Primarie Elezioni USA 2016. Un’analisi del voto in Iowa e New Hampshire

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Ancora un quadro poco nitido dopo gli ultimi appuntamenti elettorali delle Primarie in vista delle elezioni USA 2016. Grande attesa per il Super Tuesday del 1° marzo

Iowa. La lunga corsa elettorale che porterà il prossimo novembre all’elezione del 45° presidente degli Stati Uniti è iniziata il 1° febbraio nello Stato dell’Iowa. Le assemblee in Iowa, i caucuses, aprono la fase delle Primarie che designano i candidati GOP e Dem alla Casa Bianca. Poi ci sarà la convention di luglio e l’Election Day dell’8 novembre.

sanders e trumpIl sistema di voto in Iowa (Stato del Midwest) è abbastanza peculiare, ma il voto in questo Stato è importante non tanto per il suo peso nell’attribuzione dei delegati (solo 44 delegati democratici su 4.763 e solo 30 delegati repubblicani su 2.472) quanto per la spinta psicologica, per il “momentum” mediatico che crea e che di fatto può influenzare la corsa al rush finale. Nel corso degli anni, sei democratici su otto che hanno vinto in Iowa, hanno poi ottenuto la nomination (ad esempio, Barack Obama nel 2008). Diversamente, solo tre candidati repubblicani su sette hanno vinto la nomination del Partito dopo la vittoria in Iowa.

Molto è stato messo in discussione in questo primo turno elettorale e alcune certezze maturate nei mesi scorsi sono crollate: tra i Repubblicani si è imposto il texano Ted Cruz (27,7%), seguito da Donald Trump (24,3%), inatteso sconfitto, e dalla “sorpresa” Marco Rubio (23,1%). Anche se terzo, Marco Rubio è il vero vincitore del caucus dell’Iowa.

In campo democratico, un quasi pareggio tra la grande favorita Hillary Clinton (49,9%) e il senatore socialista e indipendente del Vermont Bernie Sanders (49,5%). In Iowa, l’elettorato democratico ha dimostrato di essere diviso a metà anche se il secondo posto del “socialista” Sanders – il candidato più a sinistra dei democratici – ha un’importanza politica tutt’altro che marginale.

Dibattiti televisivi. Continuano i dibattiti televisivi. Clinton e Sanders, nell’ultimo che si è tenuto dopo il voto in New Hampshire (vedi sotto) hanno parlato poco di politica interna ma hanno litigato molto su quella estera. In particolare su Henry Kissinger e il suo ruolo di “consigliere” della Clinton, Sanders ha detto: “Si è vantata di avere fra i suoi consiglieri Henry Kissinger, che non i bombardamenti in Cambogia aveva favorito le stragi dei khmer rossi”. Pronta la replica dell’ex Segretario di Stato: “Io ascolto molte persone, invece non abbiamo ancora capito con chi parli tu di politica estera”. Scintille anche su Obama: “Lo hai criticato dicendo che chi lo ha votato ora ha il rimorso” ha detto la Clinton e Sanders ha risposto che “Non sono io ad aver corso contro di lui in una campagna presidenziale”.

L’ultimo dibattito GOP (in ordine di tempo) si è tenuto prima del voto in New Hampshire. Anche qui, scintille sulla politica estera: dal lancio della Corea del Nord di un nuovo satellite, alla lotta al terrorismo e alla proposta di Trump (molto fischiato durante il dibattito) che se eletto, reintrodurrà il waterboarding, il metodo di tortura per annegamento simulato utilizzato dall’amministrazione di George W. Bush dopo l’11 settembre e abolito da Obama. Il dibattito ha visto il senatore Marco Rubio oggetto di numerosi attacchi. Rubio, arrivato come favorito dopo il terzo posto in Iowa è stato accusato di troppo assenteismo alle votazioni in Senato.

Dopo l’Iowa, il New Hampshire. Il secondo appuntamento delle Primarie americane si è tenuto il 9 febbraio in New Hampshire, Stato “bianco” e progressista dove gli aspiranti alla nomination per la Casa Bianca hanno dovuto fare i conti con un elettorato che, in questi anni, si è sentito trascurato da Obama. Vincitori, Donald Trump fra i repubblicani (con il 35,1%, batte John Kasich, Ted Cruz, Jeb Bush e Marco Rubio) e Bernie Sanders fra i democratici (con il 59,7%).

Sanders sta raccogliendo i voti di “protesta”, quelli anti establishment che all’interno del Partito democratico si sentono “ai margini” (i giovani, per dire. In Iowa ad esempio, l’84% degli under 30 ha votato per il senatore ultra settantacinquenne) e di quelli che giudicano poco “di sinistra” la politica di Obama. Ma questo non basta per ottenere la nomination. Le dinamiche delle elezioni americane sono complesse e tutt’altro che scontate. Infatti, anche se la Clinton non sta raccogliendo grandi soddisfazioni in questi primi turni delle Primarie, è bene ricordare che alla Convention di luglio i super delegati, che non sono eletti negli Stati, sono in maggioranza a suo favore. Quindi, dal punto di vista matematico, la sconfitta in New Hampshire non ne compromette la nomination (il New Hampshire, insieme con l’Iowa, rappresenta meno d’un sessantesimo della popolazione statunitense e solo 10 Grandi Elettori su 538). All’ex first lady non serve stravincere, a differenza di Sanders, per guadagnarsi la nomination. Ma certamente, gli ultimi risultati stanno rafforzando i dubbi circa la sua effettiva capacità di ottenere consensi anche per i continui attacchi di cui è oggetto: dall’inchiesta sui fondi alla Fondazione Clinton, alla vicenda delle e-mail inviate dal suo account privato, invece che da quello ufficiale di quando era capo della diplomazia americana, (la Clinton ha definito la vicenda una “bega fra amministrazioni”). Paradossalmente, anche l’endorsement del marito Bill sembra si stia rivelando un’arma a doppio taglio a causa delle ex fiamme (vere e presunte) del marito che ciclicamente tornano all’attacco per farsi pubblicità e rivangare il passato.

Comunque, la sconfitta di Hillary non può che raccogliere consensi fra i repubblicani. Questi “sostengono” Sanders perchè ritengono che sconfiggerlo l’8 novembre sarà facile come “bere un bicchiere d’acqua”.

Tra i Repubblicani invece, dopo il voto in New Hampshire, si sono rimescolate le carte: il governatore dell’Ohio John Kasich (che ha l’endorsement del New York Times) è arrivato secondo, dopo Trump, mentre Marco Rubio, terzo nello Iowa e che puntava a essere secondo in New Hampshire è arrivato quinto (il senatore della Florida puntava alla “strategia del 3–2–1”: arrivare terzo in Iowa, secondo in New Hampshire e primo in Nevada/South Carolina).

Per capire come andrà all’interno del GOP, il Professor Erik Jones (John Hopkins University) chiarisce la struttura dell’elettorato americano: “Un primo gruppo raccoglie tutti coloro che sono molto critici verso l’establishment, lontani dalle gerarchie del partito e insoddisfatti da molte delle scelte fatte dai loro rappresentanti a Washington. Questo è il bacino di elettori di Donald Trump. Vi è poi un nutrito gruppo di repubblicani molto religiosi e ultra-conservatori che votano per Ted Cruz. E infine vi è il gruppo dei più moderati, diciamo dell’establishment. Questi rappresentano circa il 50% degli elettori del partito, non molto ma comunque più degli altri due gruppi. Il problema è che questi voti vengono dispersi tra almeno tre candidati: Marco Rubio, John Kasich e Jeb Bush. Fino a quando permarrà questa situazione è veramente molto difficile che uno di loro possa emergere. Credo che fino agli inizi di marzo non vedremo mutamenti nello scenario dei Repubblicani […] Al momento, la corsa è ancora troppo aperta per definire chi tra loro possa essere il candidato dell’establishment repubblicano”.

Dopo la batosta in Iowa e la rimonta in New Hampshire, è sempre più facile individuare l’obiettivo di Trump. Nessun cambio di strategia, sia politica sia comunicativa, nessun tentativo di rendere la sua campagna più “presidenziale” e meno “politically scorrect”. Trump ambisce al ruolo di “kingmaker” nella Convention GOP di luglio. Trump sa benissimo di non avere chance di ottenere il voto dei Grandi elettori ma punta al maggior numero di candidati eletti negli Stati per poter influenzare la scelta del successore di Obama. Cosa possibilissima fino a quando il campo repubblicano avrà più di due candidati forti alla nomination.

Ipotesi Bloomberg. Molta incertezza dunque in queste Primarie 2016. E la situazione potrebbe complicarsi ulteriormente se dovesse confermare la sua decisione di partecipare alla corsa per la Casa Bianca un nuovo candidato: Michael Bloomberg, tycoon dei media, già sindaco di New York dal 2002 al 2013, ex repubblicano e ora indipendente. In un quadro così “polarizzato” tra Trump e Sanders, resta una grossa fetta di elettorato al centro da conquistare. E Bloomberg ha dalla sua sia le risorse finanziarie sia il consenso necessario per riuscirci.

Prossimi passi. Dopo il New Hampshire, il voto toccherà a giorni alterni il South Carolina e il Nevada (democratici e repubblicani voteranno separatamente) e poi il “Super Martedì” (Super Tuesday): martedì 1 marzo si voterà in 13 Stati. Poi altre date e altre primarie fino al 14 giugno, giorno delle ultime primarie nel Distretto di Colombia.

Infine, le Convention per ufficializzare le nomination: quella repubblicana tra il 18 e il 21 luglio a Cleveland (Ohio) e quella democratica tra il 25 e il 28 luglio a Philadelphia.

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