mastrolilli di Repubblica, dopo i bombardamenti Nato del 1999 che lo “liberarono” dalla sovranità della Serbia (della quale costituiva una provincia autonoma), il Kosovo iniziò ad essere “penetrato” dai sauditi che volevano radicare lì, la visione opposta dell’Islam, quella estremista di matrice wahabita e salafita.

Rihad ha consolidato la presenza di questa che è la forma più radicale dell’Islam sunnita in primo luogo attraverso l’invio di uomini e finanziamenti (questi ultimi, per il tramite di organizzazioni caritatevoli), prima per foraggiare le cellule di Al Qaeda e ora a favore dei nuclei facenti capo all’Isis. In secondo luogo, con la costruzione di “madrasa” e moschee wahabite,

Secondo il dossier, sono più di 300 i kosovari che hanno scelto di avvicinarsi all’Isis e 800 sono le moschee costruite nella regione (240 quelle successive al 1999 e costruite grazie ai soldi di Rihad). Su un totale di quasi 2 milioni di abitanti, in Kosovo c’è una moschea ogni 200 abitanti. Grazie a questi luoghi di raccolta, si diffondono la sharia (la legge islamica), la jihad (la guerra santa contro gli “infedeli”) e il takfirismo (l’obbligo per un sunnita, di condannare come apostata qualsiasi musulmano: sunnita, sciita o di altre religioni di origine abramitica).

Tale presenza in Kosovo e in Bosnia desta allarme in Europa e non solo. La prossimità geografica tiene in costante vigilanza l’intelligence europea e italiana per il timore di attentati sul continente pianificati e messi in atto da estremisti radicali cresciuti e addestrati alle porte di casa. Inoltre, la circostanza per la quale il flusso di uomini e soldi verso Pristina e Sarajevo sia destinato ad aumentare vista la difficoltà che l’Isis sta avendo in Iraq e Siria conferma lo stato di allerta di polizia e antiterrorismo nelle capitali europee.

(di Alessandra Esposito)


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