L’indipendenza è incostituzionale e allora il Veneto ci prova sul web

di Fabio Grandinetti

Due milioni 102mila 969 sì per la Venetia indipendente. Secondo gli organizzatori del referendum per l’indipendenza del Veneto chiusosi venerdì scorso il 73% del corpo elettorale regionale ha partecipato alla consultazione online e l’89% dei votanti ha risposto sì al quesito: «Vuoi tu che il Veneto diventi una Repubblica Federale indipendente e sovrana?». Gli indipendentisti e gli organizzatori del referendum, il movimento venetista Plebiscito.eu e il Comitato del Sì, fanno i salti di gioia e gridano al trionfo. Affiancati dai leghisti, gonfiano il petto non tanto per l’esito, abbastanza scontato, della provocazione elettorale di cui sono promotori. Quanto piuttosto per il successo mediatico che quella che in molti hanno definito una boutade ha riscosso in tutto il mondo, conquistando i titoli dei telegiornali dagli Usa alla Russia.

Già la Russia. La Russia che in questi stessi giorni annette la Crimea e, sfruttando l’informazione filogovernativa che mortifica il pluralismo, mette in primo piano il referendum veneto. Quasi a dire «vedete? Succede dappertutto». Ma un po’ dappertutto ci sono cascati, paragonando erroneamente un caso di annessione con un buffo tentativo di secessione; una delicata crisi cruciale per gli equilibri internazionali, ben più ampi della piccola Crimea, con un plebiscito digitale che sa tanto di “bufala”.

Non siamo noi a definirlo tale, ma l’Espresso, che ha mostrato quanto fosse facile partecipare al voto inserendo dati anagrafici fasulli ed esprimere più di un voto. Sul valore giuridico della consultazione nessuno ha mai avuto dubbi ma, se mai ce ne fosse stato bisogno, sul tema è intervenuto Mario Bertolissi, illustre costituzionalista del Bo di Padova al quale gli indipendentisti chiesero di entrare a far parte della commissione di esperti istituita dalla Regione per verificare se fosse possibile o meno convocare un referendum “vero” sull’indipendenza del Veneto. «Una simile iniziativa, formalizzata secondo i criteri indicati dalla Costituzione e dallo Statuto della Regione, sarebbe stata incostituzionale – ha commentato Bertolissi – perché avrebbe senza dubbio violato l’articolo 5 della nostra Carta, quello per cui la Repubblica è “una e indivisibile”». Fu lui a consigliare lo strumento del referendum online, «inattaccabile sul piano costituzionale perché è espressione di un principio fondamentale della nostra Carta, forse il più importante, il diritto alla libera manifestazione del pensiero».

Sul piano puramente simbolico e politico, però, il referendum si inserisce un dibattito già di attualità grazie alla vicenda Crimea. Quello sull’autodeterminazione dei popoli. Ammesso che quello veneto possa essere considerato un popolo, quale può essere una strada concretamente percorribile per rivendicare il diritto all’indipendenza? Se è vero che nella storia i confini degli stati nazionali sono stati disegnati quasi esclusivamente dalla penna delle guerre, l’attuale contesto europeo, che fortunatamente scongiura l’uso delle armi almeno all’interno dei propri confini, non lascia spazio a vie alternative a lunghi processi politici e diplomatici. Come nei casi più volte richiamati dagli indipendentisti veneti della Catalogna e della Scozia. Ci perdoneranno i nostri connazionali se non riteniamo paragonabili le vicende storiche dei tre popoli. Ciò nonostante i promotori del referendum hanno il merito di aver colto il momento mediatico favorevole massimizzando le dimensioni del pubblico cui far giungere le proprie istanze. Forse più di quanto ottenuto in vent’anni di esperienza leghista.

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