L’Unione energetica è più vicina. Per ora avanti con i bilaterali

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gasdottiÈ  dai tempi di Jean Monnet, uno dei fautori dell’integrazione europea, che il settore energetico riveste un ruolo importante nelle relazioni tra gli Stati. La volontà di “offrire al mondo intero questa produzione [di carbone e acciaio, ndr.] senza distinzione né esclusione per contribuire al rialzo del livello di vita e al progresso delle opere di pace” (Dichiarazione di Robert Schuman, 9 maggio 1950) fu alla base della firma dei trattati istitutivi della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA, terminata nel 2002) e della Comunità europea dell’energia atomica (Euratom, tuttora in vigore).

L’energia è un settore strategico e l’Europa dovrebbe essere capace di “parlare con una sola voce”, con un occhio ai problemi e alle specificità degli Stati membri. L’Unione europea possiede poteri e strumenti necessari per farlo e per garantire la sicurezza delle fonti di approvvigionamento, la competitività e la sostenibilità del settore energetico.

La dipendenza dell’Europa dall’approvvigionamento energetico è alta e incide notevolmente sulla nostra economia. Un po’ di numeri: destiniamo 350 miliardi di euro l’anno per importare petrolio dai Paesi dell’Opec (Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio) e gas da Algeria, Norvegia e Russia. L’UE è la seconda economia dopo gli Stati Uniti e consuma un quinto dell’energia prodotta in tutto il mondo ma possiede poche – seppure diversificate – risorse energetiche: dalle miniere di carbone polacche alle dighe austriache, dalle piattaforme petrolifere nel Mare del Nord alle centrali nucleari francesi fino ai giacimenti di gas in Danimarca e nei Paesi Bassi.

In particolare, le forniture di gas russo all’Europa (la maggior parte delle quali arrivano attraverso l’Ucraina) giocano un ruolo economico, politico e strategico importante per entrambe le parti. Sebbene esista per chi compra (l’Europa) e chi vende (la Russia) un interesse condiviso a che sia garantita regolarità nelle forniture, la costanza degli approvvigionamenti continua a essere in cima alle preoccupazioni delle cancellerie europee. Garantire la sicurezza dell’approvvigionamento energetico è importante. Un’interruzione può infatti avere gravi ripercussioni su economia e società civile. Tuttavia, alcuni paesi europei hanno difficoltà a delegare a Bruxelles la propria “sovranità” in materia energetica e preferiscono negoziare autonomamente.

In questo quadro, si inseriscono l’accordo bilaterale tra Mosca e Berlino e il memorandum d’intesa tra Atene e Mosca, entrambi conclusi lo scorso mese di giugno.

In principio, il gas russo doveva arrivare in Europa grazie a due gasdotti: uno ad oggi in fase di completamento e l’altro abbandonato a causa di costi alti e regole anti-trust. Il primo è il North Stream che bypassa i paesi dell’est Europa e attraverso il Baltico, arriva direttamente in Germania. Il secondo è il South Stream il quale doveva “saltare” l’Ucraina e attraverso i Balcani, arrivare in Italia.

L’accordo firmato a San Pietroburgo fra la russa Gazprom e le più importanti imprese energetiche tedesche, ha lo scopo di potenziare il gasdotto del mare del Nord. Quasi completamente ignorata dai media italiani, è un’intesa-chiave sotto molti punti di vista e stupisce visto che la Germania è tra le nazioni più risolute nel sostenere le sanzioni contro la Russia per la crisi ucraina. Il gasdotto sottomarino è l’alternativa a un altro metanodotto in progetto: il Turkish Stream. Qui si inserisce il memorandum d’intesa tra la Grecia e la Russia dello scorso giugno per il prolungamento del Turkish Stream sul territorio greco. Il Turkish Stream è un’altra strategia di Mosca per trasportare il proprio gas fino in Turchia (è atteso a breve la conclusione dell’accordo tra Mosca e Ankara) per poi farlo arrivare in Europa attraverso la Grecia. Il Turkish Stream sostituirà il South Stream, il gasdotto russo affossato dalle norme europee del Terzo Pacchetto Energia e poi abbandonato all’inizio del 2015. Le norme in questione intervengono nelle ipotesi di abuso di posizione dominante da parte di fornitori terzi e vietano a un “gigante” dell’energia (nel caso specifico, Gazprom) di essere sia proprietario sia gestore dell’infrastruttura con la quale la risorsa viene distribuita.

L’Anatolia come hub energetico euroasiatico è ormai un dato di fatto grazie anche al gas proveniente dall’Azerbaijan, Paese destinato a rafforzare il suo ruolo di potenza energetica grazie all’ “oro blu”. Infatti, al Turkish Stream si aggiungono il Tanap (il gasdotto Trans-Anatolico che porterà il gas azero del Mar Caspio in Europa) che al confine tra Turchia e Grecia si unirà al Tap (Trans-Adriatic Pipeline che da Baku porterà gas in Europa). Insieme al terzo gasdotto (il Sud Caucasico – SCPX) andranno a formare il Southern Gas Corridor (4.000 chilometri e sette Paesi attraversati), di fatto una lista di progetti di particolare interesse per l’Ue inseriti nel 2013 nel Terzo Pacchetto Energia con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dalla Russia e il suo monopolio nella fornitura di gas all’Europa, di diversificare le fonti energetiche e di garantire la sicurezza degli approvvigionamenti. Ma la strada è irta di ostacoli. Ad esempio, è previsto che il terminale del Tap in Italia sia a sud della Puglia (San Basilio), scelta contestata dalla popolazione e dall’amministrazione locali per ragioni che vanno dalla tutela dell’ambiente al danno economico per una terra che vive di turismo. In realtà ci sono esempi concreti in Europa, di luoghi turistici che attraverso particolari sistemi, sono riusciti a evitare qualsiasi impatto ambientale e continuare a vivere grazie al turismo (è il caso di Ibiza ).

E l’Europa? Se le diplomazie nazionali si muovono autonomamente, Bruxelles non resta in silenzio almeno per quanto riguarda le strategie. Il 25 febbraio 2015, la Commissione Europea ha presentato ufficialmente il progetto dell’Unione Energetica. Attraverso una Comunicazione ha chiarito il contenuto della Energy Union, un’unione della politiche energetiche e climatiche volta a fornire una soluzione all’European Energy trilemma cioè competitività economica, sostenibilità ambientale (nel rispetto degli obiettivi in materia di clima ed energia che l’UE si è fissata per il 2020, il 2030 e il 2050) e sicurezza energetica. Inoltre, considerato lo stato di tensione con la Russia ma anche la circostanza per la quale in Europa, sei Paesi dipendono da Mosca per le loro forniture, la Commissione sicuramente procederà a verificare gli accordi bilaterali già conclusi o non ancora siglati, proponendo l’alternativa della “sola voce nei negoziati con i Paesi terzi”.

Sebbene siano chiare le priorità dell’Energy Union, la politica energetica resta una prerogativa nazionale degli Stati membri. La recente crisi ucraina, i rapporti precari e poco costruttivi con la Russia e quindi la instabilità dell’approvvigionamento europeo di gas russo, la mancanza di una politica energetica europea a fronte di una domanda di energia crescente e della volatilità dei prezzi delle risorse, ci rendono deboli  nei confronti dei fornitori in sede di trattative commerciali. Inoltre, considerando l’accelerazione dei negoziati che ruotano intorno al North Stream a fronte dell’abbandono del South Stream e del rallentamento del Turkish Stream a causa dell’opposizione della Puglia, in materia energetica siamo di fronte a “due” Europe, quella del Nord e quella del Sud, quest’ultima esclusa da un progetto strategicamente ed economicamente importante come il gasdotto del Nord. L’Italia poi è doppiamente penalizzata poiché diversamente dalla Spagna (che si rifornisce con metaniere), non è dotata di adeguati rigassificatori (impianti che riportano il gas trasportato dallo stato liquido a quello gassoso) e all’infuori del gas, ha a disposizione poche reali alternative.

(di Alessandra Esposito)

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