Cocoricò: ma di che stiamo parlando?

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cocoricoDa circa una settimana l’opinione pubblica, in particolare quella che si confronta sui social network, si sta dividendo sulla chiusura della discoteca Cocoricò.
La vicenda nasce dalla tragica morte di un ragazzino di sedici anni che, durante una serata nella discoteca di Riccione, ha perso la vita in seguito all’uso eccessivo di MDMA, una droga sintetica molto diffusa. L’oggetto del dibattito è la decisione del questore di Rimini, Maurizio Improta, che, in seguito al grave evento di cronaca, ha imposto la chiusura del Cocoricò per quattro mesi.
Qui si spacca il social: è giusto chiudere un locale, che tra le altre cose garantisce numerosi posti di lavoro, perché qualcuno al suo interno ha abusato di droghe?
Su twitter ha spopolato #iostoconilcocorico, un hashtag che ha contagiato anche numerose tweetstar. Selvaggia Lucarelli, ad esempio, ha twittato: “Ora che hanno chiuso il Cocoricò abbiamo risolto il problema dei giovani che si drogano. Ora chiudiamo i falò così smettono di bere birre”. Il comico Luca Bizzarri, invece, ha scritto: “Genova. C’era un locale con gli spacciatori fuori. Chiusero il locale, e gli spacciatori rimasero senza caffè. Il Cocoricò chiuso fa ridere”. E persino uno abituato a sparare sentenze tranchant come Matteo Salvini, sulla vicenda c’è andato con i piedi di piombo, limitandosi ad una domanda ai suoi follower: “Chiusura per 4 mesi della discoteca Cocoricò di Riccione, dopo la morte di un ragazzo di 16 anni per uso di droghe. Provvedimento giusto?”
Dal canto suo il ministro Alfano, in un’intervista concessa al Corriere della Sera, difende il provvedimento e rilancia: “Continueremo a prendere provvedimenti severi in materia di prevenzione e repressione, ma su un punto voglio essere chiaro: non esiste linea dura contro le discoteche, ma contro la vendita e la cessione di droga nelle discoteche. Agiremo contro coloro che non rispettano la legge. Ritengo che i controlli a tappeto nei locali dove più alto è il rischio di spaccio siano la strategia più efficace. Noi pensiamo di salvaguardare l’impresa dell’intrattenimento tenendo lontano pusher e droga e riaffermando che ci si può divertire fino all’alba anche senza impasticcarsi o ubriacarsi di superalcolici”.
Angelino, certo che ci si può divertire fino all’alba senza impasticcarsi, ma sperare che ciò avvenga grazie ai tuoi provvedimenti mi pare vagamente utopistico.
La droga nel mondo reale esiste, esisteva ed esisterà. Battere lo spaccio o l’uso di sostanze stupefacenti non è possibile. Un po’ come la prostituzione. Quello che possiamo fare è ridurre il numero di persone che ne fa uso e cercare di portare gli assuntori ad un uso responsabile.
Peccato che durante questa settimana di acceso dibattito pubblico si sia parlato esclusivamente della chiusura del locale e non della diffusione dell’uso di sostanze sintetiche nel nostro Paese. Persino uno dei responsabili della discoteca di Riccione, ospite a In onda su La7, si è limitato a chiedere norme più dure: imporre per legge l’accesso alle discoteche ai soli maggiorenni, sottoporre al tampone i clienti del locale per impedire l’accesso a chi ha assunto droghe, e il Daspo dalle discoteche (non si è capito bene per chi, ma ormai chiedere lo strumento del Daspo è trendy).
Ora, dando per assodato che l’uso di sostanze stupefacenti difficilmente lo si batte con la mera repressione, se davvero l’oggetto della discussione è: quali provvedimenti attuare per ridurre il numero di vittime causate dall’uso della droga (specie tra i giovani), potrebbe essere utile guardare alle proposte dell’Osservatorio europeo sulle droghe di Lisbona (Emcdda). L’ente, finanziato con i fondi dell’Unione Europea, riteneva molto soddisfacente (già nel lontano 2001) il cosiddetto pill testing. Una pratica nata in Olanda nel 1990 e che rapidamente s’è diffusa in Belgio, Austria, Germania, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovenia e Svizzera (dove dal 1997 alcuni progetti vengono finanziati con fondi pubblici). Indovinate quale nazione manca all’appello?
Piagnistei a parte, il pill testing non sono altro che banchetti, realizzati da volontari delle organizzazioni per il recupero dei tossicodipendenti all’interno di discoteche, festival o in prossimità di rave party. A questi banchetti i ragazzi possono recarsi portando la droga che hanno acquistato e la sostanza viene sottoposta ad un rapido e anonimo test. Si verifica se la sostanza è tagliata e quale percentuale di principio attivo contiene. I vantaggi di un’iniziativa del genere sono molteplici: l’assuntore evita la “roulette russa” e conosce davvero quello sta buttando giù e in più si ha la possibilità di scambiare qualche chiacchiera con lui cercando di sensibilizzarlo ad un uso responsabile. Inoltre quando vengono individuate pasticche pericolose, le informazioni vengono diffuse sia su Internet sia nella zona dove viene effettuato il test (sfruttando anche l’effetto del passaparola tra i consumatori). Prevalentemente a richiedere la presenza di questi banchetti sono gli stessi gestori dei locali che temono il danno di immagine che potrebbero ricevere in caso di morte di un cliente all’interno del locale.
In Italia, invece, il pill testing è illegale. Ciò nonostante alcune associazioni in tutta Italia si battono per cercare di diffondere questa cultura che, piaccia o no, salva vite umane. Tra queste una delle più attive è l’associazione Lab 57 Alchemica, legata al centro sociale bolognese Livello 57, che sul suo sito scrive: “Lab57-Alchemica non condanna né incoraggia in nessun modo l’ uso di sostanze psicoattive, ma si impegna da sempre nella libera ricerca di informazioni affidabili e non pregiudiziali in quanto ritiene che solo un uso consapevole possa prevenire i rischi, ridurre i danni e contenere gli abusi stimolando lo sviluppo di una coscienza critica rispetto alle scelte di vita e di gestione del proprio tempo”.
Ecco, in questa settimana avremmo potuto provare a discutere di questo, sui social e nelle trasmissioni tv, e invece abbiamo perso un’altra occasione. D’altronde, nel nostro Paese l’agenda del dibattito la detta Selvaggia Lucarelli. Diciamoci la verità: non sarà certo solo colpa di Giovanardi se rispetto agli altri Paesi europei, su temi come questo, siamo indietro di ben 20 anni.

(di Pierfrancesco Demilito)

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