Pacifici (di nome ma non di fatto) rovinano il 25 aprile a Roma

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di Pierfrancesco Demilito

Un 25 aprile con gli insulti, gli spintoni, i diktat di uno spezzone che impedisce a un gruppo di manifestanti di entrare nel corteo che celebra la Liberazione dalla dittatura fascista e dall’occupante tedesco avrei pensato e sperato di non vederlo mai, ma purtroppo le mie speranze restano spesso vane.

Tutto ha inizio intorno alle nove al Colosseo. Un gruppo di manifestanti pro Palestina viene circondato da giovani esponenti della comunità ebraica capeggiati da Riccardo Pacifici, Presidente della Comunità Ebraica di Roma.

I metodi sono squadristi: intimidazioni, offese e ceffoni. Ai pro Palestina viene fisicamente impedito l’accesso alla manifestazione, ma il corteo dell’Anpi parte ugualmente, mentre polizia e comunità ebraica trattengono nei pressi della stazione della metropolitana i manifestanti con le bandiere con i colori della Palestina. Alcuni attivisti e iscritti all’associazione partigiani, per protesta, decidono di non partire fino a quando la partecipazione al corteo non sarà garantita a tutti e così il serpentone si spezzetta durante il percorso.

La situazione resta in stallo per oltre un’ora fino a quando, anche grazie alla mediazione dell’Anpi, tutti riescono a mettersi in marcia. Ormai, però, a Porta San Paolo sono già iniziati i discorsi dei partigiani e la coda è diventata una manifestazione autonoma e anche un po’ arrabbiata.

La tensione, inevitabilmente, esplode ai piedi della Piramide e le parti vengono divise dalle forze dell’ordine in assetto antisommossa. A interventi terminati, Pacifici e altri esponenti della comunità ebraica salgono con la forza sul palco e si impossessano del microfono. Il presidente Pacifici, però, sul palco ci resta ben poco, qualche istante dopo è già tra i suoi a fronteggiare le forze dell’ordine.

Le provocazioni e le responsabilità della comunità ebraica oggi sono state sotto gli occhi di tutti. Ma la gestione pilatesca dell’Anpi romana ha contribuito ad esasperare i toni. Se l’organizzazione avesse affrontato la situazione già al Colosseo, evitando che alcuni facessero il bello e il cattivo tempo in coda, mentre la testa sfilava cantando Bella Ciao, forse si sarebbe arrivati a Porta San Paolo più serenamente.

A fine giornata riesco a scambiare qualche battuta con Ernesto Nassi, presidente provinciale dell’Anpi, che mi appare sinceramente amareggiato per come sono andate le cose. Ma altrettanto candidamente mi sembra attento a non prendere una posizione definita, mantenendo una sorta di equidistanza. “C’è chi ha sbagliato di più – mi dice – ma hanno sbagliato tutti”. Quando gli chiedo chi è che “ha sbagliato di più”, però, mi dice che non vuole rispondere a questa domanda. Lo incalzo ma non c’è niente da fare e riesco solo a innervosire ulteriormente altri rappresentati dell’Anpi. Alla fine mollo la presa e mentre sto andando via una signora sui cinquanta mi domanda: “Ma perché ce l’hai con lui e non con i violenti che hanno rovinato questa giornata?”

Io, cara signora, non ce l’ho con Ernesto (per il quale provo umana simpatia) ma con il presidente Nassi che oggi avrebbe potuto e dovuto fare di più per evitare che questa giornata finisse come è finita. Questo avrei dovuto dirle e invece cosa le ho detto non me lo ricordo, ma temo di non essere stato estremamente simpatico. Me ne scuso.

Ma se sono stato antipatico è perché ho bene in mente le parole di Antonio Gramsci e l’ignavia mi innervosisce. Perché, signora mia, quando le cose vanno male “alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.”

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