Il Nordic Film Fest: il successo del cinema nordico

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di Sabrina Innocenti 

Ingresso Casa del Cinema
Ingresso Casa del Cinema

Roma e la Casa del Cinema hanno ospitato, per il terzo anno consecutivo, il Nordic Film Fest che si è svolto da mercoledì 9 a domenica 13 aprile, promosso dalle quattro ambasciate dei paesi nordici presenti in Italia (Danimarca, Svezia, Norvegia, Finlandia), e dal Circolo Scandinavo, al fine di promuovere la cinematografia e la cultura dei paesi nordici. La risposta di Roma è stata ottima, con circa 3.000 persone che hanno partecipato alla quattro di proiezioni alla Casa del Cinema.

Molti i film presentati in anteprima in questa cinque giorni all’insegna della cultura nordica, così come gli ospiti che hanno presenziato alle proiezioni, come la pluripremiata produttrice svedese Sandra Harms, il regista finlandese Simo Halinen, l’attrice svedese Lya Boisen,  Jan Erik Holst, Executive editor of Nordic Film Institute e Roberto Giacobbo, conduttore di Voyager. Diversi anche i temi affrontati nella rassegna, contribuendo ad avvicinare il pubblico non solo alla realtà cinematografica scandinava ma anche ad alcuni temi cari a registi e produttori nordici che in forme diverse si ripropongono anno dopo anno, e ai personaggi e alle vicende che hanno caratterizzato la storia di questi cinque paesi, che seppur appartengono al nostro stesso continente, spesso ci appaino estremamente lontani e distanti, al punto da conoscere spesso troppo poco ciò che avviene all’interno dei loro confini.

Viene quindi riportato in auge il tema della transessualità e del cambio di sesso con il film finlandese Open up to me, del regista Simo Halinen, come fu nella scorsa edizione per Regretters. Il film narra la storia di Maarit, una bella quarantenne da poco operata per diventare donna la quale deve però fare i conti con alcuni nodi irrisolti del suo passato.

Jan Erik Holst
Jan Erik Holst

Il tema del viaggio è stato poi sviscerato grazie a due imponenti produzioni, quella norvegese del Kon-Tiki e l’altra danese di Expedition to the end of the world. Nel primo caso il viaggio è quello raccontato, e romanzato, nel film candidato all’Oscar come miglior film straniero nel 2013 dal titolo, appunto, Kon-Tiki in cui si narrano, attraverso maestose immagini di squali, balene e  sconfinate distese, le vicende dell’omonima zattera con la quale l’esploratore ed etnologo norvegese, Thor Heyerdahl, dimostrò come era possibile 1500 anni fa per gli abitanti del Perù affrontare le più di 4000 miglia di Oceano Pacifico che li separavano dalle isole polinesiane. Un’avventura estrema alla ricerca della verità quindi, ma soprattutto un viaggio all’inseguimento di quell’obiettivo anelato per anni dal protagonista della storia. Sempre tramite il Kon-Tiki si sono poi assaporate le vere immagini di quell’incredibile viaggio, il pubblico in sala è salito anch’esso sulla piccola zattera di balsa guidato dalle parole dello stesso Thor Heyerdahl e dalle sequenze riprese a bordo della zattera, grazie all’omonimo documentario, vincitore del Premio Oscar nel 1952.

L’altro è invece, Expedition to the end of the world, un viaggio ben diverso. È un viaggio che coinvolge artisti e scienziati a bordo della goletta Activ, direzione Groenlandia. Non si parte stavolta con un obiettivo ben preciso, con una tesi da confutare in valigia, ma il movente è l’opportunità. L’opportunità di raggiungere quell’estremo nord inabitato e ancora inesplorato, l’opportunità di essere i primi, di scoprire nuove specie, di cercare tracce di vita preistoriche, di plasmare la propria idea della realtà, dei processi evolutivi e del senso della vita, di sondare passato e futuro del nostro pianeta. Se il movente è allora l’opportunità, l’arma del delitto è il surriscaldamento globale. È grazie allo scioglimento dei ghiacciai che è, infatti, finalmente possibile raggiungere posti mai visitati e questo è un elemento sempre vivo lungo tutto il viaggio, assistiamo così inermi agli iceberg che vengono richiamati dalle acque e spariscono dalla nostra vista. Il film, prodotto da Michael Haslund-Christensen, presente in sala il giorno della proiezione, e diretto da Daniel Dencik, non è però un documentario, bensì un susseguirsi d’istantanee, mostra delle immagini tra le più suggestive che si possano ammirare su uno schermo cinematografico. The expedition to the end of the world non è tuttavia solo immagine, ma anche musica. Mentre l’Activ e il suo equipaggio scivolano leggeri sulle fredde acque groenlandesi lo spettatore è sottoposto a stati d’animo contrastanti quando a riecheggiare sono le note dei Metallica o del Requiem di Mozart.

Lya Boisen
Lya Boisen

Grazie al film svedese The last sentence, per la regia del due volte candidato all’Oscar Jan Troell, il pubblico romano presente alla serata conclusiva del Festival ha potuto conoscere l’ambivalente figura del giornalista Torgny Segerstedt, noto per i suoi pesanti attacchi contro Hitler e il regime nazista condotti sulle pagine del Goteborgs Handels, che gli valsero l’ostilità di Hermann Göring e di tutto il Terzo Reich, del governo svedese e di parte dei suoi connazionali. Il film non si concentra però solo sulla sua vita pubblica e sul suo costante impegno anti-nazista, ma si sofferma in particolar modo sulle sue vicende private e sul rapporto tra lui e due donne particolarmente importanti nella sua vita, la moglie, con la quale ha avuto tre figli, e l’amante, in un’appassionante dramma psicologico.

Regner Grasten
Regner Grasten

La Danimarca, invece, mostra come gli uomini comuni, la gente dei villaggi, abbia cercato di resistere all’invasione nazista e lo fa in This life, film del 2012 in cui si narrano le vicende dell’Hvidsten Gruppen, un gruppo che grazie alle azioni di sabotaggio messe in atto con la complicità delle forze armate inglesi è riuscito a contrastare il dominio nazista in terra danese. Un film che parla quindi di coraggio ma soprattutto di libertà e democrazia e di come si possa mettere a repentaglio la propria vita pur di difenderle. Caratterizzato da scena anche toccanti che hanno mischiato l’impegno politico con il concetto di unità e di amicizia. Una famiglia unita, amici fidati che hanno deciso di fare il giusto nel momento giusto. Un film nel quale non è rappresentata tutta la violenza atroce, se non in qualche piccola scena, e che quindi anche per questo deve essere e può essere una base d’insegnamento per i più giovani.

Tra i film più interessanti della rassegna non si può non citare, infine, l’islandese Black’s game, di Óskar Thór Axelsson. Un film forte, cruento, convulso, che tramite scene dal forte impatto visivo ed emotivo mostra l’Islanda degli anni ’90 e il cambiamento avvenuto all’interno del mondo della criminalità. Il  passaggio da piccoli e pochi nuclei criminali a una vera e propria organizzazione, radicata con la più classica struttura a piramide che per anni ha rappresentato la novità nel mondo criminale islandese.

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