Riforma del finanziamento pubblico all’editoria… è ora!

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Il Parlamento si prepara a varare la legge delega che permetterà al Governo di riformare la disciplina del finanziamento pubblico all’editoria

Una giungla! Questo è sicuramente il termine più adatto per sintetizzare l’attuale disciplina del finanziamento pubblico all’editoria, frutto di una serie infinita di leggi, modifiche e revisioni che si sono succedute nel corso di svariati decenni. Ed è proprio per far fronte a questa mancanza di organicità, che il Parlamento è in procinto di votare una legge delega che permetterà all’esecutivo di riformare in modo ampio e organico questa materia, i cui principi ispiratori sono spesso e da più parti contestati e considerati ormai obsoleti. Certo è che, nonostante questa riforma sia molto attesa, non è affatto difficile immaginare che il testo finale susciterà polemiche e un dibattito presumibilmente infinito.

Ma in cosa consiste l’attuale groviglio legislativo in materia di finanziamento pubblico all’editoria? In sostanza i finanziamenti pubblici al settore editoriale sono al momento sintetizzabili in due grandi tipologie. Da una parte esistono una serie di contributi detti indiretti, che prevedono una serie di agevolazioni e sgravi fiscali, mentre dall’altra ci sono i cosiddetti finanziamenti diretti, che consistono in vere e proprie erogazioni di fondi a quotidiani e pubblicazioni periodiche. Nel mare magnum di questa seconda tipologia di finanziamenti, è possibile fare un’ulteriore differenziazione fra i contributi erogati alle imprese editoriali e quelli indirizzati a case editrici che risultino esercitate da cooperative, enti morali o fondazioni. Concentrandoci sui finanziamenti pubblici a favore delle imprese editoriali, si scopre che, nel 2014, essi sono andati a beneficio di giornali e quotidiani che rappresentano appena il 10% delle copie vendute nel nostro Paese. Secondo i dati pubblicati dalla Presidenza del Consiglio, le pubblicazioni che hanno usufruito di maggiori finanziamenti sono state “Avvenire”, con poco più di tre milioni e ottocentomila euro, “Italia oggi”, che ha ricevuto poco meno di tre milioni di euro, e “Il Manifesto” con circa due milioni di euro. (Fonte www.presidenza.governo.it)

Nelle prossime settimane, la Camera dei Deputati, dopo aver bocciato la riforma proposta da M5S che prevedeva la totale abolizione dei finanziamenti, sarà chiamata a votare il disegno di legge che autorizzerà il Governo a riformare in modo sostanziale la disciplina del finanziamento pubblico all’editoria, modificando in termini significativi le modalità di accesso ai finanziamenti e di conseguenza il numero di soggetti che potranno beneficiarne. La riforma sembra andare nella direzione di un drastico ridimensionamento del numero delle pubblicazioni che potranno usufruire dei già citati finanziamenti diretti, in quanto essi andranno ad appannaggio delle imprese editrici costituite come cooperative di giornalisti o enti senza scopo di lucro e, per i primi tre anni dal varo della riforma, di quelle imprese la cui maggioranza di capitale è detenuta da cooperative, fondazioni o enti morali. Modifiche saranno previste anche per l’entità massima dei singoli finanziamenti, che non potrà superare il 50% dei ricavi dell’impresa editoriale, e sarà comunque calcolata in base al numero delle copie vendute, prevedendo diversi scaglioni. Altresì passeranno da tre a due gli anni necessari, dalla costituzione della testata, per poter accedere ai finanziamenti, che prevederanno “premi” per quelle imprese editrici, che assumano a tempo indeterminato lavoratori under trentacinque e che attuino azioni di formazione e aggiornamento per i propri dipendenti. Allo stato attuale, i grandi esclusi della riforma sarebbero i giornali di partito e i periodici espressione di movimenti politici e sindacali, nonché le pubblicazioni specialistiche.

Una riforma importante questa, che potrebbe modificare in modo sostanziale il panorama editoriale italiano, intaccando quello stesso principio su cui il finanziamento pubblico all’editoria è fondato, ossia la necessità di garantire la pluralità di pensiero in questo settore. Nonostante tutto, a schierarsi a favore di una rapida approvazione della riforma vi è anche Raffaele Lorusso, segretario generale della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, che, pur ribadendo il sostanziale appoggio della federazione all’ipotesi di riordino della materia, ha sottolineato la necessità di fare presto per dare regole certe a un settore in profonda crisi. Dunque l’editoria italiana sembra andare sempre più verso una minore “ingerenza politica”, almeno sul piano dei finanziamenti, lasciando spazio al mercato editoriale, che in futuro avrà maggiori responsabilità nel determinare il successo e la sopravvivenza di giornali e periodici.

(di Christopher Rovetti)

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