Libia: l’Onu decide il destino dell’Italia

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libiaDopo l’avanzata dei jihadisti dei giorni scorsi, si decide oggi a Washington il futuro della Libia, ma anche dell’Italia. Per il Bel Paese, l’internazionalizzazione della questione è già un buon risultato, ma basterà la diplomazia a fermare la ferocia dell’ISIS? Per i governi di Francia, Italia, Germania, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti sembrerebbe di sì.

In una dichiarazione congiunta, diffusa ieri, in cui sono stati fermamente condannati tutti gli atti di terrorismo in Libia, è stata resa nota la strategia che verrà sostenuta oggi al Consiglio di Sicurezza. “L’efferata uccisione di ventuno cittadini egiziani in Libia, da parte di terroristi affiliati all’ISIS” – recita la dichiarazione – “sottolinea ancora una volta l’impellente necessità di una soluzione politica del conflitto, la cui prosecuzione va a beneficio esclusivo dei gruppi terroristici, ISIS compreso.” “Il terrorismo colpisce tutti i libici e nessuna fazione può affrontare da sola le sfide cui il Paese è chiamato a confrontarsi.” – continua  il documento – “Il processo di dialogo sponsorizzato dalle Nazioni Unite, volto alla formazione di un governo di unità nazionale, costituisce la speranza migliore per i libici, al fine di affrontare la minaccia terroristica e far fronte alla violenza e all’instabilità che impediscono la transizione politica e lo sviluppo della Libia.”

Espressi sostegno e solidarietà all’Egitto, la comunità internazionale indietreggia sull’ipotesi di un  intervento militare caldeggiata nelle ultime ore, dichiarandosi pronta “a sostenere pienamente un governo di unità nazionale per affrontare le sfide attuali della Libia.” Due giorni fa, mentre il Cairo lanciava la sua ritorsione a suon di bombardamenti contro il Califfato jihadista in Libia, italiani e francesi erano parsi favorevoli a preparare una risposta militare. Ieri però, durante la riunione a Palazzo Chigi con il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, degli Interni, Angelino Alfano, e della Difesa, Roberta Pinotti, assieme al sottosegretario Marco Minniti, Matteo Renzi ha messo un freno agli isterismi ribadendo, come già aveva fatto lunedì, la necessità di cercare soluzioni politiche alla questione. In un colloquio telefonico col premier italiano, è arrivato alla fine anche l’appoggio del presidente francese Hollande all’iniziativa diplomatica.

Così, nell’informativa alla Camera di questa mattina, “il siamo pronti a combattere” del ministro Gentiloni, si è ammorbidito nella conferma dell‘impegno italiano per una forte azione diplomatica in ambito Onu ed il sostegno per una iniziativa urgente al Consiglio di Sicurezza che promuova stabilità e pace in Libia. “Mentre il negoziato muove i primi passi, la situazione in Libia si aggrava.” – ha detto il ministro degli Esteri  – “Il  tempo non è infinito e rischia di scadere presto. L’unica soluzione alla crisi libica è quella politica, non avventure e tantomeno crociate”. “Il deterioramento della situazione sul territorio impone un cambio di passo da parte della comunità internazionale prima che sia troppo tardi” – ha continuato – “In Libia è evidente il rischio di saldatura tra gruppi locali e Daesh” che richiede la “massima attenzione”, soprattutto se, come appreso stamattina, si considera che probabilmente anche Boko Haram sta raggiungendo i gruppi terroristici in Libia.  “Chiediamo alla comunità diplomatica di aumentare gli sforzi”, ha spiegato Gentiloni – “Dalla riunione del Consiglio di Sicurezza di oggi attendiamo la presa di coscienza al Palazzo di vetro della necessità di raddoppiare gli sforzi per favorire il dialogo politico” in Libia.

Dalle dichiarazioni ai fatti. Al di là della difficoltà diplomatica di ottenere un ampio consenso vincendo le resistenze della Russia e della Cina e scongiurando l’immobilità come nel caso siriano, risulta chiaro che lanciare un’offensiva efficiente come reazione a un attacco dell’Isis potrebbe avere conseguenze imprevedibili, in termini di durata e dispiegamento di forze militari. Fin qui però, l’azione diplomatica si è arenata nel labirinto delle innumerevoli milizie insorte dopo la caduta di Gheddafi, cercando di mediare tra una coalizione “illegittima” che controlla Tripoli ed il governo riconosciuto dalla comunità internazionale, asserragliato a Tobruk.

Per scongiurare una jihad nel Mediterraneo, amara profezia di Gheddafi che sembra si stia avverando, sarà concesso altro tempo al Rappresentante Speciale del Segretario Generale Bernardino León che, nei prossimi giorni, “convocherà delle riunioni per coagulare ulteriore consenso da parte delle fazioni libiche verso un governo di unità nazionale.”

Ma com’è possibile che siano dovuti passare quattro anni dalla primavera libica, per ostacolare chi tenta di impedire il processo politico di transizione democratica della Libia condannando il Paese al caos e all’estremismo? Come si è arrivati a dover “sperare” che sia la ferocia dell’ISIS a spingere al dialogo fazioni che fin qui hanno rifiutato di sedersi attorno allo stesso tavolo? In attesa della pronuncia dell’ONU, negli ultimi tre giorni, Sirte è stata conquistata e liberata, meglio, bombardata dalla furia egiziana assetata di vendetta per la decapitazione dei 21 cristiano-copti e in apprensione per gli altri 35 egiziani rapiti da gruppi legati all’Is. Il fronte comune delle milizie libiche contro lo stato islamico è lo spazio possibile di dialogo intravisto da León, lo stesso piccolo spiraglio cui si attacca fortemente l’Occidente. Evitando le armi, si darebbe anche il contentino ad Hamas, che nei giorni scorsi aveva mostrato la contrarietà ad eventuali ingerenze in Libia “da parte di alcuni Paesi come l’Italia”, sottolineando che un intervento militare sarebbe considerato “una nuova crociata contro Paesi arabi e musulmani”. Ma quante altre dichiarazioni d’intenti bisognerà sentire, prima di vedere dei risultati? Terromoti, alluvioni, mafia, cambiano i temi ma, non le tempistiche: arriviamo sempre dopo, sempre troppo tardi. Potremmo per una volta essere pronti prima?

200 miglia marine, poco più di 400 km: per capirci, è la distanza Torino-Firenze quella che ci separa da un missile scud o dalle lame dei jihadisti. Le tute arancioni, usate per ricordare Guantanamo e il conto che l’Occidente deve pagare, scortate dal piglio nero degli uomini dell’ISIS non sono immagini di un film, di una pellicola in bianco e nero di cui avere un vago ricordo, sono fervide rappresentazioni di un orrore che non è stato mai così vicino all’Europa. Sta succedendo davvero e sta succedendo ora. In Italia, le forze politiche si dividono su come affrontare la minaccia terroristica dello Stato islamico più per vanità mediatica, propria di una campagna elettorale: s’invocano il ripudio costituzionale della guerra da un lato, ed il dovere di pari grado di difendere la Patria, dall’altro, ma senza nessuna reale presa di responsabilità. Fa bene Gentiloni ad incalzare una risposta immediata, fanno bene le Nazioni Unite a sostenere il corridoio diplomatico, ma l’Italia per una volta, farebbe bene a fare i conti con la sua grande capacità d’indifferenza. “La situazione politica in Italia è grave, ma non è seria” diceva Ennio Flaiano, ma la crisi libica non è uno scherzo e sarebbe ora d’imparare la lezione della serietà. Alle dichiarazioni d’intenti dovranno seguire dei fatti, non violenti sicuramente, ma pur sempre fatti: azioni diplomatiche che tutelino la nostra identità e quella degli altri, le nostre radici e le loro, il nostro ripudio alla guerra ed il loro diritto alla pace, il diritto umano, collettivo e comunitario, di coesistere e di essere liberi, anche dalle paure, sempre ed ovunque.

(di Annalisa Spinelli)

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