Amarcord. Michele Rogliani: un campioncino mai divenuto grande

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La storia di Michele Rogliani

Quando si è colpiti da una storia si ha subito voglia di raccontarla, di condividere ciò che l’ha resa interessante. La storia che andiamo a raccontare oggi, quella di Michele Rogliani, viceversa, è durissima da scrivere, pesante, ingiusta e beffarda nel suo epilogo. Eppure va ricordata, proprio perchè non la ricorda nessuno, perchè tutti hanno voltato pagina, forse perchè riaprire questa vicenda costa. Emotivamente costa, prova e sconvolge.

Michele Rogliani era quello che si dice un campioncino in erba: nato nel 1961 a Venezia, viene scoperto dal settore giovanile del Padova che se ne assicura le prestazioni e il piccolo Michele non fa ricredere chi ha creduto in lui: negli Allievi Nazionali segna caterve di gol pur non essendo una punta pura, ma un attaccante esterno, dotato di corsa, agilità ma anche di un fiuto del gol paragonabile ai veri centravanti. Lo acquista così per ben 400 milioni di lire il Vicenza, squadra di serie B, che lo aggrega alla Primavera dove Rogliani conquista il titolo di capocannoniere di categoria mettendo a segno 17 reti che gli valgono la convocazione in prima squadra il 16 marzo del 1980 per la partita Pistoiese-Vicenza, vinta dai toscani per 3-2. Sembrerebbe il trampolino di lancio per il ragazzo prodigio che invece non riesce a mantenere l’equilibrio, non riesce a gestire la notorietà acquisita a meno di vent’anni. Michele fa qualche brutta amicizia, entra in un giro poco pulito ed inizia a fare uso di cocaina.

Il passo verso l’eroina e il primo buco nel braccio è breve: il pallone diventa meno interessante, la siringa diviene la sua inseparabile compagna di vita nonché di sventura. Le prestazioni di Rogliani calano vertiginosamente, così come il suo peso; non riesce ad allenarsi con costanza, diventa sempre più magro e non ha fiato a sufficienza. Ben presto finisce ai margini del calcio, torna a giocare vicino Padova, al Monselice in serie C2, ma non è più lui e l’avventura col pallone termina forse ancor prima di iniziare veramente. Michele Rogliani ha ben altro a cui pensare, è nel pieno del tunnel dell’eroina, vorrebbe smettere ma non ce la fa, passa piccoli periodi in cui sembra riuscire a star lontano dalla droga, salvo poi ricadere a quel richiamo. La famiglia le prova tutte, tanto con la forza quanto con le buone maniere, con l’affetto e l’amore verso quel figlio in difficoltà. Michele vuole andare in comunità, vuole uscire da quel mondo che lo sta trascinando verso la morte; ce la mette tutta, implora i genitori di non farlo uscire di casa, le crisi d’astinenza sono terribili, urla chiuso nella sua stanza, i genitori lo legano con una catena al termosifone accanto al letto. Qualcuno sostiene per volontà dello stesso Michele, qualcuno dice che lo facessero con forza costringendolo a rimanere in casa; la verità non la sapremo mai.

Ciò che si sa, invece, è quanto accadde quel 25 febbraio del 1985 nella casa dei Rogliani a Venezia: è notte, Michele è come di consueto legato al termosifone e sta tentando di addormentarsi dopo aver fumato qualche sigaretta. Proprio un mozzicone spento male provoca un incendio che lentamente divampa nella camera; Michele inizia a gridare, ad invocare aiuto, è immobilizzato e non può liberarsi mentre le fiamme pian piano lo raggiungono. I genitori, svegliati dalle urla disperate del figlio, inizialmente non si rendono conto di quanto stia accadendo nell’altra stanza, ritenendo che si tratti della solita maledetta crisi. Poi iniziano a sentire l’odore di bruciato ed il fumo che esce dalla camera di Michele dove irrompono dopo aver  intanto chiamato i pompieri. Nella concitazione non riescono a trovare le chiavi del lucchetto che blocca Michele, il padre si lancia lo stesso sul figlio per evitare che sia raggiunto dal fuoco. L’intervento dei vigili del fuoco è tempestivo per impedire che Michele venga travolto dalle fiamme, ma non abbastanza per evitare che il fumo gli invada i polmoni: Michele Rogliani muore a neanche 24 anni durante il disperato trasporto in ospedale. Nei suoi ultimi pensieri, forse, un pallone infangato che rotola, un pallone troppo presto abbandonato.

Di Michele Rogliani oggi non esiste neanche una fotografia, neanche un’immagine. Questo ragazzo ha soltanto sfiorato il grande calcio, un mondo che anche nel terribile periodo dell’eroina a cavallo fra la metà degli anni ’70 e l’inizio dei ’90 poche volte ne è stato intaccato, poche volte una siringa è stata in grado di bucare quella sfera di cuoio fatata. Per Michele Rogliani, invece, l’illusione e l’ambizione di una vita dorata è caduta in una debolezza, in una finta felicità, in un buco nero, anzi, in un buco bianco.

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