Usa, è iniziata la lunga corsa per la Casa Bianca

trumpMotori caldi e rombanti negli Stati Uniti. Squadre agguerrite (il Partito Repubblicano e il Partito Democratico) e piloti carichi (i candidati). Si prospettano mesi intensi in vista delle primarie presidenziali che assegneranno la nomination cioè la candidatura ufficiale dei due partiti (il 1 febbraio si voterà in Iowa con il sistema dei caucus, cioè le riunioni distrettuali degli attivisti locali di partito e il 9 febbraio nel New Hampshire con il sistema delle elezioni primarie. Poi, tra il 20 e il 27 febbraio, si voterà in Carolina del Sud e Nevada. Le altre date non sono state ancora definite). Poi, i due candidati ufficiali si sfideranno durante l’Election day dell’8 novembre 2016 che attribuirà la carica di 45° Presidente degli Stati Uniti d’America.

Se da una parte il Partito Repubblicano è alle prese con una pletora di candidati alla nomination, dall’altro i nomi dei democratici sono per ora, pochi: Hillary Clinton (49% dei consensi ma in calo); Bernie Sanders (25% e in continua ascesa) senatore “socialista democratico” del Vermont; Martin O’Malley (2%) ex governatore del Maryland e infine, l’outsider Joe Biden (14%), l’attuale vice-presidente che però non è candidato (almeno non ancora).

Tanti invece i nomi dei candidati alla nomination repubblicana. Nonostante Donald Trump sia in testa ai sondaggi, di fatto ha poche possibilità di vincere (e non solo per le continue gaffes e le dichiarazioni discutibili su temi delicati quali immigrazione clandestina e ruolo delle donne nella società civile). Trump non brilla di luce propria, la sua popolarità dipende dalla mancanza di un vero candidato repubblicano, un nome carismatico, un politico esperto. Ecco gli altri aspiranti alla nomination repubblicana: Jeb Bush, figlio e fratello del 41° e 43° presidente degli Stati Uniti; Scott Walker, governatore del Wisconsin; Ted Cruz (origini cubane) senatore conservatore del Texas e vicino al Tea Party; Marco Rubio (origini cubane anche per lui), senatore della Florida con il quale il GOP (il Partito Repubblicano) spera di avvicinare la minoranza latino-americana; Ben Carson, neurochirurgo afroamericano di fama mondiale (nel 1987 entrò nella storia della medicina con un intervento chirurgico per separare una coppia di gemelli siamesi uniti nella parte posteriore della testa), teorico del Think Big, membro ultra-conservatore della Chiesa cristiana avventista del settimo giorno; Rand Paul, senatore del Kentucky e i governatori dell’Arkansas Mike Huckabee, del New Jersey Chris Christie (alle prese con gli scandali Bridgegate e Sandygate) e dell’Ohio John Kasich.

Il primo confronto televisivo tra i candidati alla nomination repubblicana è stato trasmesso il 6 agosto 2015 (ce ne sarà uno al mese fino a febbraio). Sul palco dieci dei candidati più votati nei sondaggi. Oltre a Trump (senza freni e senza inibizioni), Rubio e Waker hanno dimostrato il loro agio di fronte alle domande dei moderatori, Kasich abile a rispondere a domande sui matrimoni gay e Jeb Bush è stato capace di prendere le distanze da alcune scelte politiche “di famiglia” (“Non avrei invaso l’Iraq”). Secondo gli ultimi sondaggi, Trump rimane in testa, seguito da Carson, Bush e Cruz. Ma la strada è ancora lunga e piena di sorprese.

Gli altri sette candidati, quelli con meno riscontro nei sondaggi, hanno partecipato a un pre-dibattito pomeridiano. Si tratta di Rick Perry, ex governatore del Texas; Rick Santorum, ex senatore italo-americano della Pennsylvania, cattolico integralista (anti-abortista con dure posizioni contro l’omosessualità e l’eutanasia); Bobby Jindal, giovane governatore di origine indiana della Louisiana; Carly Fiorina, ex ceo di Hp e unica donna candidata dai repubblicani; Lindsey Graham, senatore della Carolina del Sud, ex Jag (gli avvocati delle Forze Armate USA); George Pataki, ex governatore dello Stato di New York; Jim Gilmore, ex governatore della Virginia che rifiutò la grazia a  Derek “Rocco” Barnabei, il cittadino americano di origine italiana condannato a morte per omicidio per il quale si mobilitarono l’Italia e anche Giovanni Paolo II poiché c’erano dubbi circa la sua colpevolezza.

Non se la passa bene la Clinton, in questo periodo sotto il fuoco nemico per lo scandalo Emailgate: quando era a capo del Dipartimento di Stato utilizzava un account privato, e non quello ufficiale. Alcuni dei leaks (fuga di notizie, ndr) rivelano mail dal contenuto bizzarro: dai gusti a tavola (ama il thé con latte scremato) alle passioni televisive (è fan di The Good Wife) all’amore per la tecnologia (anche se non sa utilizzare il fax). Al di là della curiosità morbosa, a destare maggiore perplessità è stata una mail con oggetto il Gefilte fish, un piatto tipico della tradizione pasquale ebraica (pesce ripieno di uova, pane, spezie e cipolle). Nella mail, la Clinton chiedeva ai suoi collaboratori Where are we on this? (A che punto siamo con questo?) Si tratta di una semplice richiesta di informazioni sul piatto o di qualcosa di più? Alcuni commentatori propendono per la seconda ipotesi. In effetti in quel periodo (la mail è del marzo 2010) prima delle festività legate alla Pasqua ebraica, era in navigazione dagli Stati Uniti verso Israele, un carico di carpe surgelate (la carpa è l’ingrediente base del Gefilte fish) provenienti dall’Illinois. Il carico sarebbe stato oggetto di una tassa di importazione del 120 per cento invece, in quell’occasione fu fatta un’eccezione. Un favore all’allora governatore  repubblicano dell’Illinois Don Manzullo? Di fatto, l’impopolarità dell’ex first lady è in aumento, nonostante abbia il consenso più alto tra i candidati democratici.

Lunga, lunghissima. La corsa per la Casa Bianca inizia quasi due anni prima l’Election day (novembre 2016) e prevede le primarie, le convenzioni nazionali dei partiti, l’elezione di novembre,  la riunione dei Grandi Elettori e la proclamazione (il 6 gennaio successivo all’Election day) davanti al Congresso in seduta comune, che dà lettura dei voti espressi.

La scelta del presidente avviene per mezzo di un sistema particolare: “Ciascuno Stato nomina un numero di elettori pari al totale dei senatori e dei rappresentanti ai quali lo Stato abbia titolo nel Congresso, i quali elettori (Grandi Elettori) si riuniscono nei rispettivi Stati e votano a scrutinio segreto per il presidente e il vice presidente”. Questo sistema si chiama Collegio elettorale, un sistema di elezione di secondo grado che attraverso un corpo costituzionale (lo United States Electoral College, appunto) elegge le massime cariche della Federazione. Per vincere le presidenziali sarà necessario raggiungere la maggioranza assoluta dei voti elettorali di ogni Stato. Ciascun Stato ha tanti voti elettorali quanti sono i suoi senatori e rappresentanti. In totale sono 538 e la maggioranza assoluta è 270. I voti elettorali vengono aggiudicati in base al principio del winner takes all a maggioranza relativa: il candidato alla presidenza che ottiene più voti popolari in uno Stato, prende tutto: a lui/lei andranno così i voti elettorali di quello Stato. Emblematico fu il caso dell’elezione presidenziale del 2000: In termini di voto popolare prevalse il democratico Al Gore, ma i voti elettorali, 271 contro 266, furono favorevoli al repubblicano George W. Bush che venne eletto presidente.

Ma per l’elezione manca più di un anno. Ora c’è da concentrarsi sulle primarie. Si prospetta un autunno caldo in attesa che emerga, in entrambi i partiti, il migliore tra i frontrunners.

(di Alessandra Esposito)

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