“Milano non esiste” al Teatro de’ Servi di Roma: tornare al Sud

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Lo scorso ottobre il Teatro de’ Servi a Roma ha ospitato con successo la messa in scena di “Milano non esiste”, lo spettacolo portato in scena da Roberto D’Alessandro e tratto dall’omonimo romanzo di Dante Maffia. Due linguaggi, quello della prosa e del teatro destinati a incrociarsi grazie alla bellezza racchiusa nell’universalità della poesia di Maffia, uno dei maggiori autori viventi della nostra letteratura contemporanea.

“La trasposizione in chiave comica e ironica è una prova di sperimentazione. Stiamo cercando un linguaggio nuovo che incontri i gusti del pubblico”, ha affermato il regista e protagonista durante la conferenza stampa che ha preceduto lo spettacolo.

Il protagonista è un operaio calabrese costretto a migrare dalla sua terra natia per trovare lavoro a Milano. Lì incontra quella che sarà la futura moglie Teresa, milanese doc (interpretata magistralmente da Daniela Stanga) dalla quale avrà cinque figli. Una vita trascorsa all’insegna del lavoro in attesa di realizzare il sogno di tornare nel piccolo paesino della Calabria, una volta raggiunta la pensione. Lì il protagonista potrà godere nuovamente  del calore del sole, del profumo del mare, del sapore dei cibi. Un sogno, però, che sembra più un’utopia dal momento che né la moglie né i figli intendono seguire il padre in questa “catabasi” verso una terra, la Calabria, che avvertono come estranea perché loro sono milanesi. Di qui la condizione alienante di un uomo rispetto alla grande città e rispetto alla propria famiglia. Un sogno che assume i contorni di un’ossessione fino a trasformarsi in un incubo: il protagonista avverte addirittura  i suoi stessi figli come nemici quando questi provano a spiegargli che tornare al Sud con cinque figli quasi adulti è impossibile. Ma il suo progetto non prevede ripensamenti. Parte da solo, chiuso nella sua patetica illusione che un giorno vedrà scendere dal treno Milano-Crotone la sua famiglia. Quarantatré anni di Milano vissuti in una condizione disumana, in un orrore civilizzato, in una città che lo priva della sua identità d’origine (del protagonista, infatti, non conosciamo neppure il nome). L’unico modo che ha per cercare di esistere è tornare nel proprio nido e lo fa senza giri di parole: per lui Milano NON esiste. Una vita che scorre parallela alla moglie, ai figli, alla fabbrica, alla grigia Milano ma che non coinciderà  mai davvero esse.

Una storia costruita sulle contrapposizioni forti: Milano e la Calabria, la fabbrica e il paese, la nebbia e il mare, la vita e la morte, la sofferenza e la comicità, tutto nell’unica dimensione che il protagonista riesce a vivere, il passato.

Un lungo e viscerale monologo il romanzo di Maffia che diventa una commedia raccontata con ironia grottesca nell’adattamento di D’Alessandro. “Nel mio romanzo c’è ironia, senso della morte. Ci sono anche Cervantes, Rabelais, Apuleio…questi sono gli archetipi interiori e questa verve ironica mi è rimasta anche quando incombe la tragedia”, dice lo scrittore.

Ancora una volta la lucida intuizione di Dante Maffia, calabrese trapiantato a Roma, ha consegnato alla narrativa nostrana un romanzo che è insieme una riflessione sociologica e il racconto di una splendida realtà che conduce dal sogno alla follia.

(Anna Piscopo)

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